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Quali sono i meccanismi neurali che consentono di sentirci responsabili delle nostre azioni? Li rivela lo studio dal titolo "How the effects of actions become our own” realizzato da un gruppo di ricercatori coordinato da Eraldo Paulesu e condotto da Laura Zapparoli e Silvia Seghezzi (rispettivamente assegnista e dottoranda di ricerca del Dipartimento di Psicologia dell’Università di Milano-Bicocca) in collaborazione con l’IRCCS Istituto Ortopedico Galeazzi (Gruppo San Donato), presso il quale i ricercatori studiano la fisiologia e i disturbi del movimento. La ricerca è appena stata pubblicata sulla prestigiosa rivista Science Advances.
Il linguaggio rappresenta un’abilità specifica degli esseri umani, che ha un ruolo fondamentale nello sviluppo cognitivo e sociale. Infatti, attraverso il linguaggio si apprendono le nuove conoscenze, si formulano i pensieri e, adoperandolo in funzione comunicazionale, si intrattengono i rapporti con l’alterità. Nell’ambito comunicazionale il linguaggio può essere usato in forma orale, scritta o mediante i gesti del linguaggio extraverbale. Alle conoscenze sulle aree cerebrali che presiedono alla comprensione e produzione del linguaggio si è giunti nel corso XIX secolo ad opera di alcuni medici, che hanno studiato le basi neurobiologiche del linguaggio attraverso l’analisi dei pazienti che presentavano disturbi del linguaggio, sia nella produzione linguistica (afasia motoria) che nella comprensione (afasia sensoriale).
L’uomo ha la capacità di valutare i propri pensieri e le proprie azioni. Questa capacità viene chiamata metacognizione ed è, quindi, costituita da pensieri che riflettono e giudicano i pensieri e i comportamenti. La metacognizione costituisce l’archetipo fondante delle credenze su di sé che ogni singola persona sviluppa nel corso del suo ciclo di vita. A tal proposito gli individui hanno molte credenze metacognitive che riguardano la loro personalità, le loro competenze, le abilità e quello che sono capaci di fare praticamente nella quotidianità.
Come molti studi hanno dimostrato i processi sociali hanno un ruolo fondamentale nello sviluppo umano. Le esperienze sociali positive possono fare la differenza nell’ambito della traiettoria di sviluppo. Infatti, nelle prime fasi della vita del bambino un compito notevole per lo sviluppo sociale lo svolge il sistema dell’attaccamento, ovvero sullo sviluppo del bambino interviene in maniera profonda la relazionalità che si struttura fra l’infante e la figura di accudimento. Durante l’adolescenza divengono importanti i rapporti sociali che si instaurano fra l’adolescente e i suoi coetanei. Nell’ultima fase della vita, ossia nella senescenza, il possedere diverse relazioni sociali solide migliora la qualità della vita. Queste tesi sono state confermate negli ultimi tempi applicando alle scienze dello sviluppo psicologico le metodiche di ricerca derivate dalle neuroscienze e dalla psicofisiologia, per cui nel corso degli anni recenti sta divenendo sempre più stretto il connubio fra psicologia dello sviluppo, neuroscienze e psicologia sociale, tant’è che oggi si parla di neuroscienze sociali.
Le competenze del XXI secolo, definite dal World Economic Forum come abilità chiave per il successo nel mondo contemporaneo, includono collaborazione, creatività, risoluzione dei problemi, nonché qualità caratteriali come perseveranza, curiosità e iniziativa. L'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) ha sottolineato che queste competenze assumono un ruolo sempre più cruciale in un mondo in cui le abilità tecniche e ripetitive possono essere facilmente automatizzate grazie all'avvento dell'intelligenza artificiale, della robotica e delle tecnologie avanzate.
I costrutti cognitivi di presente, passato e futuro sono importanti per la contestualizzazione temporale delle esperienze. Per i bambini apprendere tali concetti astratti non è affatto semplice: per imparare la suddivisione del tempo nelle tre dimensioni, è fondamentale che si padroneggi prioritariamente il concetto di tempo, inteso come una variabile che connota le esperienze. Le ricerche relative all’acquisizione della dimensione temporale, in psicologia infantile, sono correlate agli studi fatti nell’ambito dello sviluppo linguistico e cognitivo.
