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In principio c’è la persona: celle aperte nel carcere a colori

carcere a coloriL’innovazione tecnico-organizzativa del sistema penitenziario invita ad una ricognizione teoretica della funzione rieducativa della pena, che rintraccia già nel diritto, il “ritorno alla persona” quale principio fondante del processo educativo nel carcere. L’articolo esplora queste tematiche secondo una prospettiva pedagogica personalista.

 

Introduzione

Il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP), con una circolare del 25 novembre 2011 “colora” il carcere. Si tratta di un nuovo modello di trattamento che comprende sicurezza, accoglienza e rieducazione al fine di favorire sempre di più la risocializzazione e la rieducazione del detenuto e che approda nel 2013 all’introduzione del modello delle “celle aperte” (Sorveglianza Dinamica). In pratica i detenuti sono distinti in quattro categorie attraverso i colori (bianco, verde, giallo e rosso), permettendo ai più meritevoli e meno pericolosi (la maggior parte dei circa 68 mila detenuti in Italia) la possibilità di muoversi più liberamente all’interno del carcere e – dove possibile – negli spazi esterni di esso.

Nella circolare del 14 luglio 2013, emanata dal DAP, si legge che l’introduzione di questo modello è finalizzata a:

individuare nuove strategie operative tese non soltanto a contenere la piaga del sovraffollamento che da anni affligge il nostro Paese, ma volte innanzitutto a rendere maggiormente dignitosa l’esecuzione della pena, a darle un senso compiuto, a far sì che la stessa sia eseguita con modalità rispondenti alle prescrizioni della C.E.D.U, rilanciando in particolare l’attività trattamentale che si pone come elemento sinergico delle nuove norme contenute nel decreto-legge.

L’innovazione giuridico-legislativa dovrebbe comporta una nuova organizzazione degli spazi degli istituti, così che i detenuti possano muoversi autonomamente da un’attività ad un’altra, favorendo non soltanto la socialità ma anche il recupero del senso di responsabilità personale. Dal punto di vista rieducativo, questo aspetto è cruciale ai fini del ricollocamento nella società.

Il rapporto Antigone del 2018 offre un quadro d’insieme dell’evoluzione del sistema in circa sette anni. Grazie a vari documenti normativi che si sono succeduti fino ad oggi, si è realizzato un cambiamento organizzativo riguardante ruoli, funzioni e compiti degli operatori penitenziari abbastanza significativo, ma che ancora risulta critico dal punto vista trattamentale, e che riguarda anche l’intervento rieducativo.

Nel 2013 l’allora Presidente della Repubblica Italiana, Giorgio Napolitano, in occasione della visita presso la Casa Circondariale di San Vittore a Milano, ricordava la mortificante condanna all’Italia da parte della Corte Europea per i Diritti dell’Uomo, proprio per la realtà carceraria nel nostro paese.

Sul piano giuridico si sta cercando di fare passi in avanti e l’introduzione del modello della Sorveglianza Dinamica (o “celle aperte”) rappresenta certamente un esempio. Questo non risolve il problema di fondo delle attività trattamentali, che nella “ristrettezza della detenzione” devono salvaguardare la libertà di azione e di pensiero, sia dei reclusi sia degli operatori penitenziari.

Prospettive di significato

L’intervento rieducativo è possibile solo credendo nella possibilità del cambiamento e della trasformazione. Secondo Valerio Onida, costituzionalista, la teoria e la pratica della funzione rieducativa della pena deve essere cercata nel recupero di una visione personalistica, necessaria per intraprendere il percorso di risocializzazione. [continua ...]

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L'articolo completo in italiano è disponibile in allegato per gli abbonati.


Autrice: Francesca De Vitis, Assegnista di ricerca e docente a contratto in Pedagogia Generale e Sociale presso l’Università del Salento.


copyright © Educare.it - Anno XX, N. 4, Aprile 2020

 

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