Educare.it - Rivista open access sui temi dell'educazione - Anno XXVI, n. 7 - Luglio 2026

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  • Categoria: Scuola e dintorni

Il tempo della scuola e i suoi ritmi: imparare a rallentare per migliorare il tempo dell'educazione.

lezione tranquillaAnche nella scuola, così come in molti altri ambiti della società contemporanea, nulla sembra più prezioso del tempo. Nei documenti alla base del progetto educativo e del piano dell’offerta formativa elaborati dalle istituzioni scolastiche si trovano frequenti riferimenti al “tempo dell’educazione”, inteso come tempo fecondo attraverso il quale valorizzare e far fiorire le età dell’infanzia, della fanciullezza e dell’adolescenza. Appare però sempre più evidente che il tempo, risorsa preziosa e indiscutibile per la scuola, rappresenti anche un problema: se ne avverte costantemente la mancanza o, quantomeno, l’insufficienza. Il personale scolastico sperimenta spesso l’ansia del “non avere tempo” e del “non fare in tempo”; l’agire entro scadenze prestabilite e, di conseguenza, l’avere fretta sembrano ormai caratterizzare la vita ordinaria della scuola. Ciò è in linea con quanto Joan Domènech Francesch sostiene nel suo Elogio dell’educazione lenta, dove afferma che nella società, nella vita quotidiana e nella scuola vi sia un crescente bisogno di lentezza. L’articolo propone una riflessione sulle criticità legate ai fattori temporali della vita personale e scolastica, anche attraverso riferimenti al pensiero di filosofi, pedagogisti e studiosi, per sostenere la necessità di proposte formative sulla gestione del tempo, orientate alla promozione del benessere e alla piena riuscita del progetto educativo.

Introduzione

Osservando la scuola del tempo attuale, soprattutto attraverso lo sguardo di chi vive in prima persona all’interno della comunità scolastica, si nota con sempre maggiore frequenza e intensità la rilevanza che la variabile “tempo” assume nel contesto scolastico. La scuola, inserita nel territorio e in costante relazione con esso, ha in parte perduto le caratteristiche di isolamento che fino a qualche decennio fa ne facevano “un mondo a parte”, forse anche per alcuni aspetti “felice”, e viaggia oggi alla stessa velocità degli altri ambiti della società.

Il tempo della scuola è frenetico e spezzettato in moduli, unità e progetti che si susseguono e si accavallano, richiedendo ritmi di attuazione sostenuti, secondo un modello didattico ispirato alla velocità. Le richieste amministrative e burocratiche sono sempre più pressanti e anche le attese relative agli apprendimenti e alla maturazione di bambini e ragazzi corrispondono a quella sfida dell’accelerazione che contraddistingue oggi la vita in molti suoi aspetti.

Chi lavora nella scuola vive, sperimenta e talvolta subisce in prima persona la rincorsa di impegni e scadenze, constatandone l’effetto, a tratti distruttivo e comunque perturbante, sul benessere individuale e collettivo. Per questo non può non condividere l’urgenza di rivedere, sia nella vita personale sia in quella professionale, l’impostazione della gestione del tempo, in modo da renderla sostenibile e, dunque, sana.

Riflettere sulle criticità legate ai fattori temporali della vita scolastica evidenzia la necessità di proposte formative sulla gestione del tempo, finalizzate alla prevenzione dello stress e del burnout e al mantenimento del benessere.

Il concetto di tempo, approfondito attraverso riferimenti al pensiero di filosofi e pedagogisti e inquadrato nell’assetto di accelerazione crescente e di “stabilizzazione dinamica” della società attuale, mostra che, per reazione o forse per istinto di sopravvivenza, oggi si moltiplicano i “movimenti per la lentezza”, promotori dello stile slow.

La lentezza, superando l’accezione di inattività, di vizio o di scarsa volontà che nel tempo ha spesso assunto, viene oggi rivalutata da prospettive diverse e considerata un paradigma necessario e utile da riportare anche in ambito pedagogico.

