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Bambini e filosofia: educare alla curiosità epistemica

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bambino disegna

L’articolo analizza il rapporto tra bambini e filosofia, a partire dalla constatazione che i bambini sono naturalmente filosofi. Compito degli educatori è di accogliere e alimentare questa attitudine speculativa, attraverso modalità adeguate alle diverse età. A questo riguardo, l’autrice offre alcuni spunti operativi.

 

Introduzione

Comunemente, si guarda alla filosofia dal punto di vista didattico, ossia come una disciplina strutturata intorno ad autori, temi, epoche di riferimento, che approfondisce l’evolversi del pensiero nella storia e nelle diverse culture. In realtà, la filosofia è innanzitutto un atteggiamento nei confronti della realtà e dell’esistenza e, secondo questa prospettiva, è possibile delineare una relazione virtuosa tra infanzia e filosofia, all’insegna della complicità e dell’interdipendenza. I bambini, infatti, nascono con un’innata curiosità nei confronti del mondo, un insopprimibile bisogno di esplorare e comprendere la realtà nei suoi meccanismi naturali e sociali, di dare un significato alle cose con cui entrano in relazione, sostenuti da una genuina capacità di meravigliarsi. Questo innato desiderio investigativo evolve nel tempo, grazie allo sviluppo fisiologico, motorio e cognitivo. Si pensi, ad esempio, al bambino che a 10 mesi inizia a puntare il ditino verso ciò gli interessa; questo semplice gesto - cosiddetto di pointing - consente di richiamare l’attenzione dell’adulto ed avere un sostegno nel decifrare la misteriosa mappa del mondo. Il desiderio conoscitivo del bambino assume una forma conclamata con il progressivo sviluppo del linguaggio, che consente alla sua curiosità di avvalersi di uno straordinario strumento di comunicazione: nella fatidica “fase dei perché”, che in genere si verifica dai tre anni di vita, il bambino spesso travolge l’adulto con un’incalzante serie di domande con cui cerca di appropriarsi del mistero del mondo e del suo funzionamento. Questa attitudine rende il bambino naturalmente esploratore, ricercatore e, prima ancora, filosofo.

Etimologicamente, la filosofia è “amore per il sapere” e nasce nel momento in cui l’uomo si pone domande sul mondo, si interroga sull’origine dell’esistenza e delle cose di cui ha esperienza, assume una posizione di ricerca di cui il dubbio, la perplessità e la curiosità sono fattori propulsivi di conoscenza.

La curiosità epistemica è quindi il denominatore comune tra bambino e filosofo, come sostiene Jostein Gaarder: «L’unica cosa di cui abbiamo bisogno per diventare buoni filosofi è la capacità di stupirci (…). Nel nostro animo noi intuiamo che la vita è un mistero. E questa è una sensazione che abbiamo provato una volta, molto tempo prima che imparassimo a pensarci» (Gaarder, 1994, pag. 88). (continua ...)

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L'articolo completo in italiano è disponibile in allegato per gli abbonati.


Autrice: Antonella Bastone, pedagogista, docente a contratto presso l’Università di Torino, l’Università del Piemonte Orientale e l’Università di Genova.


copyright © Educare.it - Anno XXII, N. 5, Maggio 2022
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