Stop the genocide poster

Per una pedagogia del conflitto

Il conflitto è un aspetto inevitabile dell’esperienza umana: dall’infanzia all’adolescenza, dall’età adulta alla senilità, è un fenomeno che ci accompagna per tutto l’arco dell’esistenza. Esso può scaturire da una molteplicità di fattori: diversità dei sistemi valoriali, divergenza di interessi ed esigenze, dilemmi intrapersonali, equivoci, problemi di comunicazione, difficoltà nell’accettare l’altro. Il conflitto è fisiologico e la sua natura è soggettiva; giocano infatti un ruolo essenziale l’interpretazione e la rappresentazione che le parti danno della situazione e, pertanto, verrà percepito in modo dissimile in base alle diverse personalità coinvolte, al loro personalissimo orientamento emotivo verso la controparte, al contesto, alla struttura degli interessi in gioco, alle esperienze conflittuali passate, alla percezione degli interessi altrui, alla volontà o meno di conservare la relazione con l’antagonista.

A conferma di ciò, Glasl definisce il conflitto come “un’interazione tra attori (gruppi, individui, organizzazioni) in cui almeno un attore percepisce un’incompatibilità con uno o più altri attori nella dimensione del pensiero o delle percezioni, nella dimensione emozionale” (1). I conflitti, dunque, rappresentano un aspetto dell’esistenza di ogni persona in un sistema sociale e contribuiscono a costruire le dinamiche relazionali e di sviluppo individuale di chi li sperimenta. Non esistono solo reazioni di aggressione, fuga, resa, negazione, ma anzi: è possibile gestire il conflitto attraverso l’ascolto attivo delle ragioni dell’altro, dei suoi bisogni e stati d’animo, senza forme di sopruso o prevaricazione. Emerge, quindi, l’immagine di una positività nella divergenza e nella contrapposizione, che implica un riconoscimento dell’alterità: essa fa parte della relazione, dello scambio e non è in alcun modo evitabile; piuttosto andrebbe concepita come condizione indispensabile per la costruzione di una cultura che tende a relazioni nonviolente.
Il primo passo è imparare a distinguere concetti come violenza e guerra da quello del conflitto in quanto esperienze ben diverse. Questo cambiamento di prospettiva deve avvenire attraverso un percorso di educazione che consenta agli individui non solo di non temerlo ma anche di sviluppare le capacità e le competenze per affrontare, gestire e trasformare le situazioni di dissenso. Educare al conflitto nonviolento significa apprendere “un’arte della convivenza più raffinata della semplice tolleranza […] che diventa un addestramento continuo, incessante, una vera e propria alfabetizzazione che ci porti ad acquisire a livello primario, relazionale, la capacità di stare dentro al conflitto e la diversità come un momento di crescita e non più come un fattore di paura o di minaccia. […] Le vere relazioni umane consentono il conflitto, ossia il confronto, lo scambio, la divergenza e l’opposizione”(2).