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Riflessioni di un insegnante

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La pedagogia mi ha sempre appassionato, già alcuni anni addietro ho conseguito l’abilitazione per “personale educativo”, ed ho avuto modo di avvicinarmi a questa disciplina che permette di studiare ed acquisire conoscenze indispensabili per un operatore nel settore scolastico. Ritengo che qualunque sia il ruolo che si occupi nell’istituzione scolastica, dal collaboratore scolastico all’applicato di segreteria, dal docente al dirigente scolastico è fondamentale avere queste conoscenze per meglio gestire i rapporti con i giovani, per rendere più proficuo il loro interesse per l’ambiente scolastico e per le discipline che vi si studiano, per aiutarli a migliorare la convivenza con i coetanei … per aiutarli a crescere.

Pochi mesi fa ho letto un libro di Vittorino Andreoli, dedicato proprio al docente, intitolato “Lettera a un insegnante”, libro che ho letto con vivo interesse e che indubbiamente ha arricchito la mia esperienza di docente, contribuendo ad arricchire e trasformare in parte la mia metodologia didattica. Il modo di insegnare si mette a punto in anni di esperienza e necessita sempre di essere riveduto, corretto e migliorato attraverso i continui contatti con gli allievi, ai quali cerco sempre di dare tanto ma che a loro volta, anche se inconsapevolmente, mi danno tanto, contribuendo in modo fondamentale alla mia crescita professionale.
Sulla copertina interna del libro una frase mi ha particolarmente colpito e ci tengo a riportarla fedelmente: “La scuola deve essere per i giovani un luogo protetto cui provare ad allargare le ali, in cui cominciare a vivere in gruppo imparando a sviluppare le capacità razionali ma anche a gestire l’emozione e i sentimenti”.

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Oggigiorno ritengo siano pochi i docenti che effettivamente concordano con questo pensiero, da una parte perché vedono nell’insegnamento esclusivamente la meta per conseguire lo stipendio, è il loro lavoro, dall’altra perché la troppa vivacità degli allievi e la cattiva organizzazione della scuola, spesso anche povera di risorse e strumenti validi che possano essere d’ausilio all’attività del docente, lo portano a disinnamorarsi ed a non riconoscere più in questa attività l’arduo compito della missione. Sì, penso che fare l’insegnante sia una missione, per espletare al meglio questo ruolo è indispensabile avere la “vocazione”, essere travolti completamente dalla passione per l’insegnamento, dalla voglia di trasmettere le conoscenze acquisite negli anni e permettere agli allievi di strappare questi saperi al fine di arricchire quello zainetto virtuale, quel bagaglio culturale, che li accompagnerà tutta la vita, insieme all’acquisizione di quelle competenze indispensabili per il loro futuro e quelle capacità che li distingueranno nell’intero percorso di vita.

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