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L’esperienza della referente del rapporto con i genitori

consulenza genitoriNegli ultimi anni il rapporto tra scuola e famiglia ha subito notevoli cambiamenti. I genitori si stanno dimostrando particolarmente presenti e coinvolti nella vita scolastica dei figli: presenziano attivamente agli incontri proposti dalla scuola, si organizzano per richiedere spazi anche al di fuori dell’orario di servizio e, sempre di più, partecipano a incontri di formazione sulla genitorialità.

Accanto a una maggiore partecipazione, emerge anche un crescente desiderio di chiarimenti sull’operato degli insegnanti. Vengono, infatti, richiesti colloqui ai Dirigenti, motivati dall’esigenza di comprendere le modalità di conduzione della classe, le ragioni delle valutazioni date ai figli e delle scelte metodologiche e didattiche adottate, talvolta anche rispetto agli interventi educativi messi in atto in situazioni di particolare complessità. Ciò che fino a qualche decennio fa era considerato un ambito di esclusiva competenza professionale del docente oggi diventa sempre più oggetto di confronto e, in alcuni casi, di discussione.

Le famiglie non si limitano a voler conoscere gli esiti del percorso scolastico dei propri figli, ma desiderano comprenderne i processi, le motivazioni e i criteri che guidano le decisioni educative. Vogliono sapere perché un insegnante sia intervenuto in un determinato modo, quali obiettivi educativi abbia perseguito e quale significato attribuisca a specifiche scelte comunicative o disciplinari. Questo cambiamento riflette una trasformazione culturale più ampia, nella quale il genitore tende ad assumere un ruolo sempre più attivo e corresponsabile nel percorso di crescita del figlio; tuttavia, questo desiderio di coinvolgimento può essere avvertito dai docenti come un'invasione dello spazio professionale.

Le richieste educative delle famiglie

Alcuni genitori rivolgono particolare attenzione alla dimensione relazionale ed educativa, mostrando una forte sensibilità al benessere emotivo dei figli. Nei colloqui emerge spesso il timore che determinate espressioni, richiami o modalità comunicative adottate dagli insegnanti possano essere vissute dai bambini come esperienze umilianti o addirittura traumatiche. Spesso nei colloqui vengono riportate queste frasi: “L’insegnante ha utilizzato questa parola, e mio figlio è rimasto piuttosto turbato”, “Mio figlio si è sentito umiliato per quello che l’insegnante ha detto davanti a tutta la classe”.
In questi casi, i genitori pongono l’accento sull’esigenza di una scuola in grado di garantire una comunicazione rispettosa, attenta ai bisogni emotivi dell'alunno e orientata alla promozione della sua autostima.

Altri genitori, invece, concentrano maggiormente la propria attenzione sugli aspetti disciplinari e didattici. Le loro preoccupazioni riguardano soprattutto l'apprendimento e l'efficacia dell'azione didattica in relazione alla conoscenza. Durante gli incontri è frequente ascoltare espressioni come: “In una classe così difficile, le maestre si troveranno costrette a rallentare il programma? Mio figlio sarà abbastanza preparato per affrontare un liceo?». In queste circostanze risulta piuttosto evidente il timore che eventuali criticità del gruppo classe - come la presenza di bambini con disturbi di comportamento - possano compromettere le opportunità formative del proprio figlio e, di conseguenza, influenzarne il futuro percorso di studi, limitando le possibilità di accesso a istituti ritenuti particolarmente qualificanti.

In altri casi, i genitori chiedono esplicitamente aiuto, condividendo la preoccupazione di non riuscire a gestire i propri figli, di non comunicare con loro in modo efficace e di non motivarli adeguatamente nello studio e nelle attività quotidiane. Chiedono, pertanto, di essere supportati nel processo di crescita dei figli.

Non si vuole stabilire se le sempre più numerose richieste di intervento dei  genitori nei confronti della scuola siano lecite o meno, quanto piuttosto aprire uno spazio di confronto.

Il primo passo: favorire una comunicazione costruttiva

È a partire da queste premesse che la Dirigente scolastica dell’Istituto Comprensivo in cui insegno, in seguito al completamento del Master in Consulenza educativa presso l’Università degli Studi di Verona, mi ha proposto di ricoprire un ruolo che solitamente viene affidato alla vicaria o alle referenti di plesso, creando una figura strumentale ad hoc: la Referente del rapporto con i genitori.

