- Categoria: Lavoro sociale
- Scritto da Enea Mammi
Oltre il sintomo: disagio giovanile ed educativa di strada
L’articolo critica il paradigma “sintomatico” con cui, negli ultimi anni, viene spesso letto il cosiddetto disagio giovanile: un paradigma che tende a ridurre fenomeni complessi a segnali isolati (“baby gang”, episodi di violenza, “emergenze” improvvise), amplificati dall’onda mediatica e tradotti in risposte rapide, visibili e facilmente rendicontabili. In questo scenario, una progettualità “temporizzata” rischia di produrre interventi brevi e rassicuranti più che trasformativi, spostando implicitamente il problema sui giovani e lasciando sullo sfondo le responsabilità della comunità e del sistema sociale. L’articolo propone di riaprire lo sguardo: i comportamenti sono sempre situati in contesti relazionali e territoriali; l’agentività implica dinamiche di potere e di potenziale conflitto, che possono degenerare o trasformarsi a seconda degli spazi di mediazione disponibili. Ne consegue una tesi: l’educativa di strada, se vuole essere efficace, non può ridursi a “gestione dell’emergenza” o mandato securitario, ma deve essere riconosciuta come infrastruttura di prossimità capace di lavorare sul legame sociale, sulle istituzioni e sulle condizioni che generano i sintomi.
The article critiques the “symptomatic” paradigm through which youth distress has increasingly been interpreted in recent years: a paradigm that tends to reduce complex phenomena to isolated signals (“baby gangs,” episodes of violence, sudden “emergencies”), amplified by media coverage and translated into rapid, visible, and easily reportable responses. Within this framework, short-term, time-bound projects proliferate, often producing interventions that are reassuring rather than transformative, implicitly shifting responsibility onto young people while leaving the broader social and community context in the background. The article proposes broadening this perspective: behaviors are always situated within relational and territorial contexts, and agency involves dynamics of power and potential conflict that may either escalate or become opportunities for change, depending on the availability of mediation spaces. It follows that street-based education, if it is to be effective, cannot be reduced to emergency management or a securitarian mandate, but should instead be understood as a community-based infrastructure capable of working on social bonds, institutions, and the conditions that generate the symptoms.
Il paradigma del sintomo
Si narra che uno degli effetti iatrogeni della condizione pandemica legata al Covid-19 sia la slatentizzazione del “disagio giovanile” (Autorità Garante per l'Infanzia e l'Adolescenza, 2021). Dopo qualche anno di presunta letargia (del mondo adulto), la questione è riemersa come una fenice, illuminata dalla luce accecante dei riflettori social e alimentata dalle cronache quotidiane della stampa locale e nazionale. Cronache che talvolta sembrano compiacersi nel raccontare di fantomatiche “baby gang” capaci di tenere in scacco un altrettanto fantomatico «quieto vivere cittadino» – ciò che Stanley Cohen avrebbe riconosciuto come un classico «panico morale» (Cohen, 2019; Bozzetti, 2023; Crocitti & Selmini, 2024).
Va detto che, all'interno del grande contenitore del disagio giovanile, una parte della rappresentazione mediatica tende a selezionare soprattutto ciò che fa notizia, scuotendo l’ordine sociale prestabilito. Risse facili, coltelli pronti, violenze che paiono gratuite: tutti quei comportamenti che la psicologia definisce “esternalizzanti”, cioè che riversano all’esterno il disagio vissuto (APA, 2018). Fanno meno clamore i sempre più diffusi comportamenti “internalizzanti” di chi si ritira in una sofferenza silenziosa, che, sebbene non produca allarme sociale, per le famiglie risuona in modo ben più intenso. La stessa famiglia che, non dimentichiamolo, continua a reggere buona parte del peso del welfare italiano (Saraceno, 1994).