Per spiegare al bambino i costrutti temporali, è necessario che egli sappia parlare e, soprattutto, sia capace di intendere quello che viene detto dagli adulti. In pratica, deve possedere la competenza linguistica sia espressiva che ricettiva per capire a fondo la temporalità.
Oggi possiamo avere a disposizione, oltre a librerie colme di volumi, anche e-reader e tablet in grado di contenere centinaia di testi: un sistema di conservazione e lettura dei testi comodo ed economico. Ma siamo sicuri che la lettura su uno schermo (così come la scrittura, visto che gli appunti su tablet sono ormai più diffusi dei bloc-notes) non stia alterando il nostro modo di ragionare e il modo di funzionare del nostro cervello?
Se lo chiede la rivista New Scientist , elencando recenti studi che avanzano diverse perplessità sugli effetti cerebrali della rivoluzione digitale. Negli anni 70 ci domandavamo che cosa ne sarebbe stato delle nostre abilità matematiche con l’arrivo delle calcolatrici, ora le implicazioni della tecnologia paiono ben più profonde: la trasformazione radicale delle abitudini di lettura e scrittura sembra infatti minare abilità cerebrali come l’attenzione o la capacità di comprensione, stando alle ricerche di Anne Mangen, dell’Università di Stavanger, in Norvegia.
«Abbiamo chiesto a un gruppo di volontari di leggere lo stesso testo su un e-reader o su carta - racconta Mangen -. Chi ha letto il libro cartaceo ricordava meglio la trama e riusciva più facilmente a mettere gli eventi nella giusta sequenza. L’effetto potrebbe essere correlato con la necessità di “tenere il filo” di ciò che leggiamo: su carta abbiamo molti indizi fisici ad aiutarci, ad esempio possiamo ricordare che un fatto si è compiuto quando eravamo quasi all’inizio o a circa metà del volume. Il testo elettronico invece ci fa “perdere” di più tra le sue righe: non percepiamo quanto manca alla fine o a che punto siamo, il testo appare sempre uguale». Tutto ciò in qualche modo confonde e forse ci priva di un po’ di coinvolgimento nei confronti dei fatti narrati, almeno stando a un’altra ricerca della Mangen secondo cui leggere su carta aumenta l’empatia del lettore nei confronti dei personaggi e della storia.
C’è di più: la lettura online ci sta rendendo incapaci di attenzione a lungo termine, e forse impedirà alle nuove generazioni di godere di romanzi come “I fratelli Karamazov”: banner, video e link distraggono e minano la capacità di concentrazione che serve per una lettura “profonda”, l’unica che consenta di seguire trame complesse. Il libro di carta (ma anche la scrittura a mano) sembra per il momento vincente. Ma sottolinea Mangen: «Per guidare le scelte del futuro, ad esempio per capire se introdurre a tappeto i tablet a scuola sia davvero opportuno, servono dati più precisi». E proprio per dare risposte esaurienti la studiosa guida il progetto The Evolution of Reading in the Age of Digitisation , appena avviato in 25 Paesi dell’Unione europea. Tuttavia il nostro cervello e la qualità delle nostre conoscenze stanno cambiando probabilmente non solo a causa dei supporti usati per leggere o scrivere: oggi vogliamo sapere come e dove possiamo trovare un’informazione, piuttosto che cercare di ricordarla. «La tecnologia ha modificato il nostro modo di intendere il sapere, perché consente di accedere ai dati in ogni momento - sottolinea Naomi Baron, di cui è in pubblicazione negli Usa il volume Words on screen: the fate of reading in a digital world (“Le parole sullo schermo: il destino della lettura in un mondo digitale”) -. Ma che accadrebbe se andasse via la corrente e non avessimo Internet, tablet o smartphone funzionanti? Sapremmo qualcosa o no?». La natura della conoscenza è cambiata con l’arrivo della scrittura; sta succedendo lo stesso con web, tablet e smartphone.
