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- Scritto da Marco Biagini
Esperienza e educazione nel pensiero di John Dewey
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La produzione di John Dewey presenta una ricchezza di contenuti e direzioni difficilmente rinvenibili in altri pensieri del Novecento, trovando posto contributi che spaziano dalla filosofia alla psicologia, dalla pedagogia alla logica, dalla politica alla sociologia.
Si tratta, ed è bene sottolinearlo, di un disegno unitario che attraversa un lungo arco di tempo: dagli ultimi due decenni dell’Ottocento fino alla metà del Novecento.
Dewey, riflettendo sull'ampiezza e sul significato del proprio lavoro, cercò di individuare un nucleo concettuale che lo qualificasse, arrivando sempre a determinarlo nell’indagine intorno all’educazione e rifiutando di ritenere vera conoscenza quella che non avesse un’implicazione relativa all’agire umano.
Il processo educativo acquisisce, in tal modo, una funzione regolativa, vagliando ogni forma di pensiero secondo la possibilità di coniugare attività teorica e pratica, allontanando al contempo categorie interpretative prive di ogni funzione esplicativa.
Non a caso nel 1928 Dewey pubblica La ricerca della certezza, opera fortemente critica nei confronti di quelle correnti filosofiche che, rifiutando di prendere atto delle mutate condizioni sociali e culturali del mondo contemporaneo, continuano a perpetuare vecchi schemi interpretativi al solo scopo di mantenere salde le presunte certezze del passato.
Sbaglierebbe, di conseguenza, chi leggesse le maggiori opere pedagogiche deweyane – Il mio credo pedagogico (1899), Democrazia e educazione (1916) ed Esperienza e educazione (1938) – in modo disarticolato, slegate dalla complessiva produzione del filosofo statunitense.
Come cercheremo di dimostrare, all'interno del pensiero di quest'ultimo esiste una sostanziale continuità concettuale, accompagnata al tentativo di assegnare maggiore unitarietà e sistemazione al proprio lavoro, analizzando a più riprese quelle categorie, come ad esempio la sovrapposizione tra esperienza e educazione, che avrebbero potuto ingenerare errate interpretazioni. La produzione degli anni Venti assolve a questo scopo, attraverso la comparsa di tre importanti lavori: Natura e condotta dell’uomo (1922), Esperienza e natura (1925) ed il già citato La ricerca della certezza (1928).
Si tratta di opere che affrontano tre importanti ambiti della ricerca filosofica, ovverosia quello antropologico, metafisico e gnoseologico. La pedagogia deweyana acquisisce in tal modo una fondazione unica nel panorama novecentesco, legando le tematiche educative a considerazioni non episodiche ma generali. Una pedagogia che non rinuncia ad interrogarsi intorno alla collocazione dell'uomo nel mondo e alla possibilità di percorrere feconde vie di conoscenza.
Quanto sia stato difficile raggiungere questa unitarietà di pensiero è dimostrato dallo stile compositivo: sovente compare una prosa contorta, ridondante, poco propensa a mantenere un chiaro percorso espositivo. Basterebbe, a questo proposito, confrontare la sobrietà e la nettezza de Il mio credo pedagogico con una delle tre opere citate per accorgersi quanto questa considerazione sia fondata.
Nel percorso che cercheremo di delineare, metteremo in evidenza i concetti maggiormente ricorrenti nella produzione degli anni Venti, passando successivamente a verificare quali conseguenze queste conquiste abbiano prodotto nella seconda fase della riflessione pedagogica deweyana, quella gravitante attorno al lavoro Esperienza e educazione.
Inizieremo dalla considerazione che il filosofo statunitense ebbe del proprio pensiero in relazione a quelli comparsi in precedenza.

