Educare.it - Rivista open access sui temi dell'educazione - Anno XXVI, n. 8 - Agosto 2026

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Disturbi alimentari ed educativa domiciliare: oltre la prospettiva clinica

DCAL’articolo presenta gli esiti di una ricerca esplorativa sui bisogni vissuti da adolescenti con disturbi del comportamento alimentare e dalle loro famiglie nella delicata fase del rientro a casa dopo il ricovero. Lo studio, condotto attraverso interviste semi-strutturate a tre nuclei familiari e analizzato secondo il metodo fenomenologico empirico, mette in luce criticità relative alla ricostruzione della quotidianità, al clima familiare, alla comunicazione tra genitori e figli, alla paura delle ricadute e al senso di isolamento avvertito dalle figure genitoriali. Assumendo la prospettiva bio-psico-sociale, il contributo evidenzia come la presa in carico clinico-terapeutica, pur indispensabile, possa non rispondere appieno ai bisogni educativi, relazionali e progettuali che emergono nella fase post-dimissione. I risultati, pur non generalizzabili per la natura esplorativa e la ridotta ampiezza del campione, offrono indicazioni utili per ipotizzare la sperimentazione di interventi di educativa domiciliare integrati nel percorso di cura. Tale dispositivo potrebbe favorire la mediazione tra contesto clinico e vita quotidiana, sostenere il nucleo familiare e accompagnare l’adolescente nella ridefinizione del proprio progetto di vita, all’interno di un lavoro di rete multiprofessionale.

The article presents the findings of an exploratory study on the needs experienced by adolescents with eating disorders and their families during the delicate transition back home after hospitalization. The study, based on semi-structured interviews with three family units and analyzed using the empirical phenomenological method, highlights critical issues related to rebuilding everyday life, family climate, parent–child communication, fear of relapse, and the sense of isolation experienced by parents. Adopting a biopsychosocial perspective, the article shows that, although essential, clinical and therapeutic caremay not fully address the educational, relational, and life-planning needs that emerge after discharge. Although the findings cannot be generalized because of the exploratory nature of the study and the small sample size, they offer useful indications for considering the experimental introduction of home-based educational interventions integrated into the care pathway. Such an intervention could help bridge the gap between the clinical setting and everyday life, support the family as a whole, and accompany the adolescent in redefining their life project within a multidisciplinary network of care.

Introduzione

Gli adolescenti affrontano sempre più difficoltà sociali e globali, che amplificano la complessità delle sfide evolutive con cui si trovano a confrontarsi, tra un corpo e una psiche che si sviluppano al di fuori del proprio controllo. Una delle problematiche più rappresentative di questa dinamica è il costante aumento dei disturbi alimentari. Quando insorge un problema di salute come questo, si rischia di ridurre la persona al solo sintomo, medicalizzando la situazione e senza riconoscere il bisogno di tornare a vivere pienamente la propria quotidianità da protagonista. La prospettiva bio-psico-sociale dell’ICF aiuta a considerare la qualità di vita complessiva, secondo un approccio multifattoriale che tiene conto dell’interazione tra le condizioni fisiche e mentali e dell’influenza del contesto esterno. Tale approccio aiuta a definire un progetto di cura e riabilitazione in cui non va tralasciata alcuna dimensione, a partire dal riconoscimento dell’interdipendenza dei fattori che contribuiscono al benessere della persona. In questa prospettiva, un percorso di educativa domiciliare può integrare utilmente la terapia medico-psicologica, al fine di agevolare l’adolescente nella ricostruzione del proprio progetto di vita e i familiari nella gestione relazionale e comunicativa, a supporto del figlio, per ripensare una nuova quotidianità domestica.

Quando il cibo diventa un problema

Tra le difficoltà più complesse, e in costante aumento, tra i giovani vi sono i disturbi alimentari (DCA), che non sono semplici "problemi con il cibo", ma manifestazioni di una sofferenza profonda che si intreccia con la ‘normale’ fatica del crescere, divenuta sempre più problematica.

Il corpo viene spesso vissuto come estraneo alla propria identità, incapace di rispecchiarla e di darle giustizia. In questi casi, esso stesso diviene vittima di aggressioni e dolore che l’adolescente gli imprime. L’attacco diretto al corpo è l’espressione tipica del disagio dei ragazzi affetti da disturbi del comportamento alimentare, che tendono ad usarlo come mezzo per ‘digerire’ contenuti emotivi e affettivi troppo complessi per loro da elaborare cognitivamente. In questa circostanza i soggetti presentano disordini alimentari che si accentuano gradualmente, giungendo a privarsi del cibo o ad abusarne, perdendone il controllo e assumendo comportamenti compensatori che incidono negativamente sul fisico e sulla mente.

Chi ne soffre arriva a mangiare di nascosto dai propri familiari, salta i pasti, ingegna grandi quantità di cibo in un’unica volta, perde o assume visibilmente una grande quantità di peso corporeo, ma allo stesso tempo potrebbe non mostrare alcun cambiamento apparente, sebbene il problema possa già essere ben radicato in lui. Le caratteristiche di questa problematica sono molteplici e variano anche in base a fattori personali. Il DSM-5, manuale diagnostico dei disturbi mentali, classifica i disturbi dell’alimentazione in tre categorie principali: Anoressia Nervosa, Bulimia Nervosa e disturbo da Binge-Eating, ma si riscontrano anche altre criticità riconducibili allo stesso spettro diagnostico. Le cause di questi disturbi sono definite multifunzionali, ovvero molteplici e fra loro connesse, e coinvolgono aspetti sociali, relazionali, familiari e identitari.

Secondo quanto riporta il Ministero della Salute sui disturbi del comportamento alimentare, più di tre milioni sono le persone affette in Italia, soprattutto da Anoressia Nervosa. La maggior parte è composta da giovani adolescenti (l’8-10% delle ragazze e lo 0,5-1% dei ragazzi), la cui situazione è stata aggravata dalla pandemia di Covid-19, con un incremento dei casi del 30-35%, anche nei maschi pre-adolescenti e adolescenti, e un abbassamento dell’età d’esordio, sugli 8-9 anni. La maggioranza degli individui colpiti appartiene al genere femminile, con una percentuale compresa tra il 90% e il 95% dei casi. Infatti, stando ai dati, già in terza elementare il 50% delle bambine dichiara di essere insoddisfatta del proprio corpo, mostrando come la cultura estetica della magrezza si instauri già nelle menti infantili. Inoltre, anche la manifestazione più precoce del menarca (il primo ciclo mestruale) rispetto a solo dieci anni fa, porta le bambine a dover fare i conti con i bisogni di un corpo da donna adulta, nonostante siano emotivamente e psicologicamente ancora troppo piccole.

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Autori: Emma Rodati è laureata in Scienze dell’Educazione presso l’Università di Verona. I suoi principali ambiti di interesse riguardano il contrasto al disagio giovanile e lo sviluppo di strategie educative a sostegno di situazioni di fragilità familiare. Claudio Girelli è professore associato di pedagogia sperimentale presso il Dipartimento di Scienze Umane dell’Università degli Studi di Verona. La sua ricerca valorizza e promuove pratiche didattiche ed educative utili a sviluppare l'innovazione nelle situazioni di disagio educativo. Per questo si trova ad interagire con insegnanti ed educatori in percorsi di ricerca-formazione e di consulenza.


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