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Giovanni, in viaggio tra "testa" e "pancia"
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Giovanni è giovane, ha poco più di vent'anni. Ha una sorella - più grande di dodici anni che lavora come educatrice in una comunità per minori - e due bravi genitori: lui dirigente in un ente pubblico, lei dipendente comunale. E’ una famiglia di sani e solidi principi, famiglia che tiene molto alla correttezza nei comportamenti e al successo scolastico, una famiglia impegnata e di buon nome nel paese. Giovanni ricorda che, lui ancora piccolo, il padre ammoniva con queste parole la sorella, quando doveva scegliere cosa fare durante un momento di crisi alle superiori: “Devi completare gli studi ed andare all’Università, non vorrai fare la parrucchiera!”.
Su questo versante, in particolare nella relazione con suo padre, si colloca l’evento più traumatico che lui ricordi: all’esame di terza media viene promosso solo col buono, anziché col distinto tanto atteso dai genitori. La grande delusione manifestata da papà coincide con il rifiuto - anche se temporaneo – di iscriverlo ad un corso di chitarra basso, la sua grande, agognata e, sempre dal padre, misconosciuta passione (“Un basso fa solo accompagnamento, sono altri gli strumenti importanti in una band!”).
Scrivo di Giovanni per tutta una serie di motivi. Il primo di questi è legato al modo in cui lui si presenta: mi colpisce il fatto che, anche se gli piace assomigliare a Morgan, lui in realtà è il classico ragazzo di buona famiglia di paese. In questo senso la sua storia potrebbe essere un caso emblematico di come l’educazione naturale, a volte, possa portare una persona a mostrare cose diverse da quelle che ci abitano nel profondo. Cogliere e scoprire questo genere di discrepanza, per poi favorire l’emersione delle caratteristiche più personali è probabilmente uno dei compiti fondamentali dell’educatore: la funzione del costruire soggettività ed individuazione, che in questo caso presenta delle forti assonanze con l’idea di Michelangelo per cui, nel suo lavoro di scultore “la figura finale nasceva da un processo di sottrazione della materia fino al nucleo del soggetto scultoreo, che era come già 'imprigionato' nel blocco di marmo” [1].
Ecco, questa immagine del “blocco”, inteso come struttura che nasconde ma anche come macigno che sbarra la strada, come impossibilità di procedere ed evolvere, è un altro dei motivi che mi spinge a raccontare la storia di e con Giovanni. Il quale é una persona sicuramente molto intelligente, ma – quando lo si osserva - è come se usasse questa sua dote per “schermarsi”, rendersi impenetrabile nella relazione con gli altri e restare inchiodato (letteralmente, come un povero Cristo!) in un ruolo che gli fa allo stesso tempo da scudo e da gabbia, che lo ancora “… a forme di comportamento sintomatiche di una identità inautentica, imposta da un amore e da una cultura genitoriali possessivi ed intrusivi …” [2].
Giovanni arriva da sé, un paio di anni fa, al SerT. Dopo sei mesi, con grande e immaginabile fatica, riesce a parlare ai suoi genitori del suo problema con le sostanze, ma la sua situazione non migliora, anzi. Quel periodo lo vede “collezionare” un abbandono scolastico e un incidente stradale con danni ad un'altra persona mentre era alla guida di un’auto del noleggio presso cui aveva trovato un impiego temporaneo.
Intanto, con la frequenza al Servizio, si fanno evidenti alcune delle sue caratteristiche: ha una passione smodata, ossessiva, per i treni e per tutto ciò che li riguarda; manifesta una lentezza esasperante, unita ad una pedanteria sfibrante quando si mette a parlare o descrivere qualcosa che lo interessa.
A volte sembra quasi voler “bloccare” l’attenzione dell’interlocutore, per tenerlo in pugno. O forse, ed anche, per non dargli e darsi la possibilità di guardare oltre lo schermo, dentro, magari anche per il grande timore di non trovar nulla di valido, di meritevole.
