Educare.it - Rivista open access sui temi dell'educazione - Anno XXVI, n. 7 - Luglio 2026

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  • Categoria: Monografie

Il cibo come pratica educativa e simbolica

cibo educazioneIl cibo non è solo nutrimento, ma anche una pratica simbolica e educativa attraverso la quale si intrecciano corpo, cultura e identità. In una prospettiva pedagogico-antropologica, l’articolo interpreta le pratiche alimentari come dispositivi educativi impliciti e ambivalenti, radicati nei rituali quotidiani, nelle relazioni e nei processi di soggettivazione. Mangiare è inteso come un processo incarnato di incorporazione di saperi, memorie e significati sociali, che rende il corpo luogo di apprendimento e narrazione. Il contributo analizza il ruolo del cibo come mediatore biografico e culturale nella costruzione della soggettività, mettendone in luce anche le dimensioni normative e selettive. Nei contesti educativi e interculturali, le pratiche alimentari possono favorire il riconoscimento, la partecipazione e la cura, ma anche riprodurre distinzioni ed esclusioni. Ripensare il cibo come spazio educativo consente di concepire l’educazione come pratica relazionale, etica e politica radicata nella vita quotidiana.

Food is not only nourishment, but also a symbolic and educational practice through which body, culture, and identity are interwoven. From a pedagogical-anthropological perspective, this article interprets food practices as implicit and ambivalent educational devices, rooted in everyday rituals, relationships, and processes of subjectivation. Eating is understood as an embodied process of incorporating knowledge, memories, and social meanings, through which the body becomes a site of learning and narration. The contribution examines the role of food as a biographical and cultural mediator in the construction of subjectivity, highlighting its normative and selective dimensions as well. In educational and intercultural contexts, food practices can foster recognition, participation, and care, but can also reproduce distinctions and exclusions. Rethinking food as an educational space enables the conception of education as a relational, ethical, and political practice grounded in everyday life.

Introduzione

Il cibo non è mai solo nutrimento: è narrazione, rito, potere, apprendimento. In una prospettiva pedagogico-antropologica, le pratiche alimentari si configurano come dispositivi simbolici e formativi che attraversano l’intera esistenza corporea e culturale dell’essere umano, contribuendo alla costruzione dell’identità e alla trasmissione dei saperi impliciti. La citazione di Michel de Certeau – “mangiare è incorporare un territorio” (1980/2020, p. 131) – apre a una riflessione densa sul significato del mangiare, non solo come atto fisiologico, ma anche come pratica culturale e simbolica profondamente radicata nel contesto in cui avviene. Con questa affermazione, l’autore invita a pensare il cibo come un vettore di senso, un dispositivo attraverso cui si assorbono e si rielaborano i codici di appartenenza a un luogo, a una storia, a un tessuto sociale.

Mangiare significa, dunque, incorporare non solo sostanze nutritive, ma anche narrazioni, memorie e relazioni. Il territorio a cui si riferisce De Certeau è al tempo stesso geografico, perché legato ai prodotti della terra, ai climi, alle stagioni e alle tecniche agricole; sociale, poiché le pratiche alimentari sono sempre immerse in reti di relazioni, regole condivise e abitudini familiari o comunitarie; e culturale, in quanto portatrici di significati simbolici, rituali e identitari. Ogni atto del mangiare è anche un atto di selezione e reinterpretazione: scegliere certi cibi, cucinarli in un determinato modo, condividerli in specifici contesti significa posizionarsi rispetto a una storia collettiva, riaffermare o mettere in discussione appartenenze, riprodurre o trasformare pratiche quotidiane. In questo senso, l’alimentazione diventa un linguaggio, un modo per “dire” il mondo e abitare i luoghi attraverso il corpo.

Nel suo approccio alle pratiche quotidiane, De Certeau sottolinea come esse non siano mai passive, bensì atti creativi e resistenti, bricolage che reinterpretano norme e strutture imposte (De Certeau, 1980/2020). Così anche il mangiare può essere letto come una forma di micropolitica del quotidiano: un gesto attraverso cui i soggetti si appropriano del territorio, lo rielaborano e lo fanno proprio, anche nel senso letterale dell’incorporazione.

Negli ultimi anni, la riflessione sul cibo come fenomeno educativo si è arricchita di contributi che intrecciano pedagogia, psicologia culturale e antropologia critica. Secondo Contini e Mugnai (2021), il cibo rappresenta “uno dei principali mediatori della cultura dell’infanzia” (p. 47), agendo sia nei contesti familiari sia in quelli istituzionali come luogo di apprendimento implicito, normativo e relazionale. Parallelamente, la letteratura educativa più recente ha iniziato a esplorare come le scelte alimentari siano parte di processi di soggettivazione che intersecano emozioni, memorie, pratiche corporee e discorsi sociali (Dallari & Trevisani, 2022, pp. 21–24).