Anche a scuola si sente crescere l’esigenza di rallentare, in risposta ai bisogni più profondi e individuali delle persone, nel rispetto dei livelli di sostenibilità fisica e mentale dei singoli e della tenuta organizzativa della comunità, ma anche in funzione di un’educazione che trova nell’“adagio” il tempo giusto per tirar fuori — ex ducere — il meglio da ciascun studente. Imparare, o reimparare, a “vivere bene” il tempo va considerato un training essenziale del percorso di lifelong learning degli educatori, i quali potranno, a loro volta, segnare a bambini e ragazzi a “vivere bene” il tempo, contrastando, anche attraverso una maggiore consapevolezza, la velocità, l’accelerazione e la compressione temporale della società del consumismo e della tecnologia.

“Oserò esporre qui la più grande, la più importante, la più utile norma di tutta l’educazione? Non è guadagnare del tempo, ma perderne.” Così scriveva Jean-Jacques Rousseau nell’Emilio e, forse, perderne un po’ parlando del tempo e di quanto esso sia prezioso potrebbe essere una buona idea.

Cos’è il tempo? Idee e pensieri dalla filosofia

“Se nessuno me lo domanda lo so, ma se me lo domandano non saprei cosa rispondere.”  La risposta di sant’Agostino alla domanda “cos’è il tempo?” esprime con saggezza la difficoltà, quasi vicina all’impossibilità, della mente umana non soltanto di dare una definizione di tempo, ma anche di parlare della sua esistenza. Nel capitolo quattordicesimo de Le confessioni, interrogandosi sul tempo, Agostino riflette dicendo che non ci sarebbe un tempo passato se nulla passasse, non ci sarebbe un tempo futuro se nulla avvenisse e non ci sarebbe un tempo presente se nulla accadesse.

Il ragionamento, che fa nascere altre due domande — “come parlare di esistenza del tempo se la verità è che il tempo non esiste?” e “si può forse misurare ciò che non esiste?” — lo conduce a concludere che non possiamo parlare con verità di esistenza del tempo se non in quanto esso tende a non esistere, e di aver “perso il tempo nello studiare il tempo” (Agostino di Ippona, Confessioni, Libro XI, cap. 14).

Afferrare il concetto di tempo può quindi essere considerata un’impresa ardua, anche perché, come fa notare Maffei, non esiste un recettore del tempo, contrariamente a quanto avviene per il concetto di spazio che, grazie ai recettori della vista e del tatto, appare di più facile percezione.

Martin Heidegger, nel testo Il concetto di tempo, dopo aver ricordato che per Aristotele il tempo è “ciò in cui si svolgono eventi”, mentre per Agostino sembra che “l’animo stesso sia il tempo”, argomenta che la temporalità può essere intesa come una componente costitutiva dell’esistenza: è l’esserci che definisce il tempo.

Il concetto di tempo ha impegnato studi e ragionamenti di filosofi e scienziati, che ne hanno dato sia spiegazioni oggettive e meccaniche, come quelle di Newton, sia interpretazioni completamente soggettive, secondo cui il tempo dipende da ogni persona. Proprio questa problematicità nel trovare una definizione porta ad affermare che “il tempo è un’intuizione, ognuno sa cosa sia, ma gli risulta difficile spiegarlo” (Maffei, 2014, p. 46).

Una spiegazione efficace arriva dalla mitologia greca, che interpreta il tempo inquadrandolo in una duplice natura: il tempo come Chronos Kairos. Chronos rappresenta il tempo inteso come durata, composto da passato, presente e futuro. È un tempo finito, che incalza e spazza via ciò che incontra. Dalla parola Chronos deriva l’italiano “cronometro” e a essa si associa l’idea di un tempo lineare, meccanico, quantificabile e divisibile in segmenti. Kairos, invece, divinità greca raffigurata da Lisippo come un giovinetto nudo, con le ali ai piedi e una bilancia in equilibrio su un rasoio a forma di mezzaluna, incarna il tempo di qualità: quello della durata, seppur fugace, degli eventi a cui dà sostanza. Il fanciullo è immortalato nell’attimo del movimento e sembra indicare la fugacità e l’inafferrabilità dell’attimo. Le ali e l’equilibrio precario “sulla lama del rasoio” richiamano il senso del momento passeggero, dell’occasione e dell’autodeterminazione. Kairos rappresenta il tempo vissuto, “che richiede di essere colto nell’istantaneità dell’accadere: una volta andato via, non può essere ricatturato e con esso è perduta l’occasione di cambiamento che porta con sé” (Bufalino et al., 2021).

