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Il piacere di imparareBruno Hourst

IL PIACERE DI IMPARARE
Idee e strumenti per un apprendimento efficace

Erickson, Trento, 2013
pag. 351, Euro 23,50

Libro non disponibile presso la Redazione

Recensione di Daniela Pasqualini

Il riconoscimento a livello legislativo di disturbi dell'apprendimento e di varie situazioni che richiedono una didattica speciale, personalizzata (si pensi alla programmazione per alunni con bisogni educativi speciali), ha portato a una maggiore attenzione ai processi di apprendimento e, allo stesso tempo, all'osservazione di modi di apprendere diversi, fortemente individuali.

È ormai impensabile tenere una lezione a un gruppo di studenti senza riflettere sulle modalità possibili, adatte a fornire le competenze e le conoscenze attraverso canali diversi (polisensorialità), assecondando differenti stili di apprendimento, perché ogni studente è diverso nella sua unicità. Ma se da un lato questa consapevolezza è d'aiuto all'insegnante, dall'altro c'è il rischio di classificare, categorizzare e "incasellare" gli stili di apprendimento e, soprattutto, le potenzialità di ognuno; fare cioè una sorta di divisione, pensando di poter individuare studenti più intelligenti e meno brillanti.

Oltre le classificazioni

Il libro di Hourst, fin dalle prime pagine, spiega che una classifica di alunni più o meno capaci è sempre stata fatta nelle scuole, prima basandosi semplicemente su risultati e prestazioni, poi sull'idea che comunque l'intelligenza fosse "una quantità" data dalla natura (o dalla sorte) in dote a ogni studente, e che questa quantità si potesse misurare valutando il quoziente intellettivo (QI). Ma una misurazione di quel tipo, vista al di fuori di quadri di valutazione specialistici e medici di patologie, non tiene conto delle possibilità di crescita delle sinapsi e di quanto il funzionamento del cervello sia influenzato da diversi fattori (comportamento verbale e non verbale, spettro emotivo, ambiente, cinestesia, inconscio, approccio...).

Inoltre il QI è generalmente valutato con riferimento alle performance, al linguaggio, ai processi logici, non tenendo conto dell’esistenza di varie intelligenze; pensiamo ad esempio alle teorie di Howard Gardner, che alle 7 intelligenze identificate a partire dal 1983 ne aggiunge in seguito altre due, l'intelligenza naturalista e quella globale. Il suo studio parte proprio come critica e messa in discussione dei test psicometrici, quindi con una posizione contraria alla definizione di intelligenza “quantitativa e misurabile”. Ma pensiamo anche agli studi di Roger Sperry sulle relazioni tra emisfero destro e sinistro del cervello, o ancora alla teoria del cervello "trino" di Paul MacLean. A qualsiasi di queste teorie noi intendessimo riferirci, sarebbe chiaro che l'apprendimento logico-linguistico, di tipo sequenziale, quello cioè maggiormente usato nelle scuole, non può essere adattabile e non può valere come stimolo per tutti gli stili di apprendimento.

Esiste un metodo abbastanza semplice da poter essere usato nell'attività didattica e, in qualche modo, sufficientemente rivoluzionario da permettere una lezione individualizzata?

Il topogramma

Hourst suggerisce uno strumento agevole da utilizzare, che è abbastanza flessibile e personalizzabile, che tiene conto delle intelligenze multiple: il topogramma, conosciuto anche come “mappa mentale”. Ideato da Tony Byzan, consiste nel creare relazioni di senso tra concetti, idee, che possono trovare una rappresentazione grafica immediata. La struttura della mappa mentale è una sorta di albero che si sviluppa attorno a un nucleo centrale (il tema generale) e da cui partono i rami che rappresentano "sottoidee", concetti collegati che si ampliano per dettaglio, entrando sempre più nello specifico.

L'utilizzo di mappe mentali favorisce un apprendimento basato su entrambi gli emisferi del cervello, perché permette contemporaneamente la concettualizzazione e la globalizzazione, così che l'emisfero destro percepisce l'insieme della mappa in una sorta di sintesi, mentre il sinistro ne mette a fuoco i dettagli, favorendo un apprendimento analitico. Ogni argomento può essere schematizzato o, al contrario, approfondito con un topogramma e può contenere infiniti legami interdisciplinari, perché segue la logica dell'ipertesto.

Le mappe mentali sono strumenti personalizzabili, perché ogni studente può realizzare la propria: costituiscono una sorta di specchio in cui si riflette lo stile di apprendimento, in cui è facile notare su quali parti dell’argomento ci si è soffermati, quali aspetti sono stati messi in evidenza. Inoltre permettono un esercizio di memoria, ma ancora più un efficace esercizio logico: creare nessi, trovare affinità, ampliare il discorso con nuovi rami, sono tutte operazioni concrete, di manipolazione dell’informazione, che allenano gli studenti a compiere operazioni che saranno poi richieste nel mondo del lavoro (raccogliere, analizzare, organizzare informazioni, rappresentarle con le TIC, riflettere, avere autonomia, adattarsi, comunicare).

