Educare.it - Rivista open access sui temi dell'educazione - Anno XXVI, n. 5 - Maggio 2026

Stop the genocide poster

  • Categoria: Risonanze

Giovanni, in viaggio tra "testa" e "pancia" - Seconda parte

Col passare dei mesi, la possibilità di lavorare come operaio nell’officina di un amico di famiglia lo stimola, gli dà modo di confrontarsi con persone “concrete” e poco disposte a farsi “ammaliare” dai suoi voli pindarici; ciononostante, al momento di decidere se continuare o meno con il lavoro in fabbrica, non regge alla “tentazione” di completare gli studi scolastici. Così, la scorsa estate, mentre noi operatori ritenevamo che fosse giunto il momento per lui di fare un salto di qualità nel suo percorso di cura (la comunità ci sembrava il “percorso formativo” più adeguato alla sua situazione), Giovanni - con la “benedizione” dei suoi genitori, sempre molto attaccati all’idea che uno non può fare a meno del “pezzo di carta”! – si avviava all’ennesimo fallimento scolastico in un istituto privato. Questa nuova delusione, unita all’essere abbandonato da una fidanzata che da quattro anni accettava di sopportare tutte le sue bizze e paturnie, segnano il punto di svolta e la molla che portano il nostro “intellettuale bello e maledetto” – e i suoi rassegnati e sconfortati genitori - a decidere di entrare in comunità.
Dopo un paio di mesi in cui sembra tutto tranquillo, arriva una telefonata degli operatori della comunità: hanno deciso di sospendere Giovanni per una settimana, prima di decidere se effettuare il passaggio alla fase di programma terapeutico vero e proprio; come in altre occasioni, il nostro soggetto sta vivendo questa esperienza quasi esclusivamente sul versante della “testa”: fa il bravo , si comporta sostanzialmente bene, sciorina tutta la sua “sapienza”, ma di come sta e di quello che vive realmente (la “pancia”) non fa trapelare quasi nulla. Così mi chiedono di vederlo in questi groni in cui starà a casa, in attesa del colloquio di valutazione che ci sarà lunedì prossimo.
La sera stessa, di ritorno a casa dalla comunità con i genitori, Giovanni mi telefona per fissare un appuntamento.

