Educare.it - Rivista open access sui temi dell'educazione - Anno XXIV, n. 5 - Maggio 2024

Il bambino e l’espressione artistica, tra sviluppo grafico e bisogni educativi

bambino disegnaL’articolo esplora il rapporto tra bambino e arte nella prima infanzia, come fondamentale opportunità di libertà espressiva. In particolare, sono analizzate le tappe dello sviluppo grafico, le relative funzioni formative e il ruolo dell’adulto nel sostenere le attività espressive del bambino.

Introduzione

Perché il bambino disegna? Perché si impegna, seppur con significative differenze individuali, fin dal momento in cui riesce a coordinare intenzionalmente la sua azione motoria, in manufatti e attività di rappresentazione grafica?  Gli studi transculturali mostrano che la rappresentazione grafica è una modalità universale di comunicazione infantile, dal momento che i bambini di tutte le culture ed epoche storiche, non appena lo sviluppo cognitivo e motorio lo consente, approdano, attraverso tappe progressive di abilità, alla modalità grafica per rappresentare la realtà esterna e il proprio mondo interiore (Giani Gallino, 2008).

Picasso sosteneva che “Tutti i bambini sono degli artisti nati. Il difficile sta nel fatto di restarlo da grandi”. Le parole del grande artista spagnolo, che si è anche ispirato alla cosiddetta arte infantile nella sua produzione, confermano un’inclinazione artistica intrinseca nella prima infanzia, spesso sottovalutata dall’adulto e che rischia di scemare progressivamente con lo scorrere dell’età.

Il compito dell’adulto resta fondamentale, innanzitutto, nel fornire al bambino opportunità di espressione artistica, nel valorizzarne i tentativi di rappresentazione grafica e soprattutto nell’apprezzare l’arte infantile nella sua peculiarità. Per molto tempo i disegni dei bambini sono stati analizzati e interpretati da una posizione adultocentrica, ossia finalizzata a rimarcare le differenze rispetto al livello massimo di rappresentazione realistica prodotta in fase adolescenziale e adulta; ne consegue che il disegno del bambino risulta sempre per qualche verso “mancante” rispetto al disegno adulto: è privo di dettagli e particolari, le forme e i colori non corrispondono a quelle reali, si rimarcano grossolanità e imprecisioni, manca di prospettiva e di corrispondenza visiva.  In realtà, come si vedrà, il bambino rappresenta la realtà dal proprio punto vista, a cui ovviamente corrispondono anche delle difficoltà collegate al suo sviluppo cognitivo e motorio, ma molte delle caratteristiche che gli adulti tendono a classificare come errori grafici hanno un significato diverso che non necessariamente identifica un deficit o una mancanza di abilità. Invece, spesso il bambino modifica intenzionalmente la realtà percepita attraverso il disegno perché vuole comunicare desideri, emozioni e vissuti interiori.

Le finalità dell’espressione grafica del bambino

Realizzare un disegno è un compito cognitivo complesso per il bambino, risultante dallo sviluppo integrato di molteplici abilità di natura cognitiva, percettiva e motoria. Questa complessità spesso non viene colta dall’adulto, che tende a sottovalutare i primi tentativi grafici del bambino; si pensi alla tendenza di definire “scarabocchi” i primi disegni, con un’evidente sfumatura dispregiativa. Invece, compiere alcuni semplici tracciati su un foglio richiede al bambino l’esercizio simultaneo di raffinate abilità: percezione, memoria di lavoro, attenzione, ragionamento visuo-spaziale, problem solving, coordinazione oculomotoria (Giani Gallino, 2008).

I primi studi si sono concentrati sul disegno infantile come indicatore dello sviluppo cognitivo e, in particolare, per la definizione del QI: ancora oggi la completezza della figura umana rappresentata e la ricchezza di dettagli sono elementi presi in considerazione per valutare l’intelligenza del bambino. In effetti, la rappresentazione grafica dipende in modo significativo dalla maturazione cognitiva del bambino che gli consente progressivamente migliori capacità, per esempio di prensione della matita o del pennarello, di pianificazione del disegno, di percezione dello spazio del foglio su cui imprimere segni, di traduzione della propria rappresentazione mentale in rappresentazione grafica (Oliverio Ferraris, 2012).

Questo sviluppo tende a seguire, quindi, un percorso progressivo che si manifesta con produzioni grafiche qualitativamente diverse, ma anche con un diverso atteggiamento del bambino rispetto alla sua produzione, in termini di intenzionalità. Tra i primi autori ad aver analizzato questo aspetto si cita Luquet (1995), che ha identificato quattro tappe di realismo grafico identificabili nell’infanzia, in corrispondenza alla teoria piagetiana dello sviluppo cognitivo (Fonzi, 2001). (continua ...).

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Autrice: Antonella Bastone, pedagogista, docente a contratto presso l’Università di Torino, l’Università del Piemonte Orientale e l’Università di Genova.


copyright © Educare.it - Anno XXII, N. 4, Aprile 2022