Fonte: Corriere.it, 12/02/2014
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Cosa succede nel nostro cervello quando ci emozioniamo, proviamo paura, desideriamo qualcosa o impariamo? Queste sono solo alcune delle domande alle quali le neuroscienze stanno cercando di dare una risposta basata su evidenze scientifiche. Avvalendosi di un approccio multidisciplinare di ampio spettro (dalla biologia alla chimica, dalla psicologia alla medicina, dalla linguistica all’informatica) il neuroscienziato si serve delle più moderne tecnologie di scansione e analisi del sistema nervoso per registrare, e poi capire, “perché” proviamo certi sentimenti, assumiamo specifici comportamenti, prendiamo decisioni invece di altre o, a volte, ci ammaliamo.
La vicinanza del genitore spinge il ragazzo a comportarsi in modo meno avventato e inibisce un senso di ribellione amplificato invece dalla vicinanza ai propri simili. Lo dice uno studio americano che è la dimostrazione pratica e fotografica che il presidio genitoriale funziona, anche quando l'insofferenza dei ragazzi alla vista dei genitori è alle stelle.
Sabato 21 marzo si svolgerà la fase regionale della sesta edizione delle 'Olimpiadi delle Neuroscienze', la cui prova nazionale che quest'anno si svolgera' presso l'Universita' di Brescia. Le Olimpiadi delle Neuroscienze costituiscono le fasi locale e nazionale della International Brain Bee (IBB), una competizione internazionale che mette alla prova studenti delle scuole medie superiori, di eta' compresa fra i 13 e i 19 anni, sul grado di conoscenza nel campo delle neuroscienze.
Riconoscimento internazionale per gli studi in pedagogia speciale della prof. Catia Giaconi e del Centro di Ricerca da lei diretto in Didattica, disabilità e inclusione, tecnologie educative (TincTec) presso l’Università di Macerata.
Nell’ambito dell’VIII Congresso Internazionale di Neuroscienze e apprendimento “Brain Connection”, venerdì a Lisbona la docente e i suoi collaboratori riceveranno il premio per laboratori e gruppi di studio dedicato al professor Vitor Da Fonseca. L’assegnazione è stata motivata dalle ricerche in pedagogia speciale che hanno contribuito alla promozione di progetti inclusivi nei contesto scolastici, universitari, lavorativi e culturali.
Secondo un nuovo studio pubblicato sulla rivista "Proceedings of the National Academy of sciences" da Gerwin Schalk del New York State Departement of Health ad Albany, negli Stati Uniti, e colleghi di altri istituti statunitensi, nel cervello c'è una specificità funzionale anatomica ben precisa, almeno per quanto riguarda il riconoscimento dei visi e la percezione dei colori.
Negli ultimi anni si è intensificato il dibattito, in bioetica, riguardo allo human enhancement, o potenziamento umano. Stiamo parlando di interventi medici, realizzati per via farmacologica, di manipolazione genetica o tramite l'ibridazione uomo-macchina, attuati su pazienti sani. La peculiarità di tali interventi è proprio il loro fine, che non è più tradizionalmente terapeutico, bensì migliorativo. Le tipologie, i metodi e i fini del potenziamento sono stati riordinati e classificati in uno studio del 2009, redatto da una commissione scelta dal Parlamento europeo. In particolare, attira l'attenzione il potenziamento di tipo cognitivo (cognitive enhancement). Lo scopo di un simile trattamento è ampliare e intensificare le capacità della nostra mente come la memoria, la velocità, la concentrazione e l'efficienza grazie alla stimolazione magnetica transcranica (TMS), oppure tramite l'utilizzo di farmaci, alcuni dei quali sono già in commercio con lo scopo originario di aiutare persone che hanno soffrono di carenza di attenzione o di problemi affini.
Nel nostro cervello, e più esattamente nella corteccia parietale, potrebbero esistere degli autentici“neuroni del numero”. La capacità di stimare un numero di oggetti si deve infatti ad un unico meccanismo cerebrale, attivo sia nel caso di stimoli visivi che acustici, e sia per stimoli contemporanei che per oggetti che si presentano in successione.
