- Categoria: Disegno ed espressioni artistiche
Possibilità educative in movimento. Educare con la danza
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La Danza è ormai un’arte molto conosciuta e molto apprezzata, anche grazie alla larga diffusione che ne stanno facendo i mass media. Tuttavia, troppo spesso si pone l’accento sul suo aspetto virtuosistico e spettacoli stico, dimenticandone le valenze educative e relazionali. Nel 1982, su iniziativa dell’International Dance Council e dell’International Institut Theatre – UNESCO, è istituita la Giornata Mondiale della Danza, allo scopo di ricordare l’importanza che quest’arte ha nello sviluppo dell’Uomo, tanto sul piano ontogenetico, quanto sul piano filogenetico. La data scelta per festeggiare la danza nel mondo è il 29 aprile, in onore di Jean-Georges Noverre, nato a Parigi il 29 aprile 1727 e morto a Saint-Germain en Laye nel 1810, creatore del balletto moderno.
Jean Georges Noverre, ballerino e coreografo del Settecento, è considerato tra i massimi teorici e riformatori del balletto: pur ritenendo la tecnica necessaria, fu l’artista che combatté perché l’espressione nell’opera coreutica comparisse al primo posto.
Noverre fu l’artista che massimamente sentì l’esigenza di riportare la danza verso una rappresentazione autentica della realtà umana, sforzandosi in tutte le maniere di liberarla dal gioco vacuo del virtuosismo fine a se stesso tanto caro ai danzatori, anche i più illustri, del ‘700
Per Noverre, la Danza era l’arte di trasmettere le emozioni e le azioni dell’animo umano dello spettatore, attraverso l’espressione vera dei movimenti del corpo del ballerino. La Danza deve parlare prima di tutto della condizione umana.
Queste sue idee, considerate troppo innovative all’epoca del Re Sole e del Minuetto, gli costarono addirittura l’esilio dalla Francia. Siamo nello stesso periodo storico, in cui Rousseau scrive uno dei suoi testi più importanti, ancora oggi studiati in pedagogia: “Emilio, ovvero, dell’educazione” (1762), che –allo stesso modo- per il suo contenuto considerato quasi blasfemo, costrinse Rousseau a lasciare la Francia.
Nell’Emilio anche Rousseau scrive che «il nostro vero studio è quello della condizione umana».
Duecento anni dopo, viene pubblicato un testo, oggi molto noto, dal titolo La testa ben fatta, ma dal sottotitolo ancora più significativo nel contesto della nostra ricerca “Riforma dell’insegnamento e riforma del pensiero”. L’autore è Edgar Morin, filosofo e sociologo francese contemporaneo.
Duecento anni dopo egli sostiene ancora la medesima tesi: «La missione dell’insegnamento è di trasmettere non del puro sapere, ma una cultura che permetta di comprendere la nostra condizione e di aiutarci a vivere».
Morin riconosce che l’apporto delle arti in particolare, allo studio della condizione umana è capitale:
Le arti ci schiudono la dimensione estetica dell’esistenza e, secondo l’adagio che dice “la natura imita ciò che l’opera d’arte le propone”, ci insegnano a meglio vedere esteticamente il mondo. Si tratta di rivelare che in ogni grande opera della letteratura, del cinema, della poesia, della musica, della pittura, della scultura, c’è un pensiero profondo sulla condizione umana.
In questo dobbiamo dire che Morin fa un grande torto alla Danza, dimenticandosi di citarla tra le varie forme d’arte.
Ci piace pensare che si tratti solo di una dimenticanza e che, per una sfortunata serie di coincidenze, Morin non abbia mai avuto il piacere di leggere l’opera di Curt Sachs “Storia della Danza”, una storia universale della Danza, che pur essendo stata pubblicata del 1933 rimane ancora oggi un classico insuperato, per l’ampiezza della trattazione storica e filologica dell’arte e dell’espressione coreutica.
A proposito delle arti, Sachs scrive
La danza è la madre delle arti. Musica e poesia si determinano nel tempo, le arti figurative e l’architettura nello spazio: la Danza vive ugualmente nel tempo e nello spazio. In essa creatore e creazione, opera ed artista, fanno tutt’uno. Movimento ritmico in una successione spazio temporale, senso plastico dello spazio, viva rappresentazione di una realtà visiva e fantastica. Danzando, l’uomo ricrea queste cose con il suo stesso corpo, ancor prima di affidare alla materia, alla pietra, alla parola, il risultato della sua esperienza. La parola arte, però […] non riesce a rendere compiutamente la pienezza di vita della danza. Infatti nella danza i confini tra corpo e anima, tra espressione libera dei sentimenti e finalità utilitarie, tra società ed individualismo, tra gioco, culto, lotta e rappresentazione scenica, tutti i confini che l’umanità a costruito nel corso della sua evoluzione, si annullano.
Sulla stessa lunghezza d’onda di Sachs, Maurice Bejart, famosissimo danzatore e coreografo francese scomparso nel 2007, scrive: «La danza è una delle rare attività umane in cui l’uomo si trova totalmente impegnato: corpo, cuore e spirito. La danza è uno sport completo».
In questo senso, la danza sembra perfetta per assolvere alla questione che Edgar Morin pone alla base delle sue riflessioni sull'umanità e sul mondo: la necessità di una nuova conoscenza che superi la separazione dei saperi presente nella nostra epoca e che sia capace di educare gli educatori ad un pensiero della complessità.
Morin sostiene che è spezzata in due blocchi: da una parte la cultura umanistica e dall’altra la cultura scientifica.
Egli ritiene che la sfida delle sfide in educazione sia
la riforma di pensiero che consentirebbe il pieno impiego dell’intelligenza per rispondere a queste sfide e che permetterebbe il legame delle due culture disgiunte. Si tratta di una riforma non programmatica ma paradigmatica, poiché concerne la nostra attitudine a organizzare la conoscenza.

