- Categoria: Pratiche di inclusione
- Scritto da Elena Tenchella, Elisa Garieri
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Un viaggio interdisciplinare tra le tavole sociali dei "Promessi Sposi"
Il solo accogliere, nell’ascolto autentico, un ricordo o una richiesta apparentemente superficiale, può accendere una scintilla e scatenare il fuoco della curiosità e permette di accogliere i messaggi che “I Promessi Sposi” custodiscono. Il percorso multidisciplinare proposto in una classe seconda di un istituto tecnico, trasforma il romanzo in una esperienza concreta, le “tavole sociali” la chiave per affrontare disuguaglianze, equità e stili alimentari e consumi consapevoli. Le fragilità di pochi diventano risorsa di apprendimento per tutta la classe.
Dalla noia nasce la scintilla
Ottava ora. I primi tepori primaverili aggravano la stanchezza e la noia, dichiarata apertamente dalla classe. Eppure è proprio in quel clima di fatica collettiva che accade l'imprevisto: il libro dei Promessi Sposi, rimasto per settimane tra le mani come un oggetto estraneo (se non durante le attività di role playing), all'improvviso si anima. Con slancio riemerge la frase iconica «Questo matrimonio non s'ha da fare!» e, con essa, la classe esce dalla passività. Qualche capitolo più avanti, al banchetto di Don Rodrigo, arriva la domanda che cambia la rotta di un intero progetto di tirocinio: «Ma cosa mangiavano, prof.?».
L'ascolto e l'osservazione attenta permettono di guardare oltre i fascicoli, i PEI e i PDP, le progettazioni, e di trasformare ciò che si osserva in concretezza e opportunità: cogliere le passioni, le capacità imprenditoriali e organizzative, l'anima sociale, la sensibilità di chi cerca la vita dentro le pagine di un romanzo che spesso richiede molta fatica per essere affrontato.
Sono elementi da cui partire e strumenti per un'intera classe: vivace e propositiva, ma che spesso dimentica l'altro, che fa fatica a vedere il cuore e l'anima di un compagno, le piccole e grandi crepe, le schegge di sofferenza e di fragilità che l'intera classe tenta di nascondere in un contesto di apparente normalità, dove il rumore tende a far scomparire tutto.
Nasce così il progetto «Le tavole sociali dei Promessi Sposi»: un percorso interdisciplinare che trasforma la rappresentazione del pasto (nel romanzo manzoniano indicatore di ceto, potere e disuguaglianza) in un dispositivo didattico condiviso dall'intera classe, a partire proprio dai suoi interessi e dai suoi bisogni.
Oltre il fascicolo
Ogni giorno, in ogni classe, in ogni luogo in cui tentiamo di trasmettere un sapere, affrontiamo piccole e grandi sfide educative, talvolta anche di fronte a diagnosi complesse che richiedono non solo solide competenze educative, ma anche fantasia e tempo da dedicare all'individuazione delle metodologie didattiche più opportune. Ogni docente si trova, prima o poi, davanti a fragilità cognitive e attentive che chiedono di adattare tempi e modalità della didattica. Tali difficoltà richiedono un'osservazione attenta, talvolta un silenzio che vale più di molte parole, la capacità di rileggere più volte un PDP o un PEI cogliendo il contrasto tra ciò che non emerge e le piccole grandi scintille. Significa saper cogliere le predisposizioni, le passioni, i frammenti di vita che vanno oltre il vissuto scolastico, i supporti dei contesti extrascolastici che permettono di agganciare gli studenti anche quando la progettazione sembra lontana dalle loro reali capacità. Dietro queste fragilità, spesso accompagnate da un'ansia da prestazione che nei momenti di valutazione impedisce di esprimere le reali capacità, si possono nascondere un'intelligenza pratico-operativa capace di comprendere la complessità quando è ancorata al reale, una spiccata capacità di apprendere per imitazione, una competenza digitale intuitiva da valorizzare. Le passioni, le relazioni positive, le abilità tecnologiche non sono dettagli di contorno: sono leve motivazionali che sostengono la partecipazione quando i contenuti scolastici faticano ad agganciare l'attenzione. È proprio l'osservazione di questi interessi, più che la sola lettura della documentazione clinica, a suggerire che l'intervento educativo debba partire dalle potenzialità, non solo dai limiti. È in questo spazio che si colloca il nostro progetto: le tecnologie, prima ancora che strumenti di supporto, diventano alleate capaci di trasformare ciò che spesso è percepito come una perdita di tempo rispetto ai ritmi di una didattica più tradizionale in un investimento reale sulla motivazione della classe alla partecipazione, all'apprendimento e al compito comune.