L’obiettivo non era semplicemente quello di risolvere o gestire possibili conflitti, quanto offrire uno spazio di ascolto per accogliere i bisogni espressi dai genitori, costruire un dialogo, e, allo stesso tempo, valorizzare la professionalità docente. Si risponde alle richieste delle famiglie non solo per adempiere a un dovere istituzionale, ma anche per accogliere e reinterpretare eventuali contrapposizioni, in un’ottica di etica della responsabilità e per promuovere la fiducia reciproca.

Nella maggior parte dei casi, il servizio si attiva quando il genitore invia spontaneamente al Dirigente una richiesta di colloquio; la Dirigente informa la Referente, che risponde ai genitori entro qualche giorno, fornendo alcune possibili date per fissare un incontro.  In base al contenuto e alla problematica descritta, la Dirigente si riserva di valutare se e quando consultare i docenti coinvolti.

Come trasformare il problema in opportunità: strumenti e modalità

Gli incontri hanno una struttura di conduzione pressoché identica. Si inizia con un primo momento di "accoglienza" che si caratterizza per una fase di ascolto, alla quale segue una restituzione sotto forma di riassunto da parte della Referente per verificare che la questione sia stata ben compresa. Successivamente, si passa a una rilettura della richiesta e si avanzano proposte su ciò che scuola e famiglia possono mettere in campo.

Durante i colloqui si sono rivelate fondamentali alcune abilità di counseling, tra cui l’autenticità, la comprensione empatica e l’ascolto attivo.
Per autenticità si intende una presenza capace di accogliere e trasformare la rabbia dell’interlocutore,  accettando le reazioni di chi ci sta accanto per evitare che i suoi paradigmi interferiscano nella relazione (Bertolani, 2010). L’empatia, invece, parte dall’attenzione e dal riconoscimento, per comprendere l’altro nella sua prospettiva e favorire un rispecchiamento che consenta l’esplorazione dei propri sentimenti.
L’ascolto attivo è privo di giudizio e si propone di cogliere cosa può giustificare gli atteggiamenti di disapprovazione o di malcontento, più che di legittimare in modo aprioristico le richieste avanzate dalla famiglia; solo così si possono creare i presupposti per la realizzazione di percorsi sostenibili. In queste circostanze, la scuola ritrova la sua corretta collocazione come partner competente di una comunità educante e non più come servizio privato erogatore di un servizio individuale.

Oltre 70 incontri in 2 anni: un bilancio

Spesso le richieste partivano dalla ricerca di responsabilità individuali: “Quel bambino è proprio maleducato, i suoi genitori non sono stati capaci di imporgli delle regole, la scuola deve intervenire per tutelare mio figlio e i compagni”; oppure “Gli insegnanti non stanno utilizzando gli strumenti compensativi come suggerito dagli esperti”.
L’ascolto non giudicante è stato il primo step che ha permesso al genitore di sentirsi accolto e di aprirsi a nuovi modi di rileggere l’accaduto, per poi definire insieme strategie condivise.

Al termine del colloquio, a seconda della natura della problematica emersa, si è sempre proceduto a una restituzione al singolo docente o all'intero team educativo. 
Tale momento ha rappresentato un passaggio fondamentale del percorso, poiché ha consentito di condividere gli elementi significativi emersi durante l'incontro con la famiglia, nel pieno rispetto della riservatezza e della tutela delle persone coinvolte. La restituzione non ha mai avuto una funzione valutativa nei confronti dell'operato degli insegnanti, bensì quella di favorire una comprensione più ampia della situazione e di individuare eventuali azioni educative da intraprendere.