Il corpo alimentato è un corpo educato. La dimensione somatica dell’educazione alimentare non può più essere trascurata in una pedagogia critica del quotidiano: mangiare implica una grammatica del gusto che si acquisisce e si tramanda, e che finisce per articolare differenze sociali, appartenenze culturali, traiettorie di genere e processi di inclusione ed esclusione (Giordan, 2020, p. 69). In questo senso, il cibo non solo riflette l’identità, ma contribuisce a produrla, configurandosi come spazio di mediazione tra individuo e collettività, tra natura e cultura, tra istinto e regolazione simbolica. L’educazione alimentare, così intesa, non si limita alla promozione di stili di vita salutari, ma si configura come pratica trasformativa, capace di incidere sulle forme di soggettività contemporanea. Come osserva Biasin (2023, p. 12), «il cibo diventa una soglia educativa: attraversarla implica confrontarsi con la propria storia, con la dimensione affettiva dell’apprendimento e con la responsabilità del gesto alimentare».

Il cibo come dispositivo pedagogico implicito

L’educazione alimentare, intesa in senso ampio, non si riduce ai contenuti prescrittivi delle campagne nutrizionali o scolastiche, ma è inscritta nelle pratiche quotidiane, nei rituali familiari, nelle forme di socializzazione e nei linguaggi corporei che strutturano la relazione con il cibo fin dall’infanzia. Tali processi configurano un vero e proprio dispositivo pedagogico implicito (Bertolini, 2020), in cui il sapere educativo è veicolato attraverso abitudini, gesti, atmosfere e modelli di comportamento.

Numerosi studi hanno sottolineato l’importanza di una prospettiva pedagogica situata e relazionale sull’educazione alimentare, capace di riconoscere il valore formativo delle esperienze vissute nei contesti quotidiani (Sarti & Martini, 2021, pp. 42–45). In particolare, l’educazione alimentare si configura come un processo incarnato e intersoggettivo, in cui i bambini apprendono attraverso l’imitazione, la partecipazione e la condivisione emotiva durante i pasti (Meyer & Ward, 2020, pp. 98–100). Il pasto familiare, in questa prospettiva, non è solo un’occasione nutrizionale, ma anche uno spazio simbolico in cui si trasmettono valori, norme e identità culturali (Kumpulainen & Lipponen, 2022, pp. 113–115).

In tutto questo, la corporeità assume un ruolo centrale: il modo in cui si mangia, si tocca il cibo, si sta a tavola o si manifestano gusto e disgusto costituisce un insieme di linguaggi pedagogici non verbali che contribuiscono alla costruzione di una relazione soggettiva e sociale con l’alimentazione (Pruneri & Rivoltella, 2020, pp. 75–77). In questo quadro, il cibo diventa anche una piattaforma per l’esercizio della food agency, ovvero per la capacità dei soggetti – inclusi i bambini – di scegliere, negoziare e attribuire significato alle pratiche alimentari (Lupton & Feldman, 2020, pp. 31–33).

In tale prospettiva, l’educazione alimentare può essere letta come un processo ecologico e complesso che coinvolge ambienti, relazioni, emozioni e simboli e richiede dispositivi educativi capaci di valorizzare la dimensione esperienziale e riflessiva del rapporto con il cibo (Gnisci, 2023, pp. 58–61). Mangiare insieme, scegliere o rifiutare determinati alimenti, associare i gusti a emozioni o a valori morali significa apprendere a essere nel mondo. Come afferma Contini (2023, p. 58), «l’atto alimentare è un’azione densa di significati, attraverso cui si interiorizzano visioni del mondo, regole familiari, distinzioni sociali e pratiche simboliche».

La dimensione performativa e rituale del cibo, ossia la sua capacità di strutturare il tempo, lo spazio e le relazioni, si configura così come un potente mediatore di appartenenza, distinzione e trasformazione personale (Douglas, 1975/2022, p. 73). I rituali alimentari non si limitano a scandire la quotidianità, ma contribuiscono a creare significati condivisi, a definire confini identitari e a generare forme di coesione o di esclusione all’interno dei gruppi sociali. [continua]

 

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Autore: Antonio Sacristano, pedagogista, docente di scuola secondaria di secondo grado per la classe di concorso ADSS. Attualmente ricopre il ruolo di Tutor Coordinatore nei percorsi abilitanti presso l’Università di Parma, dove supporta la formazione degli insegnanti. Collabora come docente a contratto di Pedagogia Speciale nell’ambito dei Corsi di Sostegno, approfondendo le metodologie educative inclusive e le strategie di integrazione per gli alunni con bisogni educativi speciali. Inoltre, ha fatto parte, in qualità di componente docente ed esperto esterno, delle commissioni per i percorsi abilitanti.


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