Il pasto come specchio sociale
Con il prezioso contributo di tutti i docenti, il percorso è stato costruito attorno alle «tavole sociali»: un dispositivo capace di trasformare il contenuto letterario in un'esperienza concreta e osservabile. Come sottolinea Montanari (2015), il pasto racconta da sempre molto più di ciò che si mangia: è lo specchio di chi siede a tavola, delle gerarchie tra i commensali, del potere e delle disuguaglianze che attraversano una società. Ogni tavola, in questa prospettiva, è un microcosmo da decifrare: il cibo rivela identità, relazioni, persino condizioni di salute, intrecciando nutrizione e cultura in un unico strumento di lettura sociale. Il cibo diventa marcatore sociale per interpretare il testo, mediatore capace di rompere apatia e marginalizzazione e, insieme, porta d'accesso alla cittadinanza attiva, in dialogo con gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell'Agenda 2030 e con il quadro europeo GreenComp.
Il titolo: «Questo matrimonio non s'ha da fare, ma la tavola s'ha da imbandire», riprende la struttura della celebre citazione manzoniana in chiave inclusiva: il matrimonio che non può essere celebrato è metafora della barriera e dell'esclusione; la tavola da imbandire rappresenta invece la condivisione e la partecipazione, non di uno ma di tutti, senza che nessuno ne resti escluso.
L'esperienza didattica si rivolge all'intera classe e, attraverso la costruzione e l'analisi delle tavole sociali, dà vita a un percorso multidisciplinare che coinvolge lettere, biologia, matematica, educazione civica e spagnolo.
Un ambiente digitale per costruire inclusione
Le risorse digitali utilizzate, hanno tenuto conto dei punti di forza e dalle competenze tecnologiche degli studenti, in linea con gli obiettivi educativi. Da qui la decisione di realizzare un sito con Google Sites, pensato come organizzatore anticipato visivo: coinvolgere gli studenti nella sua realizzazione ha ridotto l'ansia per un compito nuovo e imprevedibile, accolto anzi con entusiasmo dagli studenti con fragilità, e ha rappresentato un primo passo verso l'appartenenza al progetto e la responsabilizzazione per la sua riuscita. Attorno al sito si è costruita una rete di strumenti digitali, scelti con cura per la loro funzione didattica e inclusiva. La valutazione diagnostica iniziale si è svolta su una bacheca Padlet a colonne, che ha accolto il brainstorming dando voce anche a chi normalmente fatica a intervenire, senza la noia di un ripasso formale.
Le pagine del sito, con le relative sezioni, invitano gli studenti a entrare nel romanzo e nelle attività proposte. La pagina «Libreria», in particolare, propone modelli interattivi organizzati in sezioni tematiche, coerenti con il principio UDL dei molteplici mezzi di rappresentazione: ciascuno può entrare nel romanzo dal proprio canale preferenziale, visivo, narrativo, scientifico o ludico.
Il prodotto multimediale creato con Genially è uno dei cardini del progetto: la copertina, con Il bacio di Francesco Hayez, apre la strada al contesto storico (con la visione dell'opera nel museo interattivo) ed è seguita dalla presentazione del romanzo, da video, dal film visto in classe, da flashcard e presentazioni interattive che valorizzano i contenuti, stimolano la curiosità e le competenze digitali e visive, aiutando a superare gli ostacoli legati alla letto-scrittura e alla memorizzazione.
Le mappe interattive costruite con Google My Maps e Google Earth, proseguendo un lavoro già avviato in classe dalla docente, permettono di visitare i luoghi del romanzo, dal lago di Como al castello dell'Innominato, dal paese di Renzo al convento di Fra Cristoforo, restituendo concretezza a luoghi che spesso restano solo nomi su una pagina e portandovi anche chi, per vari motivi, non può recarvisi fisicamente.