È il momento presente, l’unico vero tempo di cui si dispone, come un dono, attraverso cui si può modellare la propria esistenza. Così concepito, Kairos si oppone a Chronos, che “è un tempo che non lascia spazio all’autoriflessione critica, alla pausa, al silenzio, alla scelta consapevole e libera, alla discussione e al dialogo” (Bufalino et al., 2021).

Il tempo nella società attuale

La visione che la società ha del tempo caratterizza la sua cultura. La volontà di misurarlo e controllarlo è la “dimostrazione di come gli esseri umani si organizzano come gruppo sociale e un modo di orientarsi nei doveri sociali che si innervano nell’organizzazione delle istituzioni” (Francesch, 2009, p. 29).

I primi strumenti di misurazione del tempo avevano una funzione molto concreta: servivano a sapere quanto durava un evento. Segnali convenzionali, come il rintocco delle campane, indicavano i diversi momenti della giornata, l’avvio e la fine delle attività.

L’età moderna ha progressivamente esteso “il dominio dell’orologio a tutta la vita sociale” (Francesch, 2009, p. 31) e il controllo del tempo è stato sempre più posto in relazione con l’idea di efficienza e produttività.

Dai segni del tempo evidenziati in natura con l’avvicendarsi delle stagioni, alla cadenza di riti e preghiere secondo il susseguirsi della liturgia delle ore, si è passati prima all’esattezza degli orologi analogici, poi all’incalzare circolare delle lancette dell’orologio meccanico, fino alla linearità inarrestabile dell’orologio digitale.

L’evoluzione della modalità di misurare il tempo e della premura con cui questa operazione avviene denota l’ansia che nel corso della storia ha sempre più caratterizzato il rapporto tra l’uomo e il tempo, sintetizzato dal principio “il tempo è denaro”.

Nella storia recente l’umanità ha posto un’enfasi crescente su Chronos: “Persino il tempo libero è scandito da un orario programmato. Non resta tempo per la riflessione. Il momento adeguato non esiste più e la realizziamo solo perché è indicata nella nostra agenda” (Francesch, 2009, p. 34).

I segni culturali identificativi della società sono consumo e velocità (Bauman, 2006) e “la velocità cresce parallelamente alla trasformazione di tutti gli elementi della società in oggetti suscettibili di consumo” (Francesch, 2009, p. 35). La quantità predomina sulla qualità e, per sentirsi “dentro”, si subisce passivamente il ritmo accelerato della società del consumo, che spinge ad accumulare, consumare, esaurire e sostituire.

“La velocità è presente ovunque: nei rapporti personali, nel lavoro, nella cultura” (Francesch, 2009, p. 48), portando a “ritmi di vita sempre più accelerati che sono strettamente associati ai progressi tecnologici e, in particolare, ai processi di digitalizzazione e di temporalità digitale” (Bufalino et al., 2021).

Questa accelerazione, amplificata anche dall’invasione delle tecnologie in ogni campo della vita, riguarda la società intera, che insegue la crescita e il progresso in una escalation continua secondo il modello che Rosa definisce di “stabilizzazione dinamica”.

Tale corsa si scontra con i limiti del tempo, quello della quotidianità ad esempio, che di fatto non può essere moltiplicato ma solo sempre più compresso, e porta al fenomeno della “desincronizzazione e dei suoi potenziali danni” (Rosa, 2015).

L’accelerazione e la rapidità con cui tutto si svolge non producono un vero risparmio di tempo. Al contrario, sembrano aver accresciuto la percezione della sua mancanza, confermando che spesso “più”, “più rapidamente”, “prima” non sono sinonimi di miglioramento.

Proprio in piena epoca di accelerazione sociale, i “movimenti per la lentezza” nascono e trovano aderenti nel mondo intero. Movimenti come Slow Food, Turismo lento, Cittaslow, pur nella diversità delle loro tematiche, sostengono il principio della lentezza e mettono in discussione il valore assoluto dell’accelerazione.

Il tempo dell’educazione

“In educazione, più, più rapidamente, prima saranno sinonimi di meglio?” (Francesch, 2009, p. 45). Nel suo testo Elogio dell’educazione lenta, a fronte dell’accelerazione e della frenesia che condizionano la vita odierna, Francesch ha operato una prima riflessione sistematica sul significato della lentezza in ambito educativo, ricercandone le tracce nel pensiero di filosofi, pedagogisti e psicologi del passato, anche in relazione ai movimenti slow che propongono modelli alternativi a quelli della velocità e della fretta. Se un tempo la parola lentezza, nel mondo dell’educazione, non era associata a un’accezione positiva, sul finire del ventesimo secolo l’invito a trovare un tempo per pensare più lento e più profondo ha cominciato ad affermarsi.

Nel 2002 Holt, con il suo It’s Time to Start the Slow School Movement, diede avvio a una sorta di movimento fondativo dell’educazione lenta, elencando alcuni principi di base per il mondo della scuola, sia attingendo alla sua esperienza di insegnante sia ad alcuni contributi scientifici.

Come Giancarlo Gola ripercorre nell’articolo Per uno sguardo lento sull’educazione, accenni al valore della lentezza si ritrovano già in Comenio, che nella Didactica Magna auspica un insegnamento in cui “i docenti insegnino meno, i discenti imparino di più, nelle scuole ci siano meno chiacchiere, tedio, lavori inutili, bensì più tempo libero, piacere di apprendere e un rendimento migliore”.

Rousseau introduce poi l’attenzione, in educazione, al sentimento e agli aspetti psicologici dei discenti, con un primo accenno all’individualizzazione.

Anche nel pensiero di Pestalozzi possono essere rintracciati tratti rispondenti al valore della lentezza: dal tema dell’educazione del cuore, che passa attraverso la relazione pedagogica tra insegnante e alunni, all’attenzione ai valori educativi, non disgiunti ma integrati con lo studio e il sapere (Gola, 2021).

In Dewey e nel suo credo pedagogico, che valorizza l’esperienza vissuta, la lentezza diventa determinante affinché dall’esperienza stessa si possa trarre profitto attraverso il pensiero riflessivo.

Ripercorrendo alcune posizioni psico-pedagogiche rilevanti del passato, si ritrovano le radici di un pensiero in cui il concetto di lentezza risuona, confermando che: “Il lento è essenziale per l’apprendimento e la vita, per affrontare problemi complessi, esso dà profondità alle esperienze; nell’ambito educativo e in particolare nella scuola è trascurata questa idea. L’apprendimento profondo è spesso un apprendimento lento.” (Gola, 2021).

Tale affermazione contrasta con la frequente associazione dell’apprendimento lento all’idea di fallimento, incapacità o difficoltà cognitiva, e trova invece riscontro nelle neuroscienze, che affermano che il cervello è lento.

Maffei invita proprio a riflettere sulla relazione tra cervello e lentezza, sostenendo che il cervello è un organo che ha bisogno di lentezza. Ciò è supportato da molti studi che mostrano come diversi processi neuro-cognitivi — attenzione, memoria, consolidamento — richiedano approcci lenti.

Il filosofo e pedagogista francese René Thom ritiene che anche, e proprio, nell’insegnamento vada recuperato il valore della lentezza, ponendo al centro della didattica atteggiamenti come la ponderazione, la riflessione e l’attenzione, e suggerendo di rallentare sia dentro sia fuori l’aula. Questo approccio, implicitamente, si traduce anche in un progresso per gli studenti (Gola, 2021).

Nella sua tesi sull’insegnamento lento, Thom auspica la semplicità e l’alleggerimento, ossia il privarsi del superfluo nell’azione didattica, nell’interazione tra insegnanti e alunni, nella vita della comunità scolastica e nella progettazione di percorsi didattici semplici.

Coltivare attività didattiche che fanno tesoro della lentezza significa anche, per l’insegnante, dare l’esempio. Nel ragionare di magistralità del docente, Perla riflette sul potere dell’esempio, sulla natura latente dell’esempio che appartiene a una didattica dell’implicito, una didattica nascosta (Gola, 2021).

Accorgersi del tempo in educazione significa tenerne conto non soltanto per la pianificazione di attività e la determinazione di scadenze, ma in quanto variabile fondamentale che incide sulla qualità del processo di insegnamento-apprendimento, sul benessere degli attori coinvolti e sui risultati.

È questo il punto focale degli slow education movements, che non intendono demonizzare la velocità, ma piuttosto “cercare il tempo giusto, insistere sulla qualità, restituire tempo alle persone e porsi in modo critico di fronte alla società attuale” (Francesch, 2009, p. 51).

Nella scuola, che può dirsi nata come istituzione proprio quando si è ritenuto necessario dare all’educazione uno spazio e un tempo specifici, esterni alla realtà familiare e parte di una comunità più allargata, il tempo è definito, controllato e gestito a più livelli: politico, amministrativo e organizzativo.

Sempre più, nella scuola emerge l’esigenza di una riflessione pedagogica che proponga una visione formativa del tempo, da difendere, valorizzare e rileggere criticamente in funzione di una sua più efficace e sana gestione.

Le competenze di vita e la gestione del tempo

Per “gestione del tempo” si intende il processo di pianificazione e controllo del tempo impiegato per attività specifiche, come ad esempio quelle lavorative. La gestione del tempo viene definita come “una forma di decisione utilizzata dalle persone per strutturare, proteggere e adattare il proprio tempo alle condizioni mutevoli” (Aeon, 2017), ossia la modalità con cui il tempo viene organizzato, le strategie con cui vengono posti confini al proprio tempo e il grado di flessibilità offerta in risposta ai cambiamenti.

La gestione del tempo è inclusa tra le soft skills, ossia l’insieme di competenze che permettono di gestire sé stessi e interagire efficacemente con gli altri. In ambito professionale, insieme alle competenze tecniche e specifiche, dette hard skills, esse consentono di affrontare con successo le sfide lavorative.

Tali competenze, denominate anche life skills o competenze di vita, sono trasversali e quindi “non fanno riferimento a uno specifico lavoro e caratterizzano il soggetto in quanto aperto a immettersi in ogni settore professionale con una buona preparazione personale per affrontare le sfide dell’occupabilità. Esse sono indice di maturità in relazione a sé stessi, agli altri, al lavoro” (Pellerey, 2017).

Le soft o life skills includono abilità sociali, comunicative e linguistiche, assertività, comportamenti e atteggiamenti che si manifestano a livello personale e relazionale, rivelandosi sempre più rispondenti alle priorità emergenti dal mondo del lavoro.

Nel 1993 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha individuato dieci competenze che rappresentano il nucleo centrale delle life skills, raggruppandole in tre aree:

  • - area emotiva, che comprende consapevolezza di sé, gestione delle emozioni e gestione dello stress;
  • - area relazionale, in cui convergono empatia, comunicazione efficace e relazioni efficaci;
  • - area cognitiva, che include capacità di risolvere problemi, prendere decisioni, pensiero critico e pensiero creativo.

La gestione del tempo viene inserita all’interno dell’area del sé ed è considerata fondamentale per la percezione di fiducia in sé stessi, per la tenuta della motivazione e dell’impegno e per il controllo dello stress percepito.

Come rilevato attraverso il piccolo sondaggio illustrato nel capitolo precedente e più volte ribadito, la gestione del tempo nella vita della scuola riflette la cattiva gestione del tempo nella società: le attività non si susseguono ma si rincorrono; le scadenze definiscono i ritmi della didattica, della progettazione e della riflessione; l’uso delle tecnologie ha contratto i tempi della comunicazione e limitato quelli della concentrazione; il multitasking è diventato consuetudine nella vita dei docenti e dei dirigenti scolastici.

La sensazione di essere in ritardo e di dover agire con rapidità intossica le giornate. Ritrovare una gestione del tempo sana e in linea con i ritmi biologici e fisiologici dell’essere umano appare quindi un’esigenza pressante: “Decelerare l’educazione, come decelerare le nostre vite, è un richiamo urgente.” (Francesch, 2009, p. 18).

Riflettere e dibattere sul tempo e sulla sua influenza sui processi educativi di insegnamento-apprendimento è la premessa per avviare un ripensamento individuale e collettivo che si allarga oltre la scuola, coinvolgendo la famiglia e la società, e ponendo la lentezza al centro di una corrente di pensiero orientata a un modello di vita più sostenibile.

Conclusioni

Decelerare e rallentare non per “fare meno”, ma per “fare meglio”: è questo lo spirito con cui i movimenti per la lentezza propongono nuovi stili di vita in diversi campi, come l’alimentazione e il turismo, auspicando un approccio profondo, centrato sulla qualità e sulla consapevolezza.

Si sente, in generale, la necessità di ritrovare il giusto ritmo, in opposizione a quello frenetico e incalzante che la società attuale propone. Come afferma Hartmut Rosa, “la crescita, l’accelerazione e l’innovazione non operano più come scopi motivanti e promesse ispiratrici ma sono vissute come forze e imperativi ciechi”, tanto da creare nelle persone “la sensazione di dover correre sempre più veloce giusto per mantenere il passo”.

Riappropriarsi del tempo e riscoprirne il valore significa imparare a rispettare il “tempo naturale” della mente umana, soppiantato quasi del tutto dal “tempo dell’orologio”, che detta i ritmi di vita, lavoro, sonno, veglia e, nella scuola, anche quelli dell’insegnamento e dell’apprendimento.

Effettivamente, tutta la vita della scuola è basata sul tempo: ciascun ciclo — scuola dell’infanzia, scuola primaria, scuola secondaria di primo e secondo grado — è diviso in anni scolastici; l’anno scolastico è suddiviso in quadrimestri o trimestri; il tempo scuola settimanale è organizzato secondo un orario che prevede fasce orarie o ore di lezione, a seconda dell’età degli allievi, e su questo è strutturato e calibrato anche il servizio del personale scolastico: insegnanti, amministrativi e ausiliari.

All’interno della scuola esiste una pluralità di tempi quantitativi: la calendarizzazione dei giorni di scuola, il tempo del curricolo e degli adempimenti, la scansione delle discipline. Questi tempi sono controllati, garantiti e molto più considerati rispetto ai tempi qualitativi: quelli della relazione, dell’apprendimento, dell’insegnamento, della riflessione, della creatività.

Ne deriva che la pratica didattica quotidiana è molto spesso affannata alla rincorsa di un tempo che “non si può perdere”, ma che, di fatto, non è ben vissuto, a scapito degli alunni e del personale scolastico.

L’introduzione e la diffusione capillare della tecnologia dopo il periodo della pandemia hanno rappresentato, accanto agli evidenti aspetti positivi, un fattore aggravante dell’accelerazione percepita da insegnanti e dirigenti. Per molti di loro, i tempi del lavoro e del privato risultano confusi e sovrapposti, gli spazi liberi si sono assottigliati e la sensazione di ansia e apprensione appare cresciuta.

Il rischio, oggi ampiamente riconosciuto per gli operatori della scuola, è che il livello di stress superi la finestra di tolleranza sostenibile e che, a partire dal lavoro, la qualità della vita possa subire una preoccupante flessione. Imparare a gestire il tempo e, possibilmente, imparare la lentezza sembra essere la risposta a un bisogno formativo chiaro e forte che, a più livelli, emerge dalla scuola.

È necessario quindi, in un’ottica di lifelong learning, promuovere e interiorizzare una nuova cultura del tempo a scuola, come naturale passo sulla traiettoria del miglioramento del benessere dell’intera comunità scolastica.

Sebbene il significato di lentezza abbia subito numerosi mutamenti nel corso dei secoli e sia stato frequentemente associato a un’accezione negativa o persino dispregiativa, l’acquisizione di skills per un nuovo rapporto con il tempo richiede, insieme a strategie di time management, una nuova consapevolezza sul valore del tempo inteso come otium latino: quello spazio fecondo da riservare con amore alle attività intellettuali, alla meditazione e alla conoscenza.

“Soli omnium otiosi sunt qui sapientiae vacant, soli vivunt”: Solo gli uomini “oziosi”, quelli che dedicano tempo alla saggezza, vivono. Così scriveva Seneca nel De brevitate vitae circa duemila anni fa, esprimendo un bisogno evidentemente ancora molto attuale.

Trovare il tempo per ragionare sul “tempo a scuola” e rallentare proprio per poterlo vivere meglio, “con urgenza”, è importante e necessario per dare spessore al tempo dell’educazione e valore e serenità a chi dell’educazione si occupa.


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Silvia Giorgi è in ruolo come dirigente scolastica. Dopo un triennio di distacco in qualità di tutor organizzatore presso il corso di laurea in Scienze della Formazione primaria dell’Università di Urbino, dal 1° settembre 2024 dirige l’Istituto Omnicomprensivo Rotella-Montalto delle Marche, in provincia di Ascoli Piceno. Inclusione, leadership, emozioni e internazionalizzazione sono i suoi principali ambiti di interesse, che approfondisce anche attraverso attività di scrittura e formazione. È coautrice del libro Happy School (Edizioni Erickson Live, 2018) e autrice del saggio Emozioni e competenze (Capponi Editore, 2022).


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