Col passare dei mesi, la possibilità di lavorare come operaio nell’officina di un amico di famiglia lo stimola, gli dà modo di confrontarsi con persone “concrete” e poco disposte a farsi “ammaliare” dai suoi voli pindarici; ciononostante, al momento di decidere se continuare o meno con il lavoro in fabbrica, non regge alla “tentazione” di completare gli studi scolastici. Così, la scorsa estate, mentre noi operatori ritenevamo che fosse giunto il momento per lui di fare un salto di qualità nel suo percorso di cura (la comunità ci sembrava il “percorso formativo” più adeguato alla sua situazione), Giovanni - con la “benedizione” dei suoi genitori, sempre molto attaccati all’idea che uno non può fare a meno del “pezzo di carta”! – si avviava all’ennesimo fallimento scolastico in un istituto privato. Questa nuova delusione, unita all’essere abbandonato da una fidanzata che da quattro anni accettava di sopportare tutte le sue bizze e paturnie, segnano il punto di svolta e la molla che portano il nostro “intellettuale bello e maledetto” – e i suoi rassegnati e sconfortati genitori - a decidere di entrare in comunità.
Dopo un paio di mesi in cui sembra tutto tranquillo, arriva una telefonata degli operatori della comunità: hanno deciso di sospendere Giovanni per una settimana, prima di decidere se effettuare il passaggio alla fase di programma terapeutico vero e proprio; come in altre occasioni, il nostro soggetto sta vivendo questa esperienza quasi esclusivamente sul versante della “testa”: fa il bravo , si comporta sostanzialmente bene, sciorina tutta la sua “sapienza”, ma di come sta e di quello che vive realmente (la “pancia”) non fa trapelare quasi nulla. Così mi chiedono di vederlo in questi groni in cui starà a casa, in attesa del colloquio di valutazione che ci sarà lunedì prossimo.
La sera stessa, di ritorno a casa dalla comunità con i genitori, Giovanni mi telefona per fissare un appuntamento.
Devo ammettere che, da quando conosco Giovanni, ho sentito una specie di attaccamento nei miei confronti, che anch’io ho sempre ricambiato. Giovanni mi emoziona perché mi fa rabbia quando lo vedo ridondare quegli stessi atteggiamenti che per anni hanno costituito allo stesso tempo la sua corazza e la sua prigione; allo stesso tempo non posso non sentirmi appassionato per i suoi sforzi e la sincera fatica che gli sento fare per trovare una via d’uscita da questa gabbia, che anche lui – forse ancora senza rendersene conto fino in fondo - sente sempre più stretta.
Il nostro incontro di martedì pomeriggio lo vede presentarsi con la sua solita immagine ultra-curata (“Chissà quanto tempo avrai passato in bagno a lucidarti!”, mi viene da pensare) e con la classica andatura del bravo ragazzo che arriva in vacanza dal college (ufficialmente, per i suoi compaesani, lui non è in comunità ma a Londra a fare un corso d’inglese, lavorando come cameriere per mantenersi!!!). Passiamo il nostro tempo insieme con lui che si dice dispiaciuto della situazione e stupito di quella che percepisce come una punizione spropositata: in fondo si stava comportando bene, stava facendo tutte le cose da manuale, a parte qualche eccezione. Così mi chiede di spiegargli dove sta sbagliando, preoccupato sostanzialmente di trovare la formula sintattica giusta, il ritornello “magico” da usare nel colloquio con gli operatori per farsi riaprire le porte della comunità.
Riconoscere la rabbia che provo stando alla sua presenza mi consente di “metterla in gioco anche per lui”, come a “prestargli” questa energia che lui sembra aver sepolto in qualche abisso recondito o – peggio – deviato contro se stesso; l’ironia diventa a questo punto lo strumento per esprimere questa energia, stavolta puntata non distruttivamente verso Giovanni, ma verso il suo comportamento bloccato, rigido, “marmoreo”.
Come scrive M. Sclavi: "Chi ride con humor, ride prima di tutto di se stesso, della propria precedente rigidità, di essersi lasciato catturare da uno, ritenuto l’unico esistente, dei molti modi possibili di inquadrare gli eventi” [3].