La sezione dedicata agli alimenti e alle bevande dei personaggi rappresenta il cuore tematico del progetto ed è propedeutica all'analisi e alla costruzione delle tavole sociali; la segue una parte dedicata all'autovalutazione, con quiz creati con PanQuiz e giochi come le parole crociate, per una verifica autonoma delle conoscenze. Il contesto storico viene ripreso attraverso video, approfondimenti e strumenti di verifica creati con Canva.
Genially è stato usato anche per costruire e analizzare, attraverso il cooperative learning, le tavole sociali assegnate a ciascun gruppo: dalla tavola del potere di Don Rodrigo alla tavola sobria del convento, dove il cibo unisce invece di separare. Ai ragazzi è stato chiesto di individuare, per ciascuna tavola, personaggi, cibi consumati, relazioni e temi. L'analisi nutrizionale trasforma poi la letteratura in scienza: proteine, vitamine e, in alcune tavole, alcol; in altre, carboidrati e polenta povera, con una quasi totale assenza di proteine e vitamine. Accanto al dato scientifico emerge così ciò che il cibo racconta della vita reale e della resilienza che attraversa la storia. La mappa dell'analisi critica ha chiuso il cerchio: i ragazzi hanno collegato il valore etico del cibo in Manzoni al mondo di oggi, dimostrando che quella tavola imbandita nel Seicento parla ancora, e parla forte. Hanno inoltre messo in relazione il percorso con i progetti attivi nella scuola, dando maggior valore anche a questi ultimi.
Tutto il materiale necessario agli studenti è stato raccolto nella sezione «La cassetta degli attrezzi».
Il sito, condiviso con l'intera classe tramite Google Classroom e aggiornato in itinere durante tutte le fasi del progetto, è diventato una sorta di «museo online», come lo hanno definito i ragazzi stessi: vivo, accessibile in qualsiasi momento, anche per il ripasso, e in continua evoluzione grazie ai loro suggerimenti.
Canva ha permesso di realizzare banner, presentazioni e planner di lavoro, oltre alle task analysis per immagini, sempre secondo i principi UDL. Completa la rete Google Classroom, hub di comunicazione tra docenti e studenti e spazio di aggiornamento costante, che coinvolge docenti curriculari e di sostegno indistintamente.
Il piano cartesiano del cuore
FigJam ha permesso di tradurre il piano cartesiano in chiave etica, collocando i personaggi sugli assi del potere e della rettitudine e ragionando come l'autore nel raccontare il Seicento: un mondo in cui chi sta in alto pensa di valere più degli umili, degli invisibili. Manzoni, però, sposta il valore delle persone su un altro asse, quello del cuore: c'è chi, come Renzo e Lucia, è lontano dal potere ma vicino al bene; c'è chi sta in alto ma precipita poi nell'invisibilità del lazzaretto, come Don Rodrigo. Ai ragazzi è stato chiesto di posizionare i personaggi ricordando che non esisteva una risposta giusta o sbagliata: ciò che contava era saper argomentare la propria scelta.
L'attività aggancia così in modo autentico la matematica alla letteratura: gli studenti applicano la logica delle coordinate cartesiane a un giudizio argomentato su valori etici, rendendo visibile e misurabile qualcosa che di solito resta implicito nel testo narrativo. La matematica cessa di essere un esercizio astratto e diventa un linguaggio per interpretare il mondo.
A questa attività è seguita un'escape room realizzata con Genially, in cui le coordinate stabilite su FigJam diventano i codici necessari per avanzare: la precisione del grafico si trasforma nello strumento per mappare le relazioni umane e scardinare, una coordinata dopo l'altra, il sistema oppressivo di Don Rodrigo. Sul piano dell'accessibilità, FigJam riduce la barriera della scrittura e permette di operare con icone, colori e trascinamento: guidare la collocazione grafica dei personaggi, ancorandola al giudizio etico maturato con la lettura, attiva un'intelligenza pratico-operativa che trasforma l'astrazione matematica in un punto di accesso privilegiato al compito. L'esperienza cooperativa ridefinisce così il successo scolastico: come nel romanzo manzoniano, nessuno si salva da solo e ogni abilità è indispensabile per risolvere il mistero comune.