L’amigdala è una parte del sistema nervoso centrale che gioca un ruolo chiave nel controllo dei comportamenti emotivi e sociali. Essa incrementa il suo volume del 40% dall’infanzia all’età adulta. Questa crescita ha una notevole importanza per un regolare sviluppo emotivo e sociale. Una recente ricerca (Avino e altri, 2018) ha studiato il numero e la morfologia dei neuroni presenti nell’amigdala di 52 soggetti, con un’età compresa fra i 2 e i 48 anni. Di questo campione, 24 individui non presentavano alcun disturbo, mentre a 28 soggetti era stato diagnosticato un disturbo dello spettro autistico.
Sono molti i meccanismi biologici che si estrinsecano nel corso dello sviluppo e che presiedono alla relazione che l’individuo articola con la realtà. Da questo punto di vista, l’attività sensorio - motoria che il bambino sperimenta nei primi tempi del suo ciclo di vita diviene fondamentale. La relazione che l’infante ha con la realtà diventa l’archetipo fondante del suo rapporto con l’alterità. Chiaramente queste prime esperienze che il bambino utilizza nella sperimentazione della realtà sovrintendono al suo sviluppo cognitivo, tanto che nelle teorizzazioni piagetiane le esperienze sensorio - motorie costituiscono il primo input per lo sviluppo dell’intelligenza. A questo riguardo Piaget ha indicato questo periodo, nello sviluppo gerarchico della cognitività, come primo stadio o stadio senso - motorio.
La violenza sui minori è una delle più gravi emergenze umanitarie del nostro tempo. A confermarlo i dati dell'ultimo rapporto dell' OMS: in Europa più di 18 milioni di minori subiscono forme di violenza. In Italia, ogni giorno, quattro bambini sono vittime di abusi. Da un'analisi condotta su 16.000 segnalazioni arrivate al Telefono Azzurro dal 2008 al 2013, 8885 riguardano forme di violenza fisica e psicologica. Le vittime sono nella maggior parte bambine e adolescenti femmine. I ricercatori dell'Istituto di Scienze neurologiche del CNR di Catania hanno avviato il progetto pilota "Maltrattamenti e abusi sui minori: correlazioni cliniche, genetiche ed epigenetiche".
Come molte ricerche hanno dimostrato, nel corso degli ultimi anni i ragazzi (in prevalenza gli alunni degli istituti superiori d’istruzione), che presentano problematicità nell’apprendimento, frequentemente ripetono l’anno scolastico per lo scarso profitto o sono oggetto di provvedimenti disciplinari che possono variare dalla sospensione per qualche giorno fino all’espulsione completa dalla scuola. Diversi studi statistici hanno messo in evidenza che il 60% degli studenti che manifesta difficoltà negli apprendimenti scolastici presenta delle performance scadenti nella lettura, in quanto appaiono non acquisite completamente le strumentalità di base necessarie per leggere correttamente. Le scuole hanno cercato di rimediare a ciò con due tipi d’intervento, ovvero attraverso un processo di tutoring fra coetanei e mediante la frequenza di corsi di recupero per l’acquisizione delle abilità di base. Le ricerche attuali hanno evidenziato che le difficoltà di apprendimento possono essere superate, utilizzando dei programmi che hanno come finalità l’incremento delle abilità cognitive. I training cognitivi sono indirizzati agli adulti che presentano malattie neurodegenerative, che inficiano le loro abilità cognitive, e ai minori, che presentano difficoltà di apprendimento.
Le persone che durante la loro infanzia hanno avuto delle esperienze traumatiche, contrassegnate da un alto livello di stress psicologico, hanno un rischio maggiore di avere delle difficoltà comportamentali nell’età adulta rispetto a persone che non hanno vissuto tali esperienze. Sovente le problematiche comportamentali cominciano già durante l’età evolutiva. Il meccanismo neurobiologico che è alla base di tale correlazione non è noto fino in fondo.
Avere visto tanta televisione da giovani può minare la prontezza mentale nella mezza età. È la conclusione di uno studio americano pubblicato sulla rivista Jama Psychiatry, condotto da Tina Hoang dell’Istituto della California del Nord per la ricerca e l’istruzione e Kristine Yaffe dell’Università di San Francisco. Se la passione per la tv è spesso abbinata ai chili di troppo, pochi lavori finora avevano indagato l’associazione con le funzioni cognitive.
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