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Una pedagogia digitale in risposta ad una emergenza educativa: analisi di una prima esperienza

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cru9 web


L’articolo documenta la fase sperimentale di un’azione educativa rivolta alla vita on line di ragazzi ed adolescenti, promossa all’interno di un Distretto sociosanitario della provincia di Verona. Si tratta di un’emergenza educativa poiché riguarda un aspetto della crescita che non era presente nelle generazioni precedenti, che richiede modalità inedite di prevenzione ed intervento da parte degli educatori di professione.

 

Introduzione

Solitudine e iperconnessione sembrano apparentemente due dimensioni che non possono coesistere, ma non è così. Se le possibilità aperte dalle nuove tecnologie consentono di appartenere ad un gruppo sociale e di mantenere le relazioni a distanza, ricorre il rischio che, particolarmente in età evolutiva, non si sviluppino quelle abilità sociali che si allenano nelle relazioni di prossimità. In questo momento storico particolare sta emergendo una sorta di polarizzazione dei vissuti individuali, dove le incessanti esperienze virtuali in alcuni accentuano il senso di inadeguatezza personale rispetto agli altri ed acuiscono sentimenti di solitudine, mentre per altri il web diventa una vetrina dove far mostra di sé, in un’esibizione narcisistica che comunque svela una fragilità interiore (Lancini, 2015).

Se vi era una certa consapevolezza di questi rischi tra genitori ed insegnanti, il periodo pandemico ha reso internet uno strumento così indispensabile per avere una continuità in attività essenziali della vita come la scuola ed il lavoro da cambiare il consenso sociale sull’uso delle tecnologie: nella percezione comune, oggi i vantaggi sono di gran lunga superiori ad i rischi.  Un ragazzo della "Generazione Z" utilizza lo smartphone connesso alla rete per seguire le videolezioni, chattare, postare contenuti attraverso i social, guardare video su Youtube, ascoltare musica, giocare da solo o con gli amici, eseguire ricerche per la scuola, seguire live su Twitch, guardare le serie tv preferite. Anche l'amicizia si costruisce online e viene vissuta come autentica, a volte più di molte amicizie tradizionali. Che cosa c’è di male in tutto questo? Ci sono attenzioni da coltivare dal punto di vista educativo? A questi interrogativi offre alcune risposte questo articolo, alla luce di un’esperienza pilota di educazione digitale nell’Azienda sociosanitaria ULSS 9 di Verona.

Un problema di contenuti

In questo periodo particolare il tempo di collegamento non può essere considerato come unico indicatore dell’utilizzo corretto dei dispositivi connessi a Internet. Per individuarne altri è necessario assumere quella prospettiva pedagogica che permette di esplorare quanto i compiti evolutivi con cui devono confrontarsi ragazzi ed adolescenti siano favoriti o ostacolati da un uso disfunzionale del web. La ricerca, quindi, riguarda i contenuti: di cosa si riempie il tempo trascorso in rete, chi si incontra durante la navigazione, che risposte si trovano alle domande che l’esistenza pone durante gli anni dello sviluppo. C’è da chiedersi, inoltre, se questi contenuti modificano il contenitore, cioè se si sta creando una “forma mentis digitale”, che porta a considerare come normale la vita sociale che avviene a distanza, che basa la positiva percezione di sé, cioè quell’autostima che costituisce un fattore protettivo dello sviluppo psicologico, sul numero dei followers sui social media.

Nella delicata fase di definizione della propria identità, poi, è da considerare l’influenza dei personaggi che sul web hanno maggiore popolarità: chi sono, grazie a cosa si sono affermati tra i milioni che rimangono anonimi, quali valori e quale stile di vita veicolano. A fungere da modelli sono sempre individui caratterizzati da forme di eccesso: spesso di bellezza fisica, di destrezza nei videogiochi, di sfrontatezza, di temerarietà, di volgarità, di stupidità; più raramente in abilità di tipo culturale, artistico o manuale. Essi hanno un potere di modellamento tanto più grande quanto rimane indiscusso, cioè non è fatto oggetto di analisi critica perché vissuto nella riservatezza di uno smartphone rigorosamente protetto da password. Se dalla rete si ricavano gli “standard” del successo e della felicità, che sono aspirazioni plausibili per la propria vita, ragazzi ed adolescenti hanno davanti un’opzione: cercare di assomigliare a quei modelli oppure crearsi un avatar, cioè un’identità virtuale alternativa che mascheri il senso di inadeguatezza che provano, avviando così un progressivo distacco dalla realtà.

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L'articolo completo in italiano è disponibile in allegato per gli abbonati.


Autori: Michele Sartori, Giorgio Cipriani, Roberta Alberghini, Davide Benedetti, Natascia Martini, Alessia Pelanda, Paola Zermian (educatori equipe CRU9 Azienda ULSS 9 Scaligera di Verona), Luciano Pasqualotto (consulente scientifico del progetto CRU9, Università di Verona).


copyright © Educare.it - Anno XXI, N. 4, Aprile 2021

 

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