Educare.it - Rivista open access sui temi dell'educazione - Anno XXIV, n. 6 - Giugno 2024

  • Categoria: Monografie

Ma la tecnologia informatica è proprio così diabolica?

L’uomo non è un misantropo; ha bisogno dell’altro per essere. Il linguaggio, sia esso verbale che paraverbale, ha sempre rappresentato una modalità comunicativa del proprio essere, un modo per conoscere e farsi conoscere. Heidegger ha messo bene in evidenza l’importanza dello stare “tra gli altri” per una crescita autentica dell’aseità, utilizzando il termine tedesco Dasein, ovvero Esserci: la particella pronominale sottolinea il noi, diverso dal tu.

C’è un’esigenza di ritrovarsi nell’altro, di sentirlo dentro, di percepirlo, al fine di prendere possesso della propria autocoscienza.

E’ un percorso accidentato, che comporta il superamento di ostacoli: primo fra tutti quello dell’accettazione del diverso punto di vista. Comunicare, infatti, significa avere il coraggio di entrare in relazione, in una rete di rapporti in cui è necessario sapersi mettere in gioco, aprendosi alla differenza. Comunicare, come sostiene G. M. Bertin, dunque, vuol dire “decentrarsi dai propri schemi di riferimento per assumere quelli dell’altro, non per condividerli necessariamente, ma per comprenderli nel loro orizzonte di senso”. Se questo è vero, allora, il punto di vista soggettivo si trasforma, si decentra dagli angusti orizzonti e si allarga.
Non è una spersonalizzazione di se stessi, ma un’estensione del proprio spazio mentale, in cui i sensi sono strettamente connessi. E’ ciò che si verifica nell’incontro: dopo lo scontro iniziale, determinato dalle barriere soggettive, in cui gli stereotipi regnano sovrani, si creano relazioni costruttive e dinamiche. L’Esserci non è mai statico, ma in divenire.

 

L’incontro tecnologico

Se Heidegger avesse avuto l’opportunità della tecnologia odierna, avrebbe parlato anche dell’Esserci telematico? L’interrogativo è legittimo, se si parte dal presupposto che le relazioni sono indispensabili alla formazione dell’individuo. Anche la scienza tecnologica può divenire spazio condiviso, rete d’incontri, in cui il punto di vista non è più relegato alla dimensione soggettiva: c’è uno sguardo, metaforicamente parlando, rivolto all’altro globale, vissuto e percepito in modo significativo. In questo senso il “punto di vista” diviene punto di vita: la prospettiva delle cose non è più percepita in modo unilaterale; la relazione non è più circoscritta a pochi soggetti; gli spazi interattivi si allungano, comprese le percezioni sensoriali; le distanze si annullano.
Se si parte dal presupposto che è l’uomo a dominare la tecnologia, non viceversa, è possibile dare una lettura positiva circa i mezzi di comunicazione di massa. Internet, videofonini, facebook, blog, sono solo alcuni prototipi della società odierna, in cui la comunicazione circola a 360 gradi. E’ un male? Dipende dall’uso degli stessi e dalla capacità dell’uomo di servirsene per scopi costruttivi. Correggere sempre ciò che può deviare: questo è compito dell’uomo.
La rivoluzione digitale, come sostiene Pierre Lévy, offre nuove possibilità di civilizzazione. L’intelligenza non è più solo collettiva ma connettiva. Attraverso il wireless si crea una dimensione virtuale che favorisce le interconnessioni della mente e della corporeità. Quest’ultima si estende in quanto la sensorialità viene ridistribuita. In sostanza la tecnologia offre un nuovo modo di “vedere”, di “sentire”, di “con-tattare” l’altro, che porta a un nuovo modo di percepirlo psicologicamente, rimuovendo le barriere della spazialità fisica e dei confini geografici. Sembra quasi, per assurdo, un avvicinamento al “sentire romantico”, in cui la sfera sensoriale è fortemente connessa a quella mentale. Del resto, noi siamo esseri in divenire: cambiano gli strumenti della comunicazione, mutano le modalità, ma noi restiamo sempre colmi di sensucht, sempre desiderosi di desiderio, tendenti all’altro.
I “non vedenti”, per esempio, riescono a interagire e a lavorare in team in modo incredibile. Possiedono una capacità di “sentire” l’altro, anche a distanza; riescono a percepire le espressioni del volto, a leggere i sentimenti. Evidentemente non è, poi, così necessario l’incontro geografico-fisico per conoscersi.
C’è nell’essere una potenzialità che lo fa avvicinare all’altro anche tramite sms, e-mail, blog perchè il pc ha un’anima che fa da ponte. In realtà la macchina crea un incantesimo, dietro cui operano le intelligenze collettive che divengono capaci di “connettersi in modo nuovo”, sentendosi e percependosi, esattamente come fanno i “non vedenti” che hanno sviluppato altre potenzialità, andando oltre i propri orizzonti.