Lo spagnolo entra in gioco
La lingua straniera entra nel progetto attraverso il gioco: gli studenti hanno adattato vicende e personaggi in quiz e sfide digitali, tra cui un «Chi vuol essere milionario?» realizzato con Genially, lavorando sui tempi passati della lingua spagnola. Costruire un gioco richiede padronanza del contenuto e capacità di formulare le domande giuste: competenze più elevate della semplice risposta a un test. Emerge qui uno dei momenti più significativi sul piano inclusivo: gli studenti con BES lavorano al fianco di compagni con competenze linguistiche più solide secondo il modello del peer tutoring (chi porta i contenuti, chi cura la forma linguistica), in un incontro tra competenze diverse in cui nessuno è «il più bravo» in assoluto, ma ciascuno è indispensabile alla riuscita del progetto. La Gamification ha permesso di abbassare la soglia d'ansia e rendere il ripasso desiderabile, permettendo a ogni studente di contribuire con piena dignità e con il riconoscimento del gruppo. Significativa anche la costruzione dei prompt testuali per generare con ChatGPT alcune immagini delle tavole sociali: trovare le parole giuste per far comparire sullo schermo ciò che si ha in mente è un esercizio linguistico impegnativo, sostenuto dal lavoro congiunto con il docente di sostegno e dall'uso del time timer, che ha permesso di restare sul compito per l'intera durata prevista.
Gli attrezzi che non si accendono
A questa rete digitale si sono affiancate strategie non tecnologiche ma altrettanto centrali: scaffolding visivo e chunking per scomporre ogni richiesta in unità minime di significato; task analysis e time timer per sostenere attenzione e pianificazione; ruoli strutturati del cooperative learning; fading progressivo del supporto dell'adulto verso un'autonomia crescente. L'impianto ha trovato la sua cornice nello Universal Design for Learning (UDL): gli stessi strumenti compensativi previsti da PEI e PDP sono stati messi a disposizione di tutta la classe, così che il loro uso non segni mai una differenza, ma diventi una risorsa condivisa.
Il setting d'aula: una componente attiva di tutto il progetto
Anche lo spazio fisico dell'aula è stato pensato come componente attiva del dispositivo inclusivo, e non come semplice sfondo delle attività. I banchi sono stati disposti in sei isole da quattro posti, per rendere naturale il lavoro cooperativo e visibile a colpo d'occhio la suddivisione dei ruoli. Gli studenti hanno utilizzato i propri tablet personali, previa autorizzazione, integrando così nel lavoro scolastico dispositivi di uso quotidiano, invece di considerarli soltanto fonti di distrazione.
Un accorgimento rivelatosi utile, pur con i limiti di cui si dirà più avanti, è stato l'uso di musica strumentale a basso volume durante i lavori di gruppo, come regolatore implicito del tono di voce: quando la musica non si sentiva più, significava che il rumore in aula era salito troppo ed era il momento di abbassare la voce, senza bisogno di richiami verbali che avrebbero interrotto il flusso del lavoro. Un timer visivo sulla lavagna interattiva ha inoltre reso concreto e condiviso il tempo a disposizione per ciascuna fase, aiutando l'intera classe, e non solo gli studenti con maggiori difficoltà attentive, a organizzare il proprio lavoro.
Riflessioni didattico-pedagogiche sugli esiti
La valutazione si è articolata in diversi momenti, coerenti con un approccio che privilegia il processo rispetto al prodotto e la crescita rispetto alla prestazione. Oltre alla valutazione diagnostica su Padlet, un'osservazione sistematica in itinere, condotta con griglie dedicate, ha documentato fase per fase comportamenti, tempi di attenzione, collaborazione e raggiungimento degli obiettivi, facendo riferimento alle quattro dimensioni del PEI in prospettiva ICF: uno sguardo continuo, non giudicante, orientato al sostegno. Due strumenti digitali chiudono il percorso, entrambi coerenti con il principio UDL dei molteplici mezzi di azione ed espressione. Il test sui personaggi realizzato con PanQuiz svolge una funzione di verifica formativa: il formato a risposta multipla con supporto visivo elimina la barriera della produzione scritta e privilegia il riconoscimento rispetto alla rievocazione libera. Mentimeter apre invece uno spazio di riflessione collettiva e immediata (nuvole di parole, sondaggi in tempo reale) che permette a ciascuno di esprimere la propria percezione del percorso su più fronti: dall'aiuto allo studio alle emozioni legate al progetto.
