Educare.it - Rivista open access sui temi dell'educazione - Anno XXIV, n. 6 - Giugno 2024

  • Categoria: Monografie

La formazione permanente: questioni psicologiche

La necessità di riflettere sulla formazione permanente delle persone scaturisce da considerazioni di carattere psicologico, sociale, culturale, politico ed economico. Queste si collocano nel contesto contemporaneo e producono un «cambiamento di prospettive» in relazione al tema della formazione. In ordine alle prime considerazioni, una particolare rilevanza è rivestita dal recente passaggio, avvenuto in seguito ai risultati degli studi compiuti negli ultimi decenni, dalla psicologia dell’età evolutiva alla psicologia dello sviluppo [1].

La psicologia dell’età evolutiva concepisce lo sviluppo come una fase ascendente, di cui l’età adulta rappresenta il punto massimo di riferimento, alla quale segue una fase discendente o di declino [2]. L’assunzione dell’età adulta come modello di riferimento, oltre a consegnare l’immagine del bambino e dell’adolescente come «adulti non ancora compiuti ed imperfetti» e dell’anziano come «un adulto che sta perdendo molte capacità e caratteristiche» [3], portava a una concezione erronea dell’età adulta, valutata come periodo di stabilità, con conseguenti ricadute nell’ambito educativo. Se l’età adulta è considerata, infatti, come "apice" dello sviluppo, ne consegue che gli apprendimenti devono collocarsi prima di questa fase, dopo la quale, per il presunto arresto dei cambiamenti evolutivi, essi perdono il loro senso.

Una seconda conseguenza di questa impostazione teorica è data dalla separazione, messa il luce da Martielli [4] in relazione alle problematiche attuali della formazione degli educatori, fra «adulto con funzione esclusivamente educante e destinatario, per lo più appartenente alla categoria delle giovani generazioni» [5].

Gli studi compiuti in ambito psicologico hanno consegnato, al contrario, un’immagine innovativa, problematica e molto più complessa dell’età adulta, caratterizzata da possibilità di sviluppo per tutto l’arco della vita per le profonde ristrutturazioni e per le nuove connessioni a livello cognitivo, ma anche dall’eventualità di «comportamenti inadeguati, regressioni, inefficienze, difficoltà d’adattamento [6]. Come evidenzia Martielli, ogni transizione connessa al ciclo di vita (infanzia, fanciullezza, adolescenza, età adulta, senescenza) ma anche a passaggi di ruoli (figlio, coniugato, genitore, nonno…) o di status (studente, disoccupato, precario, occupato…) porta infatti con sé fragilità emotiva, paura del nuovo, disadattamento, bisogno d’aiuto, rischio di voler tornare indietro.
Queste dimensioni emotive, connesse ai periodi di transizione, non vanno però lette come "fatti patologici", ma come elementi che accompagnano fasi di passaggio verso graduali consolidamenti orientati a rileggere, a "riciclare" il già acquisito per adattarlo o per inventare il nuovo. L’adattamento può, infatti, avvenire per imitazione o per apprendimento. Nel primo caso acquista centralità il ruolo del modello a cui conformare i comportamenti. Nel secondo, invece, è in gioco la persona con l’interezza del suo essere e, quindi, con la sua capacità di apprendere, cioè di applicare comportamenti già acquisiti, e perciò persistenti, a situazioni nuove, con un fine adattivo [7], ma anche con un potenziale creativo e trasformativo rispetto alla situazione data.