Ad ogni suo tentativo di “compitare” le frasi giuste a me scappa da ridere e da buttare là, a mo’ di battuta, alcuni ironici “complimenti” rispetto ai suoi ripetuti sforzi di trovare “la formula magica”, l’ “apriti Sesamo” per la comunità, mentre dentro commento: “Ma guarda che testone, che quantità di tesori sprecati!”.
A sostenermi in questo modo di rapportarmi a Giovanni é la convinzione che “un sorriso … aiuta a stemperare, trasmette un messaggio di leggerezza e spiazza, orientando l’interlocutore verso nuovi scenari” [4], ma anche l’idea dell’importanza di “aumentare il carattere irrazionale del sintomo del paziente o della situazione fino all’assurdo …(mediante) una sorta di atteggiamento ironico … in uno sforzo deliberato di infrangere i vecchi modelli di pensiero e di comportamento” [5], nella consapevolezza che “perché questa manovra abbia successo, è necessario che avvenga in un’atmosfera di amorevole protezione, che costituisce una sorta di amorevole anestesia per il duro colpo che viene inferto all’orgoglio” [6].
Così Giovanni se ne torna a casa, tra il deluso e lo sconcertato, non riuscendo proprio a spiegarsi – lui che è sempre stato forte nei ragionamenti! – che cosa non stia funzionando. Due giorni dopo un altro incontro. Stavolta Giovanni arriva senza gel nei capelli e con uno sguardo meno da “convinto di sapere”.
Ci sono anche altre piccole cose “stonate” rispetto alla sua presentazione abituale: nel raccontarmi come ha trascorso queste due giornate passa molto spesso dall’italiano al dialetto; quando glielo faccio notare, dicendogli che in questi momenti lo sento più spontaneo e diretto, meno artefatto, lui mi dice che a casa l’hanno spesso “scoraggiato” dall’utilizzare il veneto, perché loro apprezzavano molto di più che i figli parlassero in italiano. Altra “stonatura” rispetto al solito refrain sono i silenzi, che compaiono numerosi tra un discorso e l’altro.
Provo a sottolineare queste “discrepanze”, vere e proprie “crepe” nella vecchia facciata di Giovanni, e a valorizzarle come segni dell’emersione di un’identità più profonda, di un’individualità che spinge per venire alla luce, nonostante la fatica, le difficoltà, il peso della propria storia.
Allora mi racconta della telefonata avuta con l’ex fidanzata e del rifiuto a rivedersi: Giovanni riesce a dire del suo dolore per questa perdita, per l’essersi accorto tardi di quanto questa persona contasse per lui, tutto preso dal proprio narcisismo e dalle storie connesse all’uso di sostanze.
Gli comunico che adesso mi sembra più vero, più credibile e anche più convincente se afferma di aver bisogno di un posto e di un tempo per conoscersi e cambiare. Gli dico anche che credo non avrà difficoltà a farsi riaccogliere in struttura, se troverà ancora il coraggio di svelarsi e di mettersi in gioco come è riuscito a fare in quest’occasione davanti a me.
Adesso tocca solo a lui.
Spero d’incontrarlo la prossima volta, in comunità.
Note
1. http://it.wikipedia.org/wiki/Michelangelo_Buonarroti#La_tecnica_scultorea_di_Michelangelo
2. C.A. Whitaker, Il gioco e l'assurdo, Astrolabio-Ubaldini, Roma, 1984, pag. 8
3. Cit. in A. Panciroli, V.Nastasi, S.Valaguzza, L’estate era alle porte e mia sorella alla finestra – Invito all’umorismo e alla creatività nelle professioni di aiuto, in "Animazione Sociale", n. 245 agosto/settembre 2010, EGA, Torino
4. Ibidem
5. C.A. Whitaker, op. cit., pag. 120 e 126
6. Ibidem
Autore: Alessio Cazzin, educatore professionale al SerT di Mirano dell'Azienda ULSS 13. Formatore per l'Associazione "Bona Tempora" di Mirano (VE).
E' il referente del Progetto CAMPUS per l'Azienda ULSS 13.
E-mail: alessio.cazzin[at]libero.it
copyright © Educare.it - Anno XI, N. 7, Giugno 2011