Mentimeter restituisce il quadro più prezioso: la classe parte da emozioni dominate dalla preoccupazione per un ulteriore compito sfidante, ma anche dall'indifferenza, per arrivare a descrivere il progetto con parole come «interessante», «utile», «innovativo», «bello» e «collaborativo». Il ricordo dei personaggi migliora in modo evidente: da una maggioranza che ne ricordava due o tre si passa a dodici studenti che ne ricordano sei o sette e a quattro che ne ricordano più di dieci. Tutti gli studenti, tranne due, giudicano il progetto molto utile. Le scoperte più citate sono la saggina e la pellagra, malattia legata a un'alimentazione quasi esclusivamente a base di mais che si diffonderà nelle campagne lombarde e venete nei secoli successivi a quelli narrati. Queste scoperte confermano non solo una curiosità che, se stimolata, emerge con chiarezza, ma anche un collegamento tra letteratura, scienza e attualità capace di produrre un apprendimento autentico.
Cosa resta sul piatto
Gli obiettivi individuati per gli studenti con BES e per la classe sono stati tutti raggiunti e, in alcuni casi, superati. Il cambiamento più significativo riguarda la dimensione relazionale: da un iniziale schema di isolamento e di delega sistematica al docente di sostegno si è passati alla scelta di chiedere aiuto ai compagni, di investire nel proprio ruolo, di gestire in autonomia gli strumenti digitali durante la presentazione finale all'intera classe.Già il brainstorming diagnostico su Padlet, condotto in apertura del percorso, aveva restituito un quadro chiaro della classe: la maggioranza degli studenti ricordava soltanto due o tre personaggi, i più noti, e alcuni non ne ricordavano nessuno. Un dato che confermava fin dall'inizio la necessità di un dispositivo capace di ancorare i contenuti a qualcosa di concreto e vissuto: esattamente il compito affidato alle tavole sociali. Gli elaborati prodotti dai gruppi hanno tutti raggiunto la sufficienza nella valutazione sommativa, alcuni distinguendosi per pertinenza e cura grafica; un solo gruppo, non avendo lavorato con Genially, ha incontrato difficoltà nella presentazione finale delle proprie flashcard, a conferma di quanto lo strumento scelto incida sull'efficacia del prodotto tanto quanto il contenuto disciplinare. Del resto, anche lasciare la libertà di sbagliare è una scelta educativa, e insieme una sfida. La classe restituisce, attraverso Mentimeter, un'immagine sincera di sé: le parole dominanti a inizio percorso («preoccupata», «stressato», «in ansia») lasciano progressivamente spazio a una maggiore consapevolezza critica. La tavola sociale come strumento di studio ottiene punteggi medi compresi tra 3,9 e 4,1 su una scala Likert a 5 punti, con il valore più alto legato alla capacità di collegare la narrazione storica all'attualità: più della metà della classe riconosce nella carestia raccontata nel romanzo un'eco delle disuguaglianze alimentari di oggi, mentre una quota minore individua nella stratificazione sociale del Seicento un parallelo con le gerarchie contemporanee. Non manca la franchezza sulle criticità: una parte della classe segnala una collaborazione insufficiente o una partecipazione disomogenea nei gruppi, dato restituito con altrettanta trasparenza al Consiglio di classe come spunto di lavoro per i mesi successivi.
Quello che non ha funzionato
Non tutto funziona sempre allo stesso modo o alla perfezione, e le criticità meritano di essere affrontate quanto i risultati. L'avvio del progetto, posticipato per ragioni organizzative, ha compresso i tempi delle fasi successive, generando nello studente con PEI, ma non solo, un bisogno più frequente di rassicurazioni sui tempi previsti; i continui aggiustamenti al cronoprogramma sono diventati inoltre una fonte aggiuntiva di ansia. La sezione dedicata alla matematica è rimasta la più debole, per la scarsa motivazione pregressa e per la collocazione nella settimana didattica, a conferma di quanto il momento in cui un'attività viene proposta incida sulla sua riuscita quanto la qualità della progettazione.
