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  • Categoria: Bambini

Per un effettivo puerocentrismo

Il richiamo alla centralità della persona, ed in particolare quella del bambino, ricorre in vari ambiti della letteratura, da quella pedagogica fino ai testi giuridici.
Nell’azione educativa, così come in ogni tipo di intervento (amministrativo, politico, sociale), si dovrebbe tener conto della singolarità e complessità di ogni bambino, della sua articolata identità in tutti i suoi aspetti: cognitivi, affettivi, relazionali, corporei, etici, spirituali, religiosi. Centrali devono essere anche le sue aspirazioni e capacità, ma anche le fragilità nelle varie fasi di sviluppo e di formazione, rispetto alle quali occorre un aiuto che non sia meramente compiacente o sostitutivo, ma che lo conduca gradualmente alla ricerca di orizzonti di significato (mutuando la terminologia del secondo paragrafo delle Indicazioni per il curricolo del 2007 del Ministero della Pubblica Istruzione).

Nella realtà non è così, sembra regnare un arrogante adultocentrismo che pone al centro della percezione e dell’interpretazione del mondo, anche di quello infantile, gli schemi mentali e il punto di vista dell’adulto.

Il filosofo francese Marcel Gauchet scrive: “Se il XX secolo è stato il secolo della scoperta del bambino reale, supportata dalla nascita contemporanea della pediatria, della pedagogia e della psicoanalisi, il XXI sembra aprirsi come il secolo della sacralizzazione del bambino immaginario. La nostra società esalta a tal punto la dimensione infantile da arrivare a mitizzarla e, alla fine, a mistificarla” [1]. Secondo il filosofo i bambini che non sono figli del caso e della vita, ma di un progetto preciso, fanno più fatica ad accettare di essere persone qualsiasi. Sono abituati a genitori che si sentono in dovere di confermare loro, ogni istante, che sono stati veramente voluti. Si sentono unici e speciali, degni di una vita speciale. Altrove Gauchet aggiunge: “Genitori strateghi, interessati alla riuscita, costi quel che costi, dei loro figli, non esiteranno a mettere una scuola contro l’altra, a lasciarla alla prima mancanza o al primo segnale di cattivo funzionamento. Veri e propri guardiani della riuscita dei loro figli, rendono vana l’idea di una politica collettiva e “ridistributiva” che metta in secondo piano le loro esigenze” [2]. Si ha così una “privatizzazione” dei figli che non accettano sconfitte né sacrifici e a cui tutto è dovuto.

Nella nostra società si rincorrono in maniera quasi compulsiva atteggiamenti discordanti se non schizoidi nei confronti dei bambini.
Quando si discute in ogni campo della famiglia, il punto di vista dei bambini è di solito assente da questo dibattito, riguardando solo le opinioni e le preferenze degli adulti.
I genitori e gli adulti in generale sono spesso immaturi, disorientati, confusi, “adultescenti” ancora alla ricerca della propria identità e all’inseguimento dei propri sogni, per cui i coetanei prendono il posto dei genitori nella vita dei figli; fenomeno a cui lo psicologo canadese Neufeld Gordon [3] ha dato il nome di “orientamento ai coetanei”, nel senso che bambini e ragazzi tendono a rivolgersi ai coetanei per avere indicazioni rispetto ai valori, all’identità e ai codici di comportamento.
Le donne tendono ad avere figli in età sempre più avanzata (o addirittura in menopausa) e a fermarsi spesso al primo figlio togliendo ai figli la possibilità di avere madri giovani che crescano genitorialmente con loro e la ricchezza della “fratria”.
I bambini sono frequentemente percepiti come elementi di disturbo, di cui sono esemplari gli hotel o le vacanze “child free” (liberi da bambini, vietati ai bambini). All’interno di molte famiglie l’unico bambino è il centro delle attenzioni (e non tanto dell’attenzione) di tutti (genitori, nonni, zii) diventando un’icona, un oggetto da proteggere o un piccolo tiranno.
Le politiche sono più politiche “mother friendly” (“amiche della mamma”) e non “family friendly” trascurando che il bambino non ha diritto solo ad avere una madre disponibile ma un’intera famiglia; queste politiche portano a minor coesione sociale, a deficit di reciprocità nelle relazioni tra i sessi e senso di solitudine, condizioni non ideali per i bambini.