- Categoria: Disegno ed espressioni artistiche
- Scritto da F. Pinciroli, A. Reati
Il fumetto come strumento psicopedagogico
Article Index
In una società come la nostra, abituata alla comunicazione di massa, ai messaggi pubblicitari e non veicolati attraverso canali sempre più multimediali, si sta perdendo il senso della lettura: si leggono pochi libri, pochissimo i quotidiani, si guarda molto la televisione e la pubblicità ci bersaglia da tutti i lati attraverso immagini accattivanti per contenuto erotico o per costruzione grafica.
Questo scenario è solo parzialmente negativo: infatti se da un lato si corre il rischio di “disabituarsi” alla lettura pura e semplice a discapito d’una visione d’insieme delle informazioni che ci giungono, dall’altro s’impone un affinamento delle capacità di “leggere il mondo” [1], ossia, come afferma Giovanni Genovesi “recuperare in pieno l’etimo del termine lettura il cui significato si è reso unilaterale nel tempo per ragioni storiche [...]. che determinarono il primato del linguaggio scritto su qualsiasi altra forma di comunicazione” [2]. Questa affermazione riteniamo si debba specificare nel senso che la scrittura, dopo aver a lungo detenuto tale primato, lo ha perso ad appannaggio d’una comunicazione basata principalmente sulle immagini televisive. Scrive ancora Genovesi: “Lettura significa ‘raccolta’ e sta quindi a significare l’azione con cui la mente riunisce i vari dati che la realtà le offre per ordinarli secondo uno schema” [3]. Leggere significa quindi dare una struttura ad una serie d’informazioni di per sé caotiche.
Eppure la cultura dominante definisce la lettura come la semplice decodificazione d’una serie di simboli alfabetici, il che, se vogliamo, è una limitazione imposta, dal momento che il bambino impara da prima a dare un nome alle cose che vede e poi a scriverne e leggerne la parola corrispondente.
Possiamo quindi affermare che il processo di strutturazione delle informazioni che ci arrivano è per lo più istintivo e corre il rischio d’essere castrato dalla cultura dominante: se Godard sosteneva che la pubblicità è il fascismo dei nostri tempi, Goffredo Fofi drammatizza ulteriormente il quadro aggiungendo che anche stampa e TV lo sono [4]. Acquisire una capacità di “leggere il mondo” ad un livello sempre meno istintivo e sempre più consapevole è la chiave di volta per poter “ottenere in quel mondo una qualche trasformazione” [5].
Compito dell’educazione è di sostenere il passaggio dal livello istintivo a quello consapevole avvalendosi di tutti i mezzi che la storia mette a disposizione allo scopo di superare la storia stessa. In altre parole l’educazione (alla lettura) deve portare a compimento il suo fine ultimo, operando dei cambiamenti sociali educendo delle capacità dagli educandi.
Questo processo, nella sua strutturazione pratica, presuppone la presenza d’un educatore che sappia utilizzare un mezzo in grado di giungere all’obiettivo.
Di conseguenza il mezzo è importante tanto quanto lo è il fine che si vuole raggiungere ed è altresì importante la conoscenza del mezzo, per impedirne l’utilizzo improprio.
In questo contesto si colloca il fumetto, un media da sempre bistrattato, relegato ai più bassi livelli della gerarchia culturale, ritenuto un banale passatempo per bambini che in virtù di chissà quale alchimia diventa una pericolosa distrazione non appena il bambino passa dalle elementari alle medie inferiori.
Il fumetto può, tuttavia, essere un ottimo strumento sia per sviluppare l’immagine, la fantasia e l’inconscio, che per trasmettere modelli di riferimento positivi nei destinatari della comunicazione, tuttavia è necessario conoscere i meccanismi che psicologici che “regolano” il suo utilizzo in ambito educativo professionale.
In questo articolo cercheremo di spiegare questi meccanismi, rimandando alla bibliografia citata nelle note per ulteriori approfondimenti.

