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  • Categoria: Monografie

La guerra preventiva come dottrina pedagogica. Spunti sulla vicenda delle torture in Iraq - Terza parte

Le tesi di Milgram furono molto discusse, a volte apertamente osteggiate, ma indicano con chiarezza la natura del guinzaglio che, allora come adesso per la soldatessa Linndye, guida e governa la produzione della violenza. Lo stesso Milgram, interno all’ottica della psicologia sociale, non sottolineò abbastanza un aspetto che invece appare in tutta evidenza: il guinzaglio ha una struttura pedagogica, è un dispositivo intento a produrre, disciplinare, scandire e controllare comportamenti, significati, ruoli e identità. È un modello che, pur appoggiandosi a dinamiche psicologiche e a contesti sociali, riproduce l’asimmetria peculiare del processo pedagogico, ove sono assegnati i ruoli dell’allievo e del maestro. Al primo, almeno dentro un modello pedagogico sedimentato nella memoria di molti, compete l’obbedienza; al secondo il premio o il castigo. I soggetti dell’esperimento di Milgram seguono, dunque, un Maestro: ne assecondano direttive e procedure, probabilmente attraverso il riemergere di un modello di apprendimento che devono aver assorbito a contatto con le strutture educative.

È qui, in questo incrocio tra l’esperienza personale e i modelli educativi, che si realizza il riflesso dell’obbedienza. Come nella foto che mostra la soldatessa col prigioniero alla catena, è in atto una sequenza tesa a formare, in nome di un interesse superiore che assegna a ciascuno un posto nell’ingranaggio e, al di là delle trascurabili differenze individuali, esige innanzitutto la realizzazione della propria funzione.
Un contributo ulteriore, e aderente in modo inquietante alla situazione irachena, si deve a uno studio sperimentale di Zimbardo [3]. Negli scantinati dell’Università Stanford fu allestita una finta prigione, assegnando a caso i soggetti, tutti studenti di buona famiglia, per metà al ruolo di detenuti e per l’altra parte a quello di carcerieri. In questo caso, rispetto alla situazione prospettata da Milgram, le consegne non erano ben definite: nessuno sapeva esattamente come comportarsi, ma “i risultati della ricerca furono drammatici, e non del tutto previsti dagli autori. Dopo meno di due giorni dall’inizio dell’esperimento ci fu un’esplosione di violenza e ribellione, […] le guardie cominciarono a vessare, umiliare e intimidire i carcerati. […] Alcune si comportavano in modo sadico, godendo di ciò che potrebbe essere chiamato un afrodisiaco fondamentale: il potere” [4].

Zimbardo dimostra l’esistenza di una struttura socialmente condivisa che supporta le violenze e induce, anche al di là delle differenze individuali, a riprodurre un modello formativo basato sull’obbedienza. Il ruolo di carceriere entra così in contatto con una memoria pedagogica in cui ha la prevalenza una gestione prevaricatoria del potere.

“Maggiore è il potere relativo a un determinato ruolo sancito socialmente e maggiore è la tendenza in chi riveste il ruolo ad esercitare e sfruttare questo potere” [5].

Il prigioniero di guerra non è seviziato per un’inclinazione privata del militare ma, al contrario, è il dispositivo che si fa strumento e richiama le peggiori pulsioni nascoste del singolo per incanalarle in una finalizzazione. In questo caso, bisogna ottenere la confessione del prigioniero o, in subordine, mostrare ad altri, come monito, il prezzo della non collaborazione. Evidentissimo l’intento pedagogico: i prigionieri vanno torturati perché si sappia, vanno fotografati affinché altri, vedendo quelle immagini, apprendano la lezione e riconoscano il volto del Maestro. La dottrina della guerra preventiva è incredibilmente esplicita su questo punto, tanto da porsi come una vera e propria guerra educativa volta a insegnare ai riottosi il giusto canone di comportamento.