Educare.it - Rivista open access sui temi dell'educazione - Anno XXIV, n. 5 - Maggio 2024

  • Categoria: Monografie

La nuova stagione dell’intelligenza artificiale: l’impatto sulla conoscenza, la formazione e l’esistenza umana

ChatGPTPrendendo avvio dal “caso” della ChatGPT, che ha suscitato grande interesse su scala internazionale e dato origine a un dibattito alquanto serrato in vari contesti intellettuali per le sue notevoli potenzialità, questo contributo offre alcuni spunti di riflessione circa le nuove frontiere dell’intelligenza artificiale (AI), con un approccio dialettico e problematizzante. In particolare, sono affrontate questioni di tipo psico-cognitivo, socioculturale ed etico-politico in merito al rapporto fra le super-macchine informatiche capaci di autoapprendimento e le attività umane legate alla società dell’informazione e della conoscenza.

Introduzione

Ha suscitato un certo scalpore il recente lancio in Internet di ChatGPT, un prototipo di chatbot messo a disposizione del grande pubblico, per ora gratuitamente. Questo applicativo è stato sviluppato da OpenAI, un’organizzazione senza fini di lucro – almeno nelle intenzioni iniziali – con sede a San Francisco e fondata nel 2015 da Elon Musk, Sam Altman e da altri, con lo scopo di promuovere la ricerca volta a sviluppare un’intelligenza artificiale amichevole (friendly AI), in modo che l’umanità ne possa trarre beneficio (D’Elia, 2023).

Si tratta di una sorta di grosso cervello artificiale, costituito da una miriade di neuroni elettronici, capace di processare in pochi secondi una mole sconfinata di dati e informazioni testuali, numerici, iconici e musicali, così da fornire risposte elaborate e spesso convincenti a domande, stimoli e suggestioni di vario genere emanati da soggetti umani. La potenza raggiunta dall’intelligenza artificiale e la propensione ad autoapprendere da parte della macchina, scandagliando e imparando da quanto è reperibile negli immensi database di archiviazione elettronica a disposizione, consente una conversazione che appare molto credibile, sia dal profilo formale – ortografico e morfosintattico – sia contenutistico, a livello argomentativo e concettuale, tanto da non essere distinguibile dal linguaggio e dalle performance prodotti dalle persone in carne ed ossa, anche dalle più esperte.

Sebbene vi sia chi sostenga che l’AI «non deve diventare una nuova categoria antropologica» per rimanere imprescindibilmente al servizio dell’essere umano, sono già in atto sperimentazioni di robot che sembrano provare empatia: «il vero punto di non ritorno sarà la macchina capace di avere coscienza di sé, di riconoscersi come persona, di avere stati affettivi, riconducibili alla propria esperienza soggettiva». Si pone in tal modo la questione delle modalità di convivenza fra super macchine ed esseri umani.

Risvolti problematici del rapporto uomo/macchine “intelligenti”

Qui si intende problematizzare l’operazione in corso, non limitandosi all’ondata di entusiastici estimatori di questa potente tecnologia auto-generativa salutata come nuovo strabiliante orizzonte della conoscenza umana (?) o dell’attività intellettuale (di chi?), ma senza voler peraltro indulgere a visioni meramente pessimistiche o a dinieghi/rifiuti pregiudiziali e totali.

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Autore: Fulvio Poletti, Professore della SUPSI (Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana) in scienze dell’educazione, ha conseguito il dottorato di ricerca in pedagogia sociale presso l’Università di Bologna. I suoi campi di interesse riguardano l’educazione interculturale, le questioni e le problematiche giovanili, la formazione e la didattica universitaria. (ORCID: https://orcid.org/0000-0003-2750-6645


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