- Categoria: Pedagogia interculturale
Modelli familiari e percorsi migratori differenti
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Le migrazioni non avvengono tutte allo stesso modo. "La ristrutturazione politica ed economica globale ha generato diversi, mutevoli tipi di migrazione e di immigrati. Spesso le varie forme di migrazione possono trasformarsi come risultato delle politiche governative per fermare o ridurre la migrazione. Ad esempio: uno può entrare come turista, studente o visitatore e poi rimanere illegalmente, chiedere asilo o cercare una sistemazione permanente" (1).
Nonostante le diversità dei percorsi migratori, è possibile delinearne, per generalizzazione, le principali tipologie. Per ognuno dei differenti "modelli" che si cercherà di presentare, si ipotizza anche quali siano alcuni elementi di "vulnerabilità", che possono supportare od ostacolare l'inserimento e l'integrazione degli adulti e soprattutto dei minori.
Il percorso di tipo tradizionale
Il percorso migratorio tradizionale, in Italia come negli altri Paesi europei, è la modalità più comune di ricomposizione del nucleo familiare.
Per l'Italia riguarda in particolare gli immigrati arabi di religione musulmana, provenienti dal Marocco, dalla Tunisia, dall'Algeria e coloro che arrivano dal Senegal. In questo caso, l'uomo capofamiglia parte per primo e, dopo qualche anno dalla partenza, organizza l'arrivo della moglie e dei figli nati nel Paese d'origine.
Il ricongiungimento familiare avviene quindi dopo un periodo più o meno prolungato di separazione, a seguito dell'avverarsi di alcune condizioni e cambiamenti. In primo luogo, la normativa del Paese di immigrazione deve prevedere i ricongiungimenti familiari. A questo proposito, come abbiamo visto, le leggi italiane consentono l'arrivo del coniuge e dei figli minori, a patto che il capofamiglia sia in grado di dimostrare di avere un reddito e un alloggio adeguati.
Il miglioramento delle condizioni di lavoro e la disponibilità di una dimora meno precaria e provvisoria sono altri due fattori che spingono gli immigrati a stabilizzarsi e a mettere radici nella nuova terra. E ancora motivi personali e soggettivi possono intervenire nella decisione di ricomporre la famiglia nel Paese ospite ed hanno a che fare con l'equilibrio familiare, con la paura di un affievolimento dei legami di filiazione, con la necessità di ristabilire ruoli e relazioni.
Numerosi motivi avevano essenzialmente sostenuto la decisione dell'uomo di partire da solo, dichiarando così in maniera esplicita la provvisorietà dell'assenza. Tra questi: la volontà di mantenere intatti "il posto" e i legami nel luogo d'origine; la necessità, per la donna, di occuparsi dei genitori e dei suoceri anziani, di gestire e di accantonare i risparmi, di far crescere i figli in un contesto che potesse salvaguardare la lingua, la religione e l'identità.
La donna e i figli sono rimasti dunque "là" come garanti del ritorno, perpetuando una tradizione ben radicata, che vede l'uomo percorrere il mondo e occupare lo spazio esterno e la donna attendere, preparando il suo rientro, "custodendo" la casa.
Tutti questi motivi rendono difficile la ricomposizione della famiglia nel Paese ospite, dopo anni di separazione e di distanza; per ogni membro comporta, oltre alla gioia e all'euforia di ritrovarsi, un "riaggiustamento" della propria vita. Ricominciare a vivere insieme dopo la parentesi migratoria significa anche fare i conti con il senso di estraneità e di dipendenza che si è sedimentato durante il periodo del distacco, ricostruire un equilibrio familiare in un contesto profondamente mutato, adattarsi alle aspettative dell'altro, e al tempo stesso, inserirsi nel nuovo ambiente.
Ma che cosa succede durante il periodo del distacco? L'assenza dell'uomo può creare, nella famiglia rimasta al Paese d'origine, un certo squilibrio nella distribuzione dei ruoli e delle funzioni.
In molte culture il padre occupa il ruolo dell'autorità, la madre quello dell'affettività. Con l'assenza del figura paterna vengono a mancare quindi i ruoli di autorità e di potere familiari, ruoli che la donna non può occupare, a meno di non rimettere profondamente in discussione l'equilibrio familiare e la sua identità. La carenza di autorità familiare e la difficoltà della donna a gestire la sua solitudine portano spesso quest'ultima a dipendere dalla suocera, dal padre o dai fratelli, negando così il suo ruolo di adulta, di sposa e di madre.
I figli, da parte loro, possono costruirsi un’immagine mitica del padre emigrato. E' in qualche modo un estraneo incontrato in media una volta l'anno, ma uno "straniero" potente e prestigioso, poiché da lui dipendono economicamente numerosi familiari. L'emigrato, da parte sua, tende a rinforzare questa immagine nei momenti di visita alla famiglia. Come è avvenuto e avviene in ogni parte del mondo, egli dimostra infatti la riuscita del suo progetto e il suo "successo" nel Paese d'origine, attraverso gli oggetti, i regali e le "cose" che porta con sé, quando rientra in patria.
