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L’inibizione psicomotoria nel bambino: uno studio di caso

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bambino 5 anniL’articolo propone uno studio sull’inibizione psicomotoria che trae spunto dall’osservazione del caso di un bambino di cinque anni, inserito in un programma di lavoro sulla psicomotricità. Partendo da un affondo teorico sulla condizione intrapsichica e comportamentale si giunge a prendere in considerazione alcune ipotesi di trattamento psicopedagogico nell’intento di rispondere al caso descritto. Dopo aver considerato l’importanza della relazione e del coinvolgimento emotivo, l’autore descrive strategie e strumenti operativi potenzialmente utili per il trattamento e l’eventuale superamento di questa condizione.

 

L’inibizione psicomotoria

Per “inibizione psicomotoria” ci si riferisce alla «condizione di un processo intrapsichico o neurologico temporaneamente o permanentemente bloccato da un altro o da diversi altri processi psichici o neurofisiologici» (A.M. Wille, 2008, p. 59). L’inibizione può diventare la causa di un impoverimento funzionale generale con ricadute negative su tutte le aree dello sviluppo; è da considerarsi un meccanismo di difesa, una limitazione o una rinuncia inconscia di una o più funzioni al fine di evitare l’ansia causata, per esempio, dal timore di non saper fare una determinata cosa. Tale rinuncia si esprime con una limitazione nell’uso del corpo, della parola e dell’azione. Si tratta di un disturbo che necessita di un intervento psicomotorio e psicoeducativo precoce, al fine di evitare l’impoverimento delle azioni, degli apprendimenti che, nei casi più severi, generano un vero e proprio deterioramento cognitivo.

Le cause dell’inibizione psicomotoria possono essere molteplici: la supposta consapevolezza dell’inefficacia dell’azione (il bambino evita di compiere una determinata azione perché dà per scontato che non andrà a buon fine); informazioni insufficienti (il bambino è bloccato perché non possiede conoscenze sufficienti, capita nei bambini stranieri che non possiedono strumenti perché limitati dalla lingua) o al contrario informazioni eccessive che il bambino non è in grado di gestire; rappresentazioni immaginarie distorte. I sintomi dell’inibizione psicomotoria possono essere a grandi linee così schematizzati:

  • riduzione della motricità spontanea;
  • timidezza, insicurezza e perenne esitazione;
  • tensione tonica e rigidità posturale;
  • difficoltà nell’iniziare l’azione, specie in autonomia;
  • arresto motorio durante il movimento intenzionale.

Inoltre, l’inibizione psicomotoria può essere associata a disturbi dei movimenti, a disturbi dell’apprendimento ed assume carattere transitorio; quando invece assume carattere permanente è quasi sempre associata a disturbi più seri quali ritardo mentale, disprassie e disturbi sensoriali.

In tutti i casi i bambini si mostrano apatici, stentano ad esplorare visivamente l’ambiente e tendono a mantenere a lungo lo sguardo sul viso dei loro interlocutori, non riescono a progettare o programmare azioni finalizzate al raggiungimento di un obiettivo ed appaiono assenti e/o svogliati. L’attenzione del bambino con inibizione psicomotoria è rivolta e concentrata dentro di sé nel tentativo di collocare gli oggetti, identificarli e dipanare la confusione tra interno ed esterno per capire ciò che sta vivendo e quale sia la strategia comportamentale più adeguata in rapporto a tutto ciò che gli altri manifestano. Gli risulta difficile collocarsi nello spazio relazionale degli altri, la sua attenzione è perennemente calamitata da ciò che vive, nell’amplificazione perenne di tutto, senza che esistano sostanziali canali d’espressione. Generalmente, questi bambini tendono ad avere “tempi lunghi” in tutto ciò che fanno, nel mangiare, nel vestirsi, ed è quasi palpabile in loro la tensione provocata dalla paura di sbagliare. Per descriverli gli adulti di riferimento sono soliti usare espressioni simili a “è via con la testa”, “è molto chiuso”, “è disattento”, “è perso negli affari suoi” e similari.

Si può affermare che lo sviluppo affettivo di un bambino con inibizione psicomotoria è racchiuso dentro lo spazio di una corazza psichica che blocca la sua evoluzione e non gli permette di uscire e relazionarsi con l’ambiente in modo costruttivo. Il combattimento che sostiene è tra il rimanere ancorato alle figure principali all’interno della sua esperienza di vita ed il tentativo, solitamente fallimentare, di separarsi da loro in un processo di differenziazione. Perché questa lotta interiore possa avere successo è fondamentale che le figure genitoriali gli “indichino la strada” e gli offrano il necessario “calore” e sostegno perché questa strada possa essere percorsa. Una madre ansiosa o che tende all’anaffettività non dà solitamente al bambino quell’humus emotivo da cui trarre la sicurezza in se stesso. Non aiuta neppure un ambiente educativo iperprotettivo, regolato da e su strategie “al negativo” fatte da rigide regole di comportamento, spesso contraddittorie: il bambino non impara a percepire la realtà esterna come ambivalente (buona e cattiva) e quindi a rapportarsi alla realtà interna in modo fluido, acquisendo una sua percezione personale pacificata tra “bene” e “male”. Diversamente si costruisce una corazza di protezione, da cui può liberarsi solo mettendo in discussione i confini entro cui si è rinchiuso.

E’ interessante osservare come tale percorso di liberazione dall’inibizione comporti molto spesso passaggi che vedono il bambino che, nell’uscire dalla sua corazza, non sentendo più limiti, si espande nel suo agire in modo sostanzialmente ipercinetico: da una situazione di ipercontrollo passa per così dire ad un’opposta situazione di “ipocontrollo”. Ciò spaventa spesso genitori e famigliari che in breve tempo si ritrovano a dover gestire un bambino del tutto diverso, che si muove troppo, non ascolta i richiami, tende a scatenarsi etc. In tanti casi questo è un “passaggio obbligato” nell’uscita dall’inibizione psicomotoria e corrisponde alla voglia di fare finalmente esperienze motorie scelte da lui anziché stabilite dagli adulti.


 

L'articolo completo in italiano è disponibile in allegato per gli abbonati. 

Autore: Giovanni Manzi, pedagogista, ha conseguito un Master in “gestione del disagio nascosto” e si dedica a consulenze ed approfondimenti su marginalità, devianza, problematiche adolescenziali e disabilità intellettiva.

copyright © Educare.it - Anno XX, N. 12, Dicembre 2020
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