Devo ammettere che, da quando conosco Giovanni, ho sentito una specie di attaccamento nei miei confronti, che anch’io ho sempre ricambiato. Giovanni mi emoziona perché mi fa rabbia quando lo vedo ridondare quegli stessi atteggiamenti che per anni hanno costituito allo stesso tempo la sua corazza e la sua prigione; allo stesso tempo non posso non sentirmi appassionato per i suoi sforzi e la sincera fatica che gli sento fare per trovare una via d’uscita da questa gabbia, che anche lui – forse ancora senza rendersene conto fino in fondo - sente sempre più stretta.
Il nostro incontro di martedì pomeriggio lo vede presentarsi con la sua solita immagine ultra-curata (“Chissà quanto tempo avrai passato in bagno a lucidarti!”, mi viene da pensare) e con la classica andatura del bravo ragazzo che arriva in vacanza dal college (ufficialmente, per i suoi compaesani, lui non è in comunità ma a Londra a fare un corso d’inglese, lavorando come cameriere per mantenersi!!!). Passiamo il nostro tempo insieme con lui che si dice dispiaciuto della situazione e stupito di quella che percepisce come una punizione spropositata: in fondo si stava comportando bene, stava facendo tutte le cose da manuale, a parte qualche eccezione. Così mi chiede di spiegargli dove sta sbagliando, preoccupato sostanzialmente di trovare la formula sintattica giusta, il ritornello “magico” da usare nel colloquio con gli operatori per farsi riaprire le porte della comunità.
Riconoscere la rabbia che provo stando alla sua presenza mi consente di “metterla in gioco anche per lui”, come a “prestargli” questa energia che lui sembra aver sepolto in qualche abisso recondito o – peggio – deviato contro se stesso; l’ironia diventa a questo punto lo strumento per esprimere questa energia, stavolta puntata non distruttivamente verso Giovanni, ma verso il suo comportamento bloccato, rigido, “marmoreo”.
Come scrive M. Sclavi: "Chi ride con humor, ride prima di tutto di se stesso, della propria precedente rigidità, di essersi lasciato catturare da uno, ritenuto l’unico esistente, dei molti modi possibili di inquadrare gli eventi” [3].
Ad ogni suo tentativo di “compitare” le frasi giuste a me scappa da ridere e da buttare là, a mo’ di battuta, alcuni ironici “complimenti” rispetto ai suoi ripetuti sforzi di trovare “la formula magica”, l’ “apriti Sesamo” per la comunità, mentre dentro commento: “Ma guarda che testone, che quantità di tesori sprecati!”.
A sostenermi in questo modo di rapportarmi a Giovanni é la convinzione che  “un sorriso … aiuta a stemperare, trasmette un messaggio di leggerezza e spiazza, orientando l’interlocutore verso nuovi scenari” [4], ma anche l’idea dell’importanza di “aumentare il carattere irrazionale del sintomo del paziente o della situazione fino all’assurdo …(mediante) una sorta di atteggiamento ironico … in uno sforzo deliberato di infrangere i vecchi modelli di pensiero e di comportamento” [5], nella consapevolezza che “perché questa manovra abbia successo, è necessario che avvenga in un’atmosfera di amorevole protezione, che costituisce una sorta di amorevole anestesia per il duro colpo che viene inferto all’orgoglio” [6].
Così Giovanni se ne torna a casa, tra il deluso e lo sconcertato, non riuscendo proprio a spiegarsi – lui che è sempre stato forte nei ragionamenti! – che cosa non stia funzionando. Due giorni dopo un altro incontro. Stavolta Giovanni arriva senza gel nei capelli e con uno sguardo meno da “convinto di sapere”.
Ci sono anche altre piccole cose “stonate” rispetto alla sua presentazione abituale: nel raccontarmi come ha trascorso queste due giornate passa molto spesso dall’italiano al dialetto; quando glielo faccio notare, dicendogli che in questi momenti lo sento più spontaneo e diretto, meno artefatto, lui mi dice che a casa l’hanno spesso “scoraggiato” dall’utilizzare il veneto, perché loro apprezzavano molto di più che i figli parlassero in italiano. Altra “stonatura” rispetto al solito refrain sono i silenzi, che compaiono numerosi tra un discorso e l’altro.
Provo a sottolineare queste “discrepanze”, vere e proprie “crepe” nella vecchia facciata di Giovanni, e a valorizzarle come segni dell’emersione di un’identità più profonda, di un’individualità che spinge per venire alla luce, nonostante la fatica, le difficoltà, il peso della propria storia.
Allora mi racconta della telefonata avuta con l’ex fidanzata e del rifiuto a rivedersi: Giovanni riesce a dire del suo dolore per questa perdita, per l’essersi accorto tardi di quanto questa persona contasse per lui, tutto preso dal proprio narcisismo e dalle storie connesse all’uso di sostanze.
Gli comunico che adesso mi sembra più vero, più credibile e anche più convincente se afferma di aver bisogno di un posto e di un tempo per conoscersi e cambiare. Gli dico anche che credo non avrà difficoltà a farsi riaccogliere in struttura, se troverà ancora il coraggio di svelarsi e di mettersi in gioco come è riuscito a fare in quest’occasione davanti a me.
Adesso tocca solo a lui.
Spero d’incontrarlo la prossima volta, in comunità.

 


Note

1. http://it.wikipedia.org/wiki/Michelangelo_Buonarroti#La_tecnica_scultorea_di_Michelangelo
2. C.A. Whitaker,  Il gioco e l'assurdo, Astrolabio-Ubaldini, Roma, 1984, pag. 8
3. Cit. in A. Panciroli, V.Nastasi, S.Valaguzza, L’estate era alle porte e mia sorella alla finestra – Invito all’umorismo e alla creatività nelle professioni di aiuto, in "Animazione Sociale", n. 245 agosto/settembre 2010, EGA, Torino
4. Ibidem
5. C.A. Whitaker, op. cit., pag. 120 e 126
6. Ibidem


 

 Autore: Alessio Cazzin, educatore professionale al SerT di Mirano dell'Azienda ULSS 13. Formatore per l'Associazione "Bona Tempora" di Mirano (VE).
E' il referente del Progetto CAMPUS per l'Azienda ULSS 13.
E-mail: alessio.cazzin[at]libero.it

 


copyright © Educare.it - Anno XI, N. 7, Giugno 2011