Il testo di Hourst suggerisce metodologie pratiche per la strutturazione di mappe mentali, da arricchire con colori, simboli, disegni: ma la parte più importante è il fondamento teorico che diventa poi guida e metodo. In effetti “Apprendere meglio” non è un vero metodo, come specifica Hourst, ma un approccio, e come tale vuole modificare il modo di pensare l’apprendimento, muovere a una riflessione anche personale su questo tema. Non c’è una buona modalità e una cattiva modalità di apprendere, o di insegnare, ma la presa di coscienza dell'esistenza di vari modi può portare già a un significativo cambiamento.

In un testo che discute di apprendimento non può mancare una parte dedicata alla memoria e le pagine più interessanti dell’autore de Il piacere di imparare riguardano la creazione di punti di ancoraggio. Infatti le nuove informazioni, per stabilizzarsi ed essere recuperabili, hanno bisogno di ancorarsi a esperienze, vissuto, conoscenze già familiari. Ecco che il topogramma torna ad essere, anche qui, uno strumento idoneo per tracciare un quadro delle conoscenze pregresse su un dato argomento, una sorta di cornice entro cui situare le nuove informazioni, mettendole in relazione con altre. E visto che il cervello ama fare cose diverse insieme, meglio studiare un argomento da punti di vista differenti, integrando settori e ambiti disciplinari, anziché concentrarsi per lungo tempo su un solo aspetto.

L’esempio che Hourst riporta per spiegare l’importanza del “fare” è tanto banale da essere illuminante: come si impara ad andare in bicicletta? Nessuno di noi ricorda di aver studiato regole della strada, funzionamento del mezzo, mappe dei luoghi e delle vie. Semplicemente si impara facendo, guidati, ma autonomi allo stesso tempo. Attori del processo. Non si può negare che spesso la scuola privilegi il processo e la sua spiegazione in senso logico, consequenziale, anziché guidare lo studente attraverso l’esperienza diretta del fare. A questo si può ovviare con il gioco di ruolo, con la ricerca, con il problem-based learning, con l’esperienza di alternanza scuola/lavoro o simulazione di stage.

Apprendere con il movimento

Ma l’autore del testo si spinge oltre a questi consigli: non basta fare, bisogna muoversi. Infatti se ammettiamo l’esistenza di un’intelligenza cinestesica, dobbiamo anche riconoscere che ci sono movimenti che favoriscono l’apprendimento, perché stimolano a livello cerebrale il corpo calloso, la rete di fibre che collega emisfero destro e sinistro e ne permette il funzionamento integrato. Il movimento attiva aree del cervello, e siccome ogni emisfero è legato alla lateralità opposta del corpo, movimenti incrociati possono favorire la connessione tra i due emisferi.

Nel testo troviamo esempi di cross-crawl da svolgere in piedi o seduti, a occhi chiusi, oppure di hook-up, un esercizio che permette di controllare lo stress e favorire la concentrazione mentale; tutte pratiche molto semplici e, come sottolinea Hourst, troppo economiche per essere ritenute valide. In effetti l’insegnamento tradizionale è basato più sulla staticità del corpo che sul movimento, scandito da frequenti richiami a “stare fermo”, per non parlare dell’opposizione culturale corpo/mente, che ci fa ritenere i due ambiti separati, quando di fatto di certo non lo sono. I suggerimenti di Brain Gym che possiamo trovare in questo testo sono definiti “microinterventi”; non sembrano difficili e non sono costosi, ma promettono una risistemazione globale che favorisce l’apprendimento.

Nella parte finale del libro si prende in esame la creatività e il potere dell’azione immaginifica, che favorisce l’apprendimento. In qualsiasi lezione è possibile inserire una pausa creativa, cioè un tempo di 5 minuti dedicato al pensiero divergente. Attraverso il disegno, oppure con giochi verbali, con l’ausilio di immagini o con una lista di parole, l’insegnante può favorire il pensiero divergente/creativo per introdurre a una visione meno univoca, più relativa del mondo. I giochi possibili sono tanti: il ribaltamento di affermazioni di senso (“si studia fino a vent’anni e poi si va a lavorare” diventerà “si lavora fino a vent’anni e poi si va a scuola” con conseguenti riflessioni), oppure adibire un oggetto a un nuovo uso, o ancora immaginare cosa c’è dietro una casa disegnata alla lavagna, o inventare parole nuove per esprimere “entro in una stanza, ma ho dimenticato perché”.

Per liberare la fantasia, possiamo solo usare una fantasia senza limiti, e questa è la parte più divertente del libro!

 


Autore: Daniela Pasqualini, docente di ruolo nella scuola Secondaria Superiore, si occupa di arte e disabilità come docente di Storia dell'arte ed è laureata in Scienze pedagogiche


copyright © Educare.it - Anno XV, N. 1, Gennaio 2015
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