- Categoria: Pedagogia interculturale
- Scritto da Fulvio Poletti
Contro la logica della forza. Educare alla pace e alla nonviolenza
L’articolo esamina il rapporto tra educazione alla pace, democrazia, giustizia e interculturalità, attraverso il confronto con il pensiero di Kant, Dewey, Freire e Panikkar. Muovendo dall’idea che la pace non coincida con la semplice assenza di conflitto, il contributo la interpreta come costruzione politica, pratica democratica, tensione emancipativa e processo interculturale. Ne emerge una concezione dell’educazione orientata alla formazione di cittadini critici, responsabili e capaci di trasformare il conflitto in occasione di partecipazione, dialogo e convivenza pluralistica.
The article examines the relationship between peace education, democracy, justice, and interculturality through an engagement with the thought of Kant, Dewey, Freire, and Panikkar. Starting from the assumption that peace cannot be reduced to the mere absence of conflict, the contribution interprets it as a political construction, a democratic practice, an emancipatory endeavor, and an intercultural process. From this perspective emerges a conception of education aimed at fostering critical, responsible citizens capable of transforming conflict into an opportunity for participation, dialogue, and pluralistic coexistence.
Introduzione
In un tempo in cui la guerra sembra essere tornata a imporsi come linguaggio ordinario della politica, parlare di pace può apparire ingenuo, superfluo o, peggio, retorico. I conflitti si moltiplicano e vengono affrontati non di rado manu militari; la violenza viene spesso giustificata come necessità strategica, il lessico bellico penetra nel discorso pubblico con una familiarità inquietante e il diritto internazionale appare sempre più fragile di fronte alla logica della “potenza”. Eppure, è proprio in questa profonda crisi che la pace torna a mostrarsi per ciò che realmente è: non una parentesi ideale della storia, non un supplemento morale per tempi migliori, ma un problema politico, culturale ed educativo di prima grandezza.
Se la forza bruta tende oggi a presentarsi come criterio ultimo di regolazione dei rapporti tra gli Stati e, più in generale, tra fazioni sociali e schieramenti di gruppi umani, allora educare alla pace non vuol dire indulgere in un’astratta bontà del mondo, né rifugiarsi in un linguaggio consolatorio incapace di misurarsi con la durezza del reale. Significa, al contrario, contrastare la naturalizzazione della violenza, sottrarre la guerra alla sua pretesa evidenza e ineluttabilità, interrompere l’idea che il dominio sia una costante inevitabile della convivenza umana. In questo quadro, tendere alla pace equivale a restituire centralità alla convinzione che la convivenza, anche quando è attraversata da conflitti, debba essere regolata da principi di giustizia, reciprocità e diritto. Pertanto, educazione alla pace e pedagogia interculturale non sono settori accessori del sapere educativo, ma una risposta critica alla brutalizzazione del presente.
La pace come costruzione politica
Immanuel Kant, nel suo progetto filosofico Per la pace perpetua (1795), non indulge in una fantasticheria morale né in una forma di pacifismo sentimentale, bensì propone un compito storico da affidare alla costruzione giuridica e politica della convivenza tra i popoli. La pace, per lui, non coincide con la mera sospensione delle ostilità, non si identifica con una tregua temporanea e nemmeno con una generica aspirazione etica: deve essere istituita, garantita, organizzata attraverso ordinamenti fondati sul diritto, su costituzioni repubblicane, su forme federative tra i popoli e su un principio cosmopolitico di ospitalità. In tal senso, la formula kantiana «Lo stato di pace fra uomini che vivano l’uno accanto all’altro, non è uno stato di natura (status naturalis); questo è invece uno stato di guerra, ossia anche se non sempre comporta lo scoppio delle ostilità ma piuttosto la costante minaccia di esse». Lo stato di pace deve dunque essere «istituito» (Kant, 1795/2018, p. 299) conserva intatta tutta la sua salienza.
Il significato del passaggio è più radicale di quanto possa apparire a una prima lettura. Kant ci ricorda che la pace non è spontanea, non nasce da sé, non scaturisce automaticamente dalla stanchezza prodotta dalla guerra; è una costruzione artificiale nel senso più alto del termine, cioè un’opera della ragione pratica, del diritto e delle istituzioni. Si tratta di una conquista preziosa che, mediante l’imprescindibile opera regolativa della politica, va perseguita sempre di nuovo, con perseveranza e senza lesinare sforzi continui di negoziazione, mediazione e compromesso. Dove la pace non viene istituita, tende infatti a riemergere la possibilità permanente della violenza.
In un’epoca in cui l’indebolimento delle sedi multilaterali e il discredito del diritto internazionale inducono molti a considerare la politica mondiale come un teatro dominato esclusivamente dai rapporti di potenza – finanziaria, muscolare, bellica –, la lezione kantiana ci riporta a considerare la convivenza pacifica come questione di ordine pubblico, di architettura istituzionale, di vincoli giuridici capaci di limitare l’arbitrio della forza. Ci ricorda che essa o assume forma giuridica, oppure resta esposta alla precarietà delle convenienze contingenti, degli interessi di parte e della volontà dei bulli di turno. E tuttavia, proprio qui emerge un limite apparente della sua impostazione o, meglio, una domanda ulteriore: basta il diritto a produrre una cultura della pace?
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Autore: Fulvio Poletti, professore alla SUPSI (Scuola Universitaria Professionale della Svizzera Italiana) e già responsabile del ‘Servizio didattica e formazione dei docenti’ di tale istituzione, ha sviluppato i suoi interessi attorno ai seguenti campi: pedagogia sociale e interculturale, formazione e didattica universitaria, questioni giovanili, peer education.
copyright © Educare.it - Anno XXVI, N. 6, Giugno 2026