L'incontro in terra straniera comporta allora la necessità di fare i conti con la realtà, lo sforzo di ritrovare le affinità, di riappropriarsi dei ruoli e di riscoprire condivise modalità di comunicazione (2).
Occorre precisare che "la migrazione non è sempre del tutto disintegrante a livello familiare. Può essere in effetti una strategia consapevole, intenzionale e collettiva per la sopravvivenza, la sicurezza e il progresso. La decisione di migrare viene spesso presa come parte di una strategia per distribuire il rischio ed assicurare la sopravvivenza familiare. E’ una decisione dettata dalla necessità, ma può anche essere una vera e propria opzione positiva" (3).
Il percorso di ricongiungimento "al femminile"
Nella storia delle migrazioni e nell'analisi della "catena" migratoria, si ritrova quasi sempre l'uomo all'inizio della partenza e dell'esodo. Rispetto a questa consuetudine, la realtà italiana presenta alcuni aspetti particolari, data la forte presenza di donne straniere lavoratrici e migranti "attive", di donne cioè che hanno preso in prima persona la decisione della partenza. Esse rappresentano più del 40% degli immigrati nel nostro Paese. Sono per lo più domestiche e provengono da paesi diversi, soprattutto dalle Filippine, dalle isole di Capoverde, dalle Seychelles e dalle Mauritius, dall'Eritrea, dallo Sri Lanka e dall'America Latina.
Questa "femminizzazione della migrazione" "riflette l’accresciuta partecipazione delle donne a tutte le varie forme di migrazione e in tutte le regioni. Oggi le donne figurano in grande misura nella migrazione di forza lavoro, soprattutto perché la domanda di lavoratori domestici e a servizio è cresciuta" (4). "Alcune ricerche hanno dimostrato come (...) prevalgano motivazioni di tipo economico rispetto a quelle di tipo personale o sociale. In alcune aree come l'America Latina, le Filippine, il Pacifico Meridionale l'emigrazione di ragazze giovani fa parte della strategia di sopravvivenza delle famiglie" (5).
Sono dunque numerosi nel nostro Paese casi in cui le donne costituiscono "l'anello forte" della catena migratoria, quelle che organizzano l'arrivo dei familiari rimasti in patria, dei figli minori, talvolta anche dei mariti. Esse cercano in genere di preparare il ricongiungimento con più attenzione e cura di quanto normalmente facciano gli uomini, cercando di risolvere in maniera preventiva alcuni problemi, quali l'inserimento scolastico dei bambini, il loro accudimento, l'apprendimento della nuova lingua ... Può accadere inoltre che il marito neo-arrivato per ricongiungimento familiare si adatti con fatica e disagio alla situazione iniziale di dipendenza dalla moglie e all'impegno nelle attività domestiche, reputato in molti casi umiliante e marginale. Questa situazione può durare finché non trova un’occupazione propria ed autonoma (6).
La costituzione di un nucleo familiare nel Paese di emigrazione
Data l'appartenenza della maggior parte degli immigrati residenti in Italia ad una fascia di età decisamente giovane, molti di loro erano celibi o nubili al momento della partenza. Erano venuti qui con l'idea di fermarsi alcuni anni, ma il momento del rientro appare poi sempre più lontano nel tempo, fino a diventare quasi un sogno e un mito. E così, si fa sempre più forte la necessità di rivedere il progetto iniziale, di riprendere in mano la propria vita e di non rimandare ulteriormente importanti decisioni. Una di queste, la più carica di conseguenze e di ricadute sul progetto di permanenza nel Paese ospite, è certamente quella di costruire qui la propria famiglia.
Così diventano sempre più frequenti i matrimoni celebrati in Italia fra immigrati provenienti dalla stessa nazione o da Paesi diversi. Ma sono ancora più numerosi i casi degli uomini che tornano in patria per uno o due mesi e si sposano là con una compagna spesso proposta o scelta dai familiari. Così, alle difficoltà che derivano dal dover assumere ruoli sociali nuovi in un contesto di isolamento e di solitudine, facendo fronte a cambiamenti di vita e di identità profondissimi, si aggiunge anche lo sforzo di superare la diffidenza e di stabilire un dialogo con il coniuge, per molte donne quasi estraneo o conosciuto in maniera superficiale (7).
Infine occorre accennare a quanti si formano una famiglia sposando donne o uomini italiani. La cronaca ci dimostra spesso che, se la coppia non ha approfondito le differenze culturali, morali, religiose e non ne ha valutato l'impatto sulle convinzioni personali di entrambi i coniugi, il matrimonio può essere un'esperienza molto sofferta e problematica, anche quando non si conclude con la separazione.