Il rumore nei gruppi ha faticato a mantenersi entro livelli accettabili, nonostante la musica di sottofondo, generando in alcuni momenti un crescente nervosismo, soprattutto negli studenti con maggiori difficoltà e verso la fine delle ore di lezione. La disomogeneità iniziale nell'uso degli strumenti digitali ha inoltre prodotto disparità nei contributi tra i gruppi: in un caso, lo studente con PEI è arrivato vicino al blocco del compito per l'impossibilità di completare autonomamente la propria flashcard, ed è rientrato nel lavoro solo grazie a un intervento mirato e al supporto della task analysis. Riportare la classe a un uso condiviso di un'unica piattaforma ha restituito serenità al gruppo, ma ha richiesto un correttivo in corsa non previsto dalla progettazione iniziale.
Sul piano professionale, infine, il rapporto tra l'ampiezza degli obiettivi disciplinari e inclusivi perseguiti e le ore effettivamente disponibili resta il nodo più rilevante per la progettazione di percorsi analoghi: un'esperienza di questo tipo richiede un tempo di preparazione e di adattamento in itinere superiore a quanto inizialmente previsto, elemento di cui tenere conto in un'eventuale replica futura.
Una tavola per tutti
Il progetto non intendeva risolvere, né ha risolto, le fragilità di nessuno, ma ha permesso a una classe spesso indifferente, e agli studenti per cui la scuola era spesso sinonimo di ansia, di mettere il proprio nome su qualcosa di reale: un sito pubblico ancora consultabile, elaborati costruiti insieme grazie a una rete di strumenti digitali pensati fin dall'inizio per includere, un'aula che per qualche settimana ha smesso di essere solo luogo di prestazione individuale per diventare spazio di convivialità educativa. Il progetto ha suscitato un interesse tale che alcuni studenti di altre classi hanno chiesto di potervi partecipare. Ripercorrendo il progetto nel suo insieme, ciò che emerge con più forza non è tanto la singola tecnologia adottata, quanto la logica che ha tenuto insieme tutti gli strumenti. Ogni scelta digitale (dal brainstorming su Padlet alla gamification con PanQuiz e Genially, dalla costruzione visiva delle tavole al ragionamento per immagini su FigJam, fino alla riflessione anonima ma condivisa dall'intera classe su Mentimeter) è stata guidata da una domanda semplice, ripetuta in ogni fase e per ogni idea emersa nel percorso: questo strumento aiuta davvero a includere, o si limita ad aggiungere un elemento tecnologico a un compito che resterebbe comunque escludente per qualcuno? È in questa domanda, più che in una singola metodologia, che si gioca la trasferibilità dell'esperienza ad altri contesti e ad altri profili di bisogni educativi speciali. Anche gli errori di percorso, come i tempi stringenti o la disomogeneità delle competenze digitali iniziali, restano punti da rivalutare: replicare il progetto significa anche prevedere, fin dalla progettazione, il tempo necessario e la possibilità di individuare altre metodologie e strategie didattiche, più adatte al raggiungimento degli obiettivi didattico-pedagogici in ciascun contesto specifico. La struttura modulare del percorso, fondata su strumenti digitali diffusi nella scuola secondaria e su un testo curricolare comune a molte classi, ne facilita la trasferibilità. Come ci insegnava il prof. Angelo Lascioli, non ci si deve concentrare solo sul frammento: occorre avere la visione dell'intero. Ed è proprio da lì, dallo sguardo che tiene insieme tutte le parti, che nasce ogni volta l'inclusione vera: una scuola che si muove insieme, unita per il bene comune.
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Elena Tenchella è docente di Scienze integrate, attualmente in servizio presso l'Istituto L. Einaudi di Verona e l'Istituto C. Anti di Villafranca di Verona (VR). Specializzata nelle attività di sostegno didattico presso l'Università di Verona, coltiva da tempo un'attenzione particolare ai temi dell'inclusione, che considera parte integrante del proprio modo di insegnare le discipline scientifiche.
Elisa Garieri, docente a contratto e ricercatrice presso l'Università di Verona. Docente TIC nei corsi di specializzazione per la formazione post universitaria dei docenti di sostegno. Formatrice esperta: PNSD, PNRR, animatori digitali, team per l'innovazione, docenti. Esperta in metodologie e didattiche innovative con le nuove tecnologie per studenti con BES.
copyright © Educare.it - Anno XXVI - N. 9, Settembre 2026
