- Categoria: Vivere di Scuola
- Scritto da Laura Alberico
I ragazzi con il cappuccio in testa
Entrano in classe come se dovessero coprirsi dalle intemperie, guardano dritto senza salutare l'insegnante e si siedono al loro banco aspettando chissà cosa. Ogni giorno questi ragazzi mi sfidano, mettendo a dura prova la mia pazienza, rifiutando ogni forma di interazione e di accoglienza. Passano le ore in uno stato di letargia o iperattività, con lo sguardo assonnato o in preda a un meccanismo di instabilità motoria che li porta a girovagare per la classe come se dovessero misurare il tempo e lo spazio della loro dimensione. Sono i cosiddetti ragazzi “difficili”, termine generico e non sempre definito che accomuna i disadattati che non riescono a trovare nell'istituzione e nel gruppo scolastico il senso di integrazione e di appartenenza.
Cerco di ascoltare in silenzio il loro disagio, faccio domande che spesso non trovano risposte. Ad un tenue segnale di interazione cerco di forzare con delicatezza lo spiraglio di luce che mi hanno concesso e lì, sul quel terreno impervio, spargo semi di conoscenza e altro. Sono consapevole che la strada è lunga e impegnativa, che tutto non è così scontato quando avverto qualche risultato incoraggiante. I ragazzi con il cappuccio in testa coprono la loro mente e il loro cuore, vanno a scuola perché sono obbligati a farlo e rifiutano le regole. Non si fanno domande e alle mie i continui “no” diventano barriere e muri di isolamento forzato, lontani come sono dagli adulti e dal loro mondo. Questa distanza mi riempie di amarezza e i tentativi che faccio si trasformano spesso in una estenuante sfida in cui le parole, gli sguardi, i gesti sono gli strumenti necessari per la comunicazione. E proprio in questa direzione e con questo obiettivo vorrei continuare a credere che i ragazzi con il cappuccio possano scoprire la loro testa, guardarmi negli occhi e accorgersi della mia presenza. Aspetto che mi parlino di loro, della rabbia che tengono dentro, pronta ad esplodere alla minima occasione. Aspetto che imparino le parole e il loro suono, che possano conoscersi e riconoscersi in esse senza paure e timori, magari dissolvendo pian piano i fantasmi di un mondo interiore ancora tutto da accogliere, comprendere, amare.
copyright © Educare.it - Anno XVIII, N. 10, Ottobre 2018