Arrivare insieme nel nuovo Paese
L'arrivo contemporaneo, o molto ravvicinato nel tempo, di coppie o di interi nuclei familiari è molto raro, proprio perché la provvisorietà iniziale del progetto migratorio e le difficoltà enormi della migrazione impongono di procedere per "tappe".
In genere arrivano con la famiglia, o cercano di farlo, coloro che non hanno possibilità di scelta, perché fuggono da situazioni di guerra, di pericolo o di fame, e richiedono asilo politico. Coloro che, insomma, vivono il loro esilio in maniera più o meno definitiva.
Anche tra gli immigrati "economici" si ritrovano però alcune situazioni anomale rispetto alla norma. Molti stranieri provenienti dal Ghana, ad esempio, sono giunti in Italia in coppia e spesso accompagnati anche da bambini molto piccoli. Oppure, i bambini nascono poco tempo dopo l'arrivo nel nuovo Paese. Le condizioni di lavoro e di alloggio e le difficoltà economiche costringono in alcuni casi questi genitori a separarsi dai figli e a riportarli nel Paese d'origine. Può succedere infatti che i ritmi di lavoro della madre, occupata quasi sempre come domestica o nelle imprese di pulizia, non riescano a conciliarsi con i bisogni di accudimento e di cura dei bambini. Così, i piccoli di uno, due, tre anni, nati in Italia e spesso inseriti per un certo tempo all’asilo nido, vengono portati nel Paese d'origine e affidati alle cure delle nonne e delle zie, della famiglia allargata. Il distacco precoce dal bimbo nato in Italia - per riportarlo in patria o per affidarlo a istituti socio-assistenziali - è la drammatica esperienza cui sono costrette ancora molte donne immigrate (soprattutto filippine) che lavorano come domestiche e che abitano presso i datori di lavoro (8).
La migrazione di ritorno
Dopo alcuni anni di lontananza il ricordo, la nostalgia, gli affetti lasciati provocano spesso una sorta di "idealizzazione" del Paese di origine. Questa situazione, oltre a rendere più difficile l'inserimento nel nuovo ambiente, porta molti immigrati a sognare il rientro nel proprio Paese. Ma la migrazione di ritorno è spesso difficile come la partenza: il suo successo può dipendere sia da condizioni interne che esterne all'immigrato.
Innanzitutto, il ritorno riesce se è stato pianificato con cura fin dall'inizio. "La facilità della reintegrazione dipende (...) dai legami mantenuti con la comunità d'origine e dalla lunghezza della permanenza all'estero degli immigrati, dall'età, dallo status socio-economico e dall'accesso alle risorse" (9). E' ipotizzabile che chi rimane lontano dal proprio Paese d'origine e ancora di più chi nasce e cresce all'estero possa trovare difficoltà nel reinserimento.
"A livello comunitario o familiare, molto dipende dal ruolo della famiglia allargata, dell'etnia che riceve i rientrati. Spesso si presume che gli immigrati di ritorno se la caveranno abbastanza bene, se verranno accolti dalle loro famiglie allargate" (10).
Anche la stabilità della società e l'entità del rientro (individuale o su grande scala) possono condizionare l'esito della migrazione di ritorno. "Comunque sia, lo status socio-economico e le risorse disponibili hanno una forte ascendenza sul grado e sulla velocità della reintegrazione" (11).
Secondo Mahmoud Mansoubi (12) "si può affermare che il ritorno riguardi soprattutto i primo-migranti, piuttosto che i loro discendenti di prima o seconda generazione. (...) Le disillusioni e la nostalgia non (...) risultano attualmente di grande efficacia nella maturazione della volontà del rientro. (...) Non solo non esistono grandi spinte al rientro in patria, semmai vi è una spinta, specie fra i più giovani, donne ed uomini, a restare e a trovarsi una collocazione migliore in seno alle società di approdo".
Note:
1. Nigrizia-Dossier Migrazioni, Mille radici, una sola umanità, in "Nigrizia", 1995, n. 9, p. 35.
2. Cfr. G. Favaro, Minori stranieri, in "Marginalità e società", 1987, n. 3, pp. 28-29.
3. Nigrizia-Dossier Migrazioni, Mille radici, una sola umanità, cit., p. 37.
5. UNFPA (a cura di), Lo stato della popolazione mondiale 1993, edizione italiana a cura dell'Associazione Italiana Popolazione e Sviluppo, Roma, 1993, p. 28.
6. Cfr. G. Favaro, Minori stranieri, op. cit., p. 30.
9. Nigrizia-Dossier Migrazioni, Mille radici, una sola umanità, op. cit., p. 42.
12. Mahmoud Mansoubi, islamologo e responsabile dell'Osservatorio Interdisciplinare sull'immigrazione mussulmana in Italia , intervistato da Francesca Giani in "Alfazeta", 1995, n. 42, pp. 40-42.
copyright © Educare.it - Anno V, Numero 10, Settembre 2005
DOI: 10.4440/200509/NIERO-PASQUALOTTO

