- Categoria: Vivere di Scuola
- Scritto da Bina Madeo
Il bacio di Mimì
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Sono le ore 7,30 di una giornata avvolta da un’intensa nebbia fitta. Sono giorni, ormai, che la nebbia, come un denso fumo bianco, emerge all’alba, rendendo ancora più misteriosa la grande bellezza della città di Verona. Il traffico è rallentato. Si fatica persino a camminare. Appena arrivata a scuola salgo direttamente al primo piano, in sala insegnanti. Un saluto e qualche chiacchiera con i miei colleghi e subito davanti al computer. Stampo la verifica della simulazione della prima prova, in attesa dell’arrivo della mia alunna.
Il citofono grigio della portineria squilla: ecco, ci siamo. Afferro la cornetta del citofono, so già che desiderano me:“Professoressa Madeo, è appena arrivata la sua alunna”. “Grazie. Scendo subito”, rispondo con meraviglia. Che strano penso tra me e me: questa mattina è già arrivata. Sono le ore 7.45. Puntuale, anche prima del previsto. Mi avvio ad accoglierla, come ogni lunedì, mercoledì e venerdì. Da cinque anni, ormai. Attraversando i corridoi e le scale, torno indietro con la mia mente, con i miei ricordi. Torno al primissimo giorno. Al primo giorno in cui ho avuto il privilegio di conoscere una meravigliosa e spiritosa ragazza con due grandi occhi sorridenti ed espressivi. Il suo nome è Mimì.
Ho preso in carico Mimì nell’anno 2009 su nomina del mio attuale Preside, in qualità di insegnante di sostegno, in una scuola superiore paritaria e precisamente in un Istituto Tecnico Relazioni Internazionali per il Marketing - Erica.
Il nostro primo incontro è avvenuto una settimana prima dell’avvio dell’anno scolastico. Timida dalle gote rose, Mimì possiede incanto e innocenza. Stabiliamo da subito, in modo naturale, un’intensa relazione fatta di sguardi, sospiri, frasi dette e non dette. Incuriosita, mi sbirciava con quei suoi grandi occhi lucidi, quasi alla ricerca di andare oltre ad un qualsiasi e banale sguardo. Si nascondeva dietro il braccio di sua madre, come il gioco del nascondino, per poi ripuntare i suoi occhioni ancora verso di me, verso la mia postura, verso i miei movimenti, verso la mia bocca, verso le mie parole, verso la mia voce. Dalla diagnosi clinica, condivisa quel giorno con la sua famiglia, si evidenzia che Mimì è affetta da “oligofrenia[1] grave congenita”.
Ricordo, come se fosse stato ieri, le emozionanti parole della madre di Mimì. La madre, proveniente da un paese dell’America del sud, mi racconta che è un medico-chirurgo specializzato alla Boston University. Subito dopo la nascita di Mimì, sulla base dei contenuto del Giuramento di Ippocrate prestato prima di iniziare la professione, la signora comprese il significativo valore dell’essere diventata medico: prendersi cura della sua bambina, della sua bambina con bisogni speciali.
Il giorno in cui ci siamo conosciute, Mimì aveva quattordici anni. Oggi ne ha diciannove. Incredibile! Ho la percezione che questi anni siano passati velocemente. Siamo cresciute insieme in questi cinque anni Mimì ed io. Anni di grandi conquiste e di forti emozioni umane e non solo. Anni caratterizzati da un’importante e fondamentale complicità di relazione e di conflitti positivi generati ed emersi da una predisposizione educativa del voler fare, fare bene, tanto da costruire e rendere il nostro rapporto di fiducia più solido, sempre, nel rispetto dei ruoli.
Mimì per comunicare utilizza anche la lingua spagnola per parlare con la mamma, la zia e i cuginetti e il dialetto veronese per parlare con il padre e gli zii. Si esprime costruendo autonomamente semplici e brevi frasi e articola le parole con qualche difficoltà. Appena arrivata, Mimì si serviva solo di parole legate al proprio vissuto e ai propri bisogni. Era capace di contare oggetti concreti, enumerare solo in senso crescente ed era in grado di distinguere le quantità di niente, poco, tanto.
In questi cinque anni abbiamo costruito, mattone dopo mattone, con grande motivazione.
Mimì si è avvicinata alla studio di opere letterarie di autori italiani e stranieri nelle discipline di italiano, tedesco, inglese, spagnolo. La disciplina di storia dell’arte è la sua preferita. Distingue un’opera di scultura da un’altra precisando l’autore e la provenienza. Illustra e commenta con parole proprie famosi dipinti, vere opere d’arte. Col tempo mostra segretamente interesse e innata comprensione riguardo ai colori ed alla pittura. Disegna e colora spesso, così come gioca spesso con i suoi colori a matita. Li prende dall’astuccio e li tempera e li conserva con cura. Disegna spesso il sole. Un sole con grandi raggi dal colore giallo intenso. Tempo fa ha disegnato un bellissimo sole per me che conservo gelosamente tra i doni più preziosi.
Ricordo con particolare emozione una delle tante lezione di storia dell’arte. Quel giorno introduco il pittore austriaco Gustav Klimt con l’immagine della sua opera principale “Il bacio” realizzata nel 1907. Ho spiegato a Mimì che questa famosa opera è dipinta su tela con decorazioni e mosaici in color oro sullo sfondo. Al centro del dipinto un uomo e una donna che si baciano con amore. Invito Mimì a commentare, attraverso l’immagine dell’opera, il dipinto di Klimt, e a descrivere ciò che riesce vedere, ciò che riesce a percepire. Mimì, allora, con la sua semplicità che la contraddistingue, da seduta si alza in piedi e, con tranquillità, afferra con le sue mani delicatamente il mio capo e con le sue braccia racchiude la mia faccia e avvicina e posa le sue morbide labbra sulla mia guancia, lasciandomi un bacio. Non solo, si avvicina al mio orecchio e mi sussurra: “Grazie, prof. Bina”.
