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L’evoluzione da Preside a Dirigente Scolastico

Ufficio dirigente scolasticoLa storia della Dirigenza Scolastica può essere riassunta in cinque fondamentali passaggi: la legge Casati, la Riforma Gentile, i Decreti Delegati del 1974, la legge n.59/1997 e la legge 107/2015. L’articolo ripercorre tali documenti allo scopo di comprendere come sia mutata nel tempo la rappresentazione del ruolo di chi è chiamato a dirigere gli Istituti scolastici del nostro Paese.

 

Introduzione

Qualità morali ed esperienza nel governo della gioventù: queste erano le caratteristiche che la Legge Casati (1859) richiedeva al Preside della Scuola Superiore. Nella scuola primaria spettava ai comuni, responsabili dell’istruzione primaria, la possibilità di individuare un “sorvegliante” o una “commissione di ispezione”. Il Capo d’Istituto era inteso come l’occhio vigile dello Stato, che vigilava sul corretto funzionamento delle scuole che presiedeva. Non solo controllava i comportamenti di docenti e alunni in ambito scolastico, ma anche vigilava sulla loro moralità in ambito privato.

È con la Riforma Gentile (1923) che fu previsto al governo di ogni Istituto scolastico un Preside, o un Direttore didattico per la scuola primaria, coadiuvato dal collegio dei professori. I Presidi erano scelti dal Ministro tra i professori ordinari che possedevano una laurea e con almeno quattro anni di anzianità. Dalla scelta erano escluse le donne. Gentile precisa anche che Direttori didattici e Presidi dovevano essere sentinelle che rispettano come cosa sacra, con militare devozione, con obbedienza pronta, assoluta e incondizionata, la consegna ricevuta dal Ministro”. Venne così esasperato l’impianto burocratico e autoritario: Presidi e Direttori didattici dovevano assicurare il rigido funzionamento delle istituzioni scolastiche.

I Decreti Delegati (DPR n. 416/1974) ridefiniscono il ruolo dei Capi d’Istituto, ai quali non si chiedono più solo rigide funzioni di vigilanza, ma acquistano funzioni di promozione, coordinamento, aggiornamento e capacità relazionali e pedagogiche. Le scuole allora si aprivano alla partecipazione dei genitori e della più ampia comunità; i docenti non erano più dipendenti di rango inferiore ma dei collaboratori con i quali condividere la gestione sociale della scuola insieme alle famiglie degli alunni. I Capi d’Istituto erano dunque incaricati di coordinare assemblee e riunioni, promuovere l’aggiornamento professionale dei docenti, curare il rapporto con il territorio, acquisendo una loro autonomia nei confronti del Ministero. Per la prima volta nella storia della scuola italiana, infatti, gli Istituti vengono definiti come “uffici-organi complessi, tecnici, forniti di autonomia amministrativa”.

La spinta di ammodernamento del sistema scolastico italiano, culminata nell’emanazione dei Decreti Delegati del 1974, nasceva dall’esigenza di modificare l’assetto ordinamentale di una scuola nata come istituzione organizzata e amministrata dallo Stato mediante organi centrali e periferici di tipo burocratico amministrativo, fortemente gerarchizzati. Un modello articolato in pubblici uffici, in senso stretto, e anche il personale direttivo e docente erano considerati pubblici ufficiali sottoposti al Ministro o al suo rappresentante locale, ossia il Provveditore agli Studi.

L’istanza innovativa che animava la normativa del 1974 era invece di far partecipare la società civile al servizio scolastico. A partire da tale riforma, la scuola italiana fu investita da una forte spinta democratica, cominciò a configurarsi come una comunità finalizzata all’esercizio della funzione educativa e formativa delle giovani generazioni, dotata di autonomia amministrativa, nei limiti previsti dallo Stato.

Gli Organi Collegiali dovevano essere espressione di forme partecipative dirette, differenziati tra loro in base alla prevalente funzione didattica o di gestione che erano chiamati a svolgere. Tali organi, interni e territoriali, non posti in un sistema gerarchicamente organizzato, dovevano agire nella propria sfera di competenza, nel rispetto dell’autonomia dell’istituzione scolastica, all’interno di una condivisione di responsabilità politiche, amministrative e didattiche attuantesi a diversi livelli.

Il ruolo del Capo di Istituto

Nella cornice storica e culturale degli anni Settanta, si alimentò un forte dibattito sul ruolo del Capo d’istituto (Direttore didattico e Preside). Parte dell’arco politico sosteneva due tesi: quella dell’abolizione della figura del Direttore e del Preside, e quella dell’elettività. Sotto accusa erano gli aspetti burocratici e autoritari e, ancor più, la funzione della scuola come strumento di acculturazione e di dominio delle classi subalterne. Il Preside, in quanto organo periferico dell’apparato amministrativo scolastico, era visto come il garante di tale dominio. La tesi “abolizionista” derivava dalla convinzione che la funzione amministrativa e quella didattica fossero separabili; pertanto per l’attività amministrativa sembrava sufficiente un Direttore amministrativo, mentre ai docenti doveva essere assegnata una funzione di completa auto-organizzazione e di autocontrollo dell’attività didattica, in nome della libertà di insegnamento e dell’autonomia pedagogica.

I sostenitori dell’elettività dei Capi di Istituto invece, condividendo la tesi della sezione tra funzioni amministrative e pedagogiche, ritenevano necessario un coordinamento didattico da parte di una persona non direttamente coinvolta nell’insegnamento. L’elettività, in sostanza, si proponeva di spezzare le catene autoritarie che si emanavano dal Ministero nelle varie articolazioni del sistema scolastico: la scuola doveva essere più collegata alla società ed alla sua evoluzione.

La parte cattolica, di contro, sosteneva la necessità della figura del Capo d’Istituto in quanto deputato a far fronte all’esigenza organizzativa e promozionale della scuola; una figura distinta dal docente, quindi, ma auspicabilmente capace di “un forte grado di identificazione con gli insegnanti”.

 

L'articolo completo in italiano è disponibile in allegato per gli abbonati.

Autrice: Erica Della Valle, laureata in scienze filosofiche e in scienze pedagogiche, specializzata sul sostegno, dottoranda all’Università di Bergamo, è docente di filosofia nella scuola Secondaria di Secondo Grado.

copyright © Educare.it - Anno XIX, N. 7, luglio 2019

 

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