- Categoria: Pedagogia interculturale
Modelli familiari e percorsi migratori differenti - Il percorso di ricongiungimento
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Il percorso di ricongiungimento "al femminile"
Nella storia delle migrazioni e nell'analisi della "catena" migratoria, si ritrova quasi sempre l'uomo all'inizio della partenza e dell'esodo. Rispetto a questa consuetudine, la realtà italiana presenta alcuni aspetti particolari, data la forte presenza di donne straniere lavoratrici e migranti "attive", di donne cioè che hanno preso in prima persona la decisione della partenza. Esse rappresentano più del 40% degli immigrati nel nostro Paese. Sono per lo più domestiche e provengono da paesi diversi, soprattutto dalle Filippine, dalle isole di Capoverde, dalle Seychelles e dalle Mauritius, dall'Eritrea, dallo Sri Lanka e dall'America Latina.
Questa "femminizzazione della migrazione" "riflette l’accresciuta partecipazione delle donne a tutte le varie forme di migrazione e in tutte le regioni. Oggi le donne figurano in grande misura nella migrazione di forza lavoro, soprattutto perché la domanda di lavoratori domestici e a servizio è cresciuta" (4). "Alcune ricerche hanno dimostrato come (...) prevalgano motivazioni di tipo economico rispetto a quelle di tipo personale o sociale. In alcune aree come l'America Latina, le Filippine, il Pacifico Meridionale l'emigrazione di ragazze giovani fa parte della strategia di sopravvivenza delle famiglie" (5).
Sono dunque numerosi nel nostro Paese casi in cui le donne costituiscono "l'anello forte" della catena migratoria, quelle che organizzano l'arrivo dei familiari rimasti in patria, dei figli minori, talvolta anche dei mariti. Esse cercano in genere di preparare il ricongiungimento con più attenzione e cura di quanto normalmente facciano gli uomini, cercando di risolvere in maniera preventiva alcuni problemi, quali l'inserimento scolastico dei bambini, il loro accudimento, l'apprendimento della nuova lingua ... Può accadere inoltre che il marito neo-arrivato per ricongiungimento familiare si adatti con fatica e disagio alla situazione iniziale di dipendenza dalla moglie e all'impegno nelle attività domestiche, reputato in molti casi umiliante e marginale. Questa situazione può durare finché non trova un’occupazione propria ed autonoma (6).
La costituzione di un nucleo familiare nel Paese di emigrazione
Data l'appartenenza della maggior parte degli immigrati residenti in Italia ad una fascia di età decisamente giovane, molti di loro erano celibi o nubili al momento della partenza. Erano venuti qui con l'idea di fermarsi alcuni anni, ma il momento del rientro appare poi sempre più lontano nel tempo, fino a diventare quasi un sogno e un mito. E così, si fa sempre più forte la necessità di rivedere il progetto iniziale, di riprendere in mano la propria vita e di non rimandare ulteriormente importanti decisioni. Una di queste, la più carica di conseguenze e di ricadute sul progetto di permanenza nel Paese ospite, è certamente quella di costruire qui la propria famiglia.
Così diventano sempre più frequenti i matrimoni celebrati in Italia fra immigrati provenienti dalla stessa nazione o da Paesi diversi. Ma sono ancora più numerosi i casi degli uomini che tornano in patria per uno o due mesi e si sposano là con una compagna spesso proposta o scelta dai familiari. Così, alle difficoltà che derivano dal dover assumere ruoli sociali nuovi in un contesto di isolamento e di solitudine, facendo fronte a cambiamenti di vita e di identità profondissimi, si aggiunge anche lo sforzo di superare la diffidenza e di stabilire un dialogo con il coniuge, per molte donne quasi estraneo o conosciuto in maniera superficiale (7).
Infine occorre accennare a quanti si formano una famiglia sposando donne o uomini italiani. La cronaca ci dimostra spesso che, se la coppia non ha approfondito le differenze culturali, morali, religiose e non ne ha valutato l'impatto sulle convinzioni personali di entrambi i coniugi, il matrimonio può essere un'esperienza molto sofferta e problematica, anche quando non si conclude con la separazione.
Arrivare insieme nel nuovo Paese
L'arrivo contemporaneo, o molto ravvicinato nel tempo, di coppie o di interi nuclei familiari è molto raro, proprio perché la provvisorietà iniziale del progetto migratorio e le difficoltà enormi della migrazione impongono di procedere per "tappe".
In genere arrivano con la famiglia, o cercano di farlo, coloro che non hanno possibilità di scelta, perché fuggono da situazioni di guerra, di pericolo o di fame, e richiedono asilo politico. Coloro che, insomma, vivono il loro esilio in maniera più o meno definitiva.
Anche tra gli immigrati "economici" si ritrovano però alcune situazioni anomale rispetto alla norma. Molti stranieri provenienti dal Ghana, ad esempio, sono giunti in Italia in coppia e spesso accompagnati anche da bambini molto piccoli. Oppure, i bambini nascono poco tempo dopo l'arrivo nel nuovo Paese. Le condizioni di lavoro e di alloggio e le difficoltà economiche costringono in alcuni casi questi genitori a separarsi dai figli e a riportarli nel Paese d'origine. Può succedere infatti che i ritmi di lavoro della madre, occupata quasi sempre come domestica o nelle imprese di pulizia, non riescano a conciliarsi con i bisogni di accudimento e di cura dei bambini. Così, i piccoli di uno, due, tre anni, nati in Italia e spesso inseriti per un certo tempo all’asilo nido, vengono portati nel Paese d'origine e affidati alle cure delle nonne e delle zie, della famiglia allargata. Il distacco precoce dal bimbo nato in Italia - per riportarlo in patria o per affidarlo a istituti socio-assistenziali - è la drammatica esperienza cui sono costrette ancora molte donne immigrate (soprattutto filippine) che lavorano come domestiche e che abitano presso i datori di lavoro (8).