La complessità di questi fenomeni dovrebbe coinvolgere l’intera comunità di riferimento. Invece, il più delle volte, si assiste a una loro riduzione a etichette semplificatorie che producono come effetto collaterale la deresponsabilizzazione della comunità adulta, la cui azione tende a limitarsi alla repressione e/o contenimento in un caso, e alla presa in carico protettiva – talvolta medicalizzata – nell’altro. Davanti a queste semplificazioni, viene spontaneo volgere uno sguardo alle politiche sociali ed educative. La speranza è di intercettare una visione più ampia delle questioni sociali. Tuttavia, non è raro assistere a forme di intervento concentrate prevalentemente sul sintomo, anziché leggerlo per ciò che è: espressione di un sistema problematico che richiederebbe un approccio più ampio. Come se lavorare sui giovani (o con i giovani, come a noi educatori piace dichiarare, illudendoci che la sostituzione di una preposizione basti a trasformare un intervento calato dall’alto in un percorso realmente condiviso e partecipato) potesse risolvere un problema di carattere sistemico, che pertanto ci riguarda tutti.
Rassicurare è più semplice che cambiare
Questo paradigma “sintomatico”, applicato al cosiddetto “disagio giovanile”, trova conferma nella proliferazione di progetti e progettini “temporizzati”, pensati per rispondere all’emergenza. Emergenze talvolta più percepite che reali, alimentate dall’onda mediatica, quasi sempre affrontate con interventi brevi, purché visibili e immediatamente rendicontabili, perché possano essere restituiti all’opinione pubblica attraverso modalità che ricalcano le stesse onde mediatiche da cui spesso sono stati generati. Oltretutto, queste azioni progettuali non di rado si sovrappongono, poiché sono sostenute da capitoli di finanziamento distinti. Ne emerge un mosaico disordinato che rispecchia – e alimenta – la frammentazione e la difficoltà di una governance nel dotarsi di uno sguardo capace di tenere insieme la complessità, interpretarla e, soprattutto, prevenirla. Prevenire sarà anche meglio che curare, ma è noioso: non fa notizia e non porta plausi.
Come se non bastasse, gli obiettivi mirabolanti che muovono questi progetti finiscono spesso schiacciati da un obiettivo non dichiarato di cui però si respira forte la presenza: un fantasma dagli effetti molto reali messo al servizio della rassicurazione dei cittadini, come a dire “stiamo lavorando per voi”. Così passa sottotraccia un messaggio preciso: non è la comunità a dover cambiare, il problema sono “i giovani”. Si compartimenta l’“oggetto” di lavoro e si dimentica che gli individui – e ancor più le categorie di persone (i “giovani”, i “fragili”, i “devianti”) – sono astrazioni utili a orientarci, ma pericolose quando diventano gabbie: le singole persone e i loro comportamenti, qualunque forma essi assumano, sono sempre situati e incarnati in un contesto relazionale che ci connette tutti (Bronfenbrenner, 2002). “In principio è la relazione”, scriveva Martin Buber a inizio del secolo scorso, concetto ampiamente dimostrato dalle più recenti neuroscienze cognitive.
In tutto questo formale battagliare, il rischio è che la forma metta in secondo piano la sostanza: il benessere e la valorizzazione dei giovani nella comunità. Si parla tanto di “mettere i giovani al centro”, e noi educatori, mestiere dalle facili illusioni – da cui le tante delusioni – ci ostiniamo a credere che con “centro” si intenda il cuore pulsante della comunità e, di conseguenza, significhi promuovere l’agentività. Il più delle volte, invece, questo “centro” assume le sembianze di un occhio di bue che si accende giusto il tempo di far sperimentare ai giovani un’“esperienza di protagonismo giovanile”, confezionata secondo il format di un talent show: breve, spettacolare, senza attrito. Il pubblico – la cittadinanza – resta pubblico in platea che osserva, applaude, fischia e, talvolta, dorme della grossa, nel pieno rispetto del format offerto.
La differenza non è per niente sottile, dal momento che l’agentività ha a che fare con la presa di potere – nel senso freireano del termine (Freire, 2022) –, e da che mondo è mondo chi prende potere non può che scontrarsi ed entrare in conflitto con chi il potere lo detiene. Che poi questo conflitto sfoci in violenza o diventi trasformazione collettiva dipende da come viene gestito e dagli spazi di mediazione concessi. La storia, su questo, non è certo avara di esempi.
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Autore: Enea Mammi, psicologo e educatore socio-pedagogico. Opera nel terzo settore come formatore sui temi dei comportamenti a rischio in adolescenza e coordina progetti di educativa di strada.
copyright © Educare.it - Anno XXVI, N. 5, Maggio 2026

