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Pedagogia interculturale

Contro la logica della forza. Educare alla pace e alla nonviolenza

educare alla pace e alla nonviolenzaL’articolo esamina il rapporto tra educazione alla pace, democrazia, giustizia e interculturalità, attraverso il confronto con il pensiero di Kant, Dewey, Freire e Panikkar. Muovendo dall’idea che la pace non coincida con la semplice assenza di conflitto, il contributo la interpreta come costruzione politica, pratica democratica, tensione emancipativa e processo interculturale. Ne emerge una concezione dell’educazione orientata alla formazione di cittadini critici, responsabili e capaci di trasformare il conflitto in occasione di partecipazione, dialogo e convivenza pluralistica.

The article examines the relationship between peace education, democracy, justice, and interculturality through an engagement with the thought of Kant, Dewey, Freire, and Panikkar. Starting from the assumption that peace cannot be reduced to the mere absence of conflict, the contribution interprets it as a political construction, a democratic practice, an emancipatory endeavor, and an intercultural process. From this perspective emerges a conception of education aimed at fostering critical, responsible citizens capable of transforming conflict into an opportunity for participation, dialogue, and pluralistic coexistence.

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Il dialogo interculturale. Riflessioni educative entro l’approccio decoloniale

dialogo interculturaleIl pensiero decoloniale, sviluppato principalmente nell’America del Sud, fornisce una proposta di educazione attraverso (e per) il dialogo interculturale, che è risorsa strategica per costruire relazioni e modi di coesistenza civile in cotesti di diversità storica, esistenziale ed etnica. Entro questa prospettiva i tratti della pratica dialogica, situata, relazionale, non neutra, agiscono non solo sulle dinamiche di riconoscimento individuale e collettivo, ma soprattutto sui modi di coesistere attraverso la partecipazione di tutti i saperi e le volontà delle persone coinvolte. L’articolo ha l’intento di illustrare come il dialogo interculturale rappresenti una pratica educativa trasformativa concreta, che, entro contesti multiculturali, aiuta a contrastare comportamenti discriminatori e a sviluppare rapporti diversi, più umani e solidali, costituzionalmente tesi alla valorizzazione degli altri.

Decolonial thought, developed primarily in South America, offers an educational proposal through (and for) intercultural dialogue, understood as a strategic resource for building relationships and forms of civil coexistence in contexts marked by historical, existential, and ethnic diversity. Within this perspective, the characteristics of dialogical practice—situated, relational, and non-neutral—act not only on the dynamics of individual and collective recognition but, above all, on the ways of coexisting through the active participation of the knowledge and wills of all those involved.
The purpose of this article is to illustrate how intercultural dialogue represents a concrete transformative educational practice that, within multicultural contexts, helps counter discriminatory behaviors and fosters new, more humane and solidaristic relationships, constitutionally oriented toward the valorization of others.

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Straniero, frontiere, alterità: un progetto con i giovani nel Cantone Ticino

cittadinanzaL’articolo offre un’esemplificazione concreta delle riflessioni approfondite nell’articolo dal titolo “Profughi, rifugiati, alterità: è ancora proponibile una pedagogia interculturale?” pubblicato su Educare.it n. 2/2019. Nello specifico si tratta di un Progetto pluriennale realizzato nel Cantone Ticino (Svizzera) che ha visto protagonisti una cinquantina di ragazzi per annata, dai 15 ai 20 anni, con origini e appartenenze culturali assai diverse.

 

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Profughi, rifugiati, alterità: è ancora proponibile una pedagogia interculturale?

interculturaNon passa giorno senza che i media non riportino qualche episodio di “caccia al negro”, annunci xenofobi o di insofferenza verso chi “non è come noi”, di violenze e vessazioni nei confronti di chi è “straniero” o “diverso” per provenienza od origine, su cui riversare la frustrazione e la rabbia di vite stressanti, difficili o mancate, oppure semplicemente per riempire ampi vuoti di noia e di non-senso. Sono fatti spesso liquidati come banali e marginali, quasi non fossero intenzionali, ma sfuggiti “per caso” e pertanto non meritevoli di essere raccolti, notati, raccontati, sviscerati. Proprio per questa apparente e supposta banalità giova invece chinarvici, in quanto ritengo che appartengano a una microfisica di vita quotidiana sempre più disturbata, per non dire “malata”, a livello di convivenza mal riuscita, la quale, se non affrontata convenientemente, potrebbe sfociare in un’allarmante “banalità del male” (Hannah Arendt), dove queste cose potrebbero finire per non essere nemmeno più recepite perché ritenute ormai “normali”, alla stregua di “piccoli effetti collaterali” di un presente storico “difficile” e affollato di mille (altri) problemi.

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