In alcune circostanze è risultato sufficiente un semplice passaggio di informazioni, utile a chiarire alcuni aspetti relazionali o comunicativi e a prevenire possibili fraintendimenti.
In altri casi, invece, la complessità delle situazioni ha reso necessario un lavoro di progettazione più articolato con il team docente, la Dirigente e, quando opportuno, altre figure professionali presenti nell'istituto o nei servizi territoriali. Ciò si è talvolta tradotto in revisioni di alcune modalità organizzative, riprogettazione degli interventi educativi e ridefinizione dei tempi, con l'obiettivo di garantire una risposta più adeguata ai bisogni emersi.
L'attività di restituzione ha rappresentato, inoltre, un'importante occasione di riflessione professionale per gli insegnanti coinvolti. Il confronto ha permesso di rileggere alcune dinamiche relazionali, alla luce delle informazioni raccolte durante il colloquio con la famiglia, e di interrogarsi sull'adeguatezza delle strategie educative adottate. In diverse situazioni è stato possibile suggerire modalità comunicative più efficaci, nonché strategie educative e metodologie didattiche più rispondenti ai bisogni specifici dell'alunno e del gruppo classe. Tali proposte non avevano carattere prescrittivo, ma costituivano uno stimolo alla riflessione collegiale e alla ricerca di soluzioni coerenti con il progetto educativo dell'istituto.

Evoluzione e prospettive

Nel corso dell’esperienza è emerso che la natura originariamente monodirezionale del servizio, orientato prevalentemente alla gestione delle richieste “in entrata” provenienti dai genitori, potesse contrasta con la finalità di promuovere un dialogo costruttivo con l’istituzione scolastica. Tale impostazione poteva infatti determinare nel docente la percezione di trovarsi al centro di una dinamica conflittuale, anziché essere riconosciuto come interlocutore all’interno di un processo di confronto e di collaborazione.

Alla luce di tale criticità, si è ritenuto opportuno ampliare la funzione della Referente, estendendo l'intervento anche alla dimensione della comunicazione “in uscita". Nel corso dell’ultimo anno, anche i docenti hanno iniziato a richiedere l’intervento della Referente, laddove la comunicazione con la famiglia risultasse interrotta o poco efficace, o richiedesse la presenza di una figura esterna per non compromettere la relazione. L’ampliamento di tale funzione consente pertanto di superare una concezione unidirezionale dell’intervento, configurando la Referente come figura di mediazione a disposizione di entrambe le parti.

Conclusioni

L’esperienza maturata ha messo in evidenza come, nonostante sia stato possibile individuare una “struttura” che scandisce la conduzione del colloquio, ciascun incontro si definisce per la sua unicità. Ogni situazione, infatti, evolve secondo un percorso specifico e irriducibile, determinato dall’interazione tra le modalità relazionali adottate, le risorse disponibili, le competenze e, non da ultimo, il grado di disponibilità di ciascun attore coinvolto nel processo dialogico. L’efficacia dell’intervento non può essere ricondotta all’applicazione di un modello standardizzato, ma richiede una capacità costante di adattamento alle peculiarità del contesto e alle dinamiche che si sviluppano progressivamente all’interno della relazione.

Nella maggior parte dei casi, un singolo colloquio si è rivelato sufficiente a favorire, nel genitore o nel docente, un cambiamento di prospettiva, consentendo loro di riconoscere e attivare autonomamente le risorse necessarie per risolvere la criticità.
Va comunque sottolineato che il valore dell'intervento non si esaurisce nella sola risoluzione del problema contingente, ma consiste nel promuovere una cultura del dialogo, della corresponsabilità e della fiducia reciproca, in cui ciascun attore possa riconoscere il proprio ruolo e contribuire, con competenze differenti ma complementari, al benessere e alla crescita dei bambini e delle bambine.


Autrice: Beatrice Simonelli, laureata in Pedagogia, è docente di Scuola Primaria e Tutor Coordinatrice presso la Facoltà di Scienze della Formazione Primaria dell’Università degli Studi di Verona. Ha conseguito un Master di I livello in Consulenze Educative ed è counselor relazionale. I suoi principali ambiti di interesse riguardano il rapporto scuola-famiglia, il supporto alla genitorialità e la gestione delle classi ad alta complessità.


Bibliografia essenziale

  • Bertolani J., Quando il counseling entra a scuola. Prospettive di ricerca per la scuola italiana, Franco Angeli, Milano, 2010
  • Mortari L., Bertolani J., Counseling a scuola, Editrice La Scuola, 2014
  • Rogers C., Terapia centrata sul cliente, Edizioni La Meridiana, Bari, 1989/2007
  • Rosenberg B. M., Le parole sono finestre oppure muri, Esserci, Reggio Emilia, 1998/2003
  • Simeone D., La consulenza educativa. Dimensione pedagogica della relazione di aiuto, Vita e Pensiero, Milano, 2002

copyright © Educare.it - Anno XXVI, N. 9, Settembre 2026