Sono rimasta senza parole. Momento indimenticabile: nessuna parola potrebbe spiegare la sensazione che il mio corpo e la mia mente hanno avvertito.
Arrivo giù, al piano terra. Ecco Mimì con la sua mamma. E il momento più delicato e complesso della giornata: l’accoglienza. Il passaggio di consegna tra la madre e me. Il momento del distacco. Il distacco con la sua mamma avviene nel modo più dolce possibile. Il distacco, inteso come atto di certezza e di complicità d’amore, si trasforma in uno scambio significativo. Ci salutiamo. “Siamo pronte? Andiamo?", domando. E, Mimì risponde: “Si, prof. Bina Madeo. Sono pronta. Agitata”. La madre mi conferma di una notte poco tranquilla.
Le prime tre ore della giornata, Mimì, infatti, dovrà svolgere la sua prima simulazione di italiano in preparazione degli esami di maturità. Cerco di abbassare il più possibile lo stato di agitazione, sottolineando il suo impegno nello studio nelle ultime settimane e evidenziando che le consegne della verifica rispecchiano gli argomenti sviluppati ed elaborati insieme. Finalmente, dopo aver salutato la madre, ci avviamo nella nostra classe al terzo piano. Attraversiamo, come sempre, i due corridoi.
Nel frattempo la nebbia fitta che avvolgeva Verona si è diradata, lasciando filtrare, dalle enormi finestre della scuola, caldi e luminosi raggi di sole. La calorosa luce dei raggi luminosi del sole lascia presagire una giornata davvero significativa. La prepotente luce che penetra dai vetri si riflette omogeneamente in tutte le direzione e Mimì ne viene travolta completamente.
Raggiungiamo l’ascensore. Mimì prende le sue chiavi, le inserisce nella minuscola serratura e attendiamo l’arrivo del lento e vecchio elevatore. Prendiamo posto all’interno dell’ascensore. Mimì schiaccia il pulsante dove si trova il numero tre.
All’interno della cabina, come tutte le mattine, mi elenca tutto ciò che ha mangiato a colazione: “Latte, bissotti, ciambella. Tutto mangiato, tavolo in sala”. E, anche, la lista di ciò che ha mangiato la sera prima: “Ieri sera ho mangiato toast con prosutto e formassio, mela, yogurt e coca-cola”. Mi mostra con orgogliole sue unghie smaltate con tanti colori diversi dalla “mia amica Francy”.
Tocca i miei bracciali, i miei orecchini, le cerniere della mia borsa. Mi annusa, come sempre. Quasi alla ricerca della certezza di essere proprio io.
Arriviamo in classe: Mimì sa già cosa fare e come muoversi. Mimì sa già che le lezioni di questa mattina saranno lezioni davvero speciali. Questa mattina lei insieme ai suoi compagni si troveranno ad affrontare la simulazione della prima prova. Un’esperienza importante per tutti. Anche per tutti gli insegnanti.
Lascia lo zaino insieme a tutti gli altri sotto la lavagna. Mette il cellulare nel cestino predisposto sulla cattedra, insieme a tutti quelli dei suoi compagni. Prende posto al suo banco, tira fuori i fogli di protocollo, l’astuccio, il dizionario della lingua italiana. Parla a voce bassa. Osserva suoi compagni. Ascolta con interesse le spiegazioni degli insegnati curriculari sul come si svilupperanno le ore della mattinata.
Mi cerca con gli occhi, chiedendo la mia approvazione. La guardo con ammirazione e rispetto, accennando solo col capo che è composta e adeguata al compito, alla situazione, all’azione.
Se penso a cinque anni fa, quando faceva fatica a rimanere seduta solo per un’ora intera.
Consegnata la verifica mi avvicino al suo banco e iniziamo. Leggo le consegne della sua verifica, le esplicito le richieste e comincio a leggere la prima domanda: come si chiama l’autore della novella dal titolo Rosso Malpelo?. Mimì mi guarda e risponde: “Iovanni Verga”. “Benissimo - rispondo io -, adesso scriviamo sul nostro foglio”. Con il mio dito indico a Mimì lo spazio dove scrivere e lei con la penna si avvicina verso lo spazio giusto.
Ed io: "Mimì, lettera G di ...” e lei risponde: “Gatto”. Continuo: “Lettera I di..." e Mimì “Imbuto”. Continuo ancora: “Lettera A di...” e risponde “A di Amore”. E cosi di seguito, fino a quando è riuscita a scrivere l’intera risposta corretta. Nella seconda domanda Mimì ha osservato attentamente un’immagine e ha compreso perfettamente che si trattata di una famosa poesia di Umberto Saba. Mimì scrive la risposta corretta sullo spazio predisposto: “Ritratto della mia bambina”. E guardandomi aggiunge: “Come me. Per mio papà”.
Mimi ha studiato con grande motivazione il poeta triestino Saba e la sua poesia, tanto da immedesimarsi in quel ritratto poetico di una bambina che con la palla in mano desiderava uscire con suo padre. Le altre domande si susseguono con tranquillità nel pieno rispetto dei ritmi di apprendimento e dei tempi di esecuzione di Mimì.
Conclusa la simulazione, addirittura prima del previsto, