- Categoria: Editoriali
- Scritto da Luciano Pasqualotto
Tetto agli alunni stranieri nelle classi: una lettura critica
La proposta di fissare un tetto alla presenza di alunni stranieri nelle classi è tornata al centro del dibattito dopo l’annuncio della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che il 20 settembre 2026 ha anticipato un provvedimento governativo sul numero massimo di studenti stranieri per classe. Pochi giorni prima il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara aveva rilanciato l’ipotesi di rendere per legge il limite del 30%, già previsto “di norma” dalla circolare ministeriale n. 2 del 2010, ma rimasto largamente inapplicato.
L’idea, quindi, non nasce oggi. La circolare del 2010 aveva già indicato come criterio orientativo una presenza non superiore al 30% di alunni con cittadinanza non italiana, prevedendo però possibilità di deroga in relazione alle caratteristiche del territorio e al livello di competenza linguistica degli studenti. Il Governo intende ora trasformare quell’indicazione in una disposizione più vincolante, attribuendo anche agli uffici scolastici territoriali un ruolo di coordinamento nella distribuzione degli alunni.
La proposta intercetta un problema reale: una forte concentrazione, nella stessa classe, di alunni appena arrivati e con scarsa conoscenza dell’italiano può rendere più complesso l’insegnamento e ostacolare gli stessi processi di inclusione. Ma proprio per questo il criterio della cittadinanza rischia di essere troppo grossolano.
In Italia gli alunni senza cittadinanza italiana sono circa 930 mila, pari a poco più dell’11% della popolazione scolastica. Ma quasi due terzi, il 65,2%, sono nati in Italia (fonte RaiNews). Un bambino nato nel nostro Paese, scolarizzato fin dall’infanzia e perfettamente italofono viene conteggiato nello stesso modo di uno studente arrivato da poche settimane senza conoscere la lingua. Dal punto di vista educativo, però, sono situazioni profondamente diverse.
È qui che il problema dovrebbe essere riformulato. Il parametro più utile non è quanti studenti abbiano un passaporto straniero, ma quanti necessitino contemporaneamente di un intenso accompagnamento linguistico e scolastico. Una classe con il 35% di ragazzi di origine straniera, tutti nati e cresciuti in Italia, può non presentare particolari difficoltà linguistiche. Una classe con una percentuale inferiore, ma nella quale siano presenti numerosi alunni neoarrivati e non italofoni, può invece richiedere risorse didattiche considerevoli. Una soglia basata esclusivamente sulla cittadinanza rischia quindi di misurare male proprio il fenomeno che vorrebbe governare.
Il vero nodo è linguistico ed educativo
Dal punto di vista pedagogico sarebbe più sensato considerare alcuni indicatori concreti: livello di conoscenza dell’italiano, tempo trascorso nel sistema scolastico italiano, eventuale recente immigrazione, bisogni di alfabetizzazione e possibilità effettive della scuola di predisporre interventi di accompagnamento.
Le politiche introdotte negli ultimi anni si sono già mosse in questa direzione: sono previsti docenti dedicati di italiano L2 nelle classi con almeno il 20% di studenti di recente ingresso nel sistema scolastico o con competenze linguistiche insufficienti, insieme a percorsi di potenziamento e collaborazioni con i CPIA.
Lo stesso dibattito sul nuovo provvedimento sembra peraltro muoversi almeno in parte in questa direzione. Le anticipazioni indicano che potrebbero essere differenziate le situazioni degli studenti già integrati e italofoni rispetto a quelle degli alunni con maggiori difficoltà linguistiche. Questo sposterebbe opportunamente l’attenzione dalla provenienza al bisogno educativo.
Il limite territoriale
Esiste poi un secondo problema, molto concreto. Gli studenti non sono distribuiti uniformemente sul territorio. In alcuni quartieri e comuni la presenza di famiglie di origine straniera è molto elevata. Nella scuola dell’infanzia e nella primaria, in particolare, le famiglie tendono comprensibilmente a scegliere l’istituto vicino all’abitazione. È quindi difficile rispettare una soglia rigida senza obbligare alcuni bambini a frequentare scuole lontane dal proprio quartiere.
È il limite già evidenziato dai dirigenti scolastici: il presidente dell’Associazione nazionale presidi Antonello Giannelli ha definito la questione didatticamente fondata, ma ha sottolineato la difficoltà pratica di applicare un tetto laddove la composizione demografica del territorio renda impossibile una distribuzione equilibrata (fonte: ANSA.it)
Una politica di redistribuzione può funzionare entro certi limiti, soprattutto quando esistono più scuole vicine tra loro. Non può però diventare l’unica risposta alla concentrazione territoriale della popolazione migrante.
Distribuire gli alunni non basta
Il rischio è di pensare che l’inclusione si realizzi semplicemente modificando le percentuali. Una classe con alunni neoarrivati ha bisogno soprattutto di risorse: insegnamento dell’italiano L2, tempo scuola, mediazione linguistico-culturale, formazione degli insegnanti, possibilità di lavorare in piccoli gruppi e raccordo con famiglie e servizi territoriali. Senza queste condizioni, distribuire gli studenti tra scuole differenti sposta il problema, ma non necessariamente lo risolve.
D’altra parte, ignorare del tutto la composizione delle classi sarebbe altrettanto semplicistico. Concentrazioni molto elevate di studenti che non possiedono ancora gli strumenti linguistici necessari possono rendere più difficile l’apprendimento per tutti e, paradossalmente, rallentare proprio l’integrazione di chi avrebbe bisogno di una maggiore esposizione alla lingua italiana. La questione, dunque, non è scegliere tra il tetto e l’assenza di qualsiasi criterio. È individuare quali variabili siano realmente educative.
Non confondere cittadinanza e bisogno
Due bambini possono avere cittadinanze diverse e bisogni educativi praticamente identici. Al contrario, due studenti entrambi classificati come “stranieri” possono trovarsi in condizioni scolastiche completamente differenti. La cittadinanza è un dato amministrativo. La competenza linguistica, la storia scolastica e le condizioni di inserimento sono dati educativi.
Una politica scolastica orientata all’inclusione dovrebbe quindi evitare due semplificazioni opposte: negare che la concentrazione di alunni neoarrivati e non italofoni possa creare difficoltà reali oppure assumere che la presenza di studenti senza cittadinanza italiana costituisca, di per sé, un problema.
Il principio di una composizione equilibrata delle classi può avere senso se serve a evitare segregazioni e a favorire l’incontro tra studenti con storie differenti. Diventa invece discutibile quando la percentuale sostituisce l’analisi dei bisogni.
In definitiva, la domanda più utile non è “quanti stranieri possiamo mettere in una classe?”, ma “quali condizioni permettono a tutti gli alunni di apprendere e partecipare?”. È su questa seconda domanda che dovrebbe essere costruita una politica realmente inclusiva.
copyright © Educare.it - Anno XXVI, N. 9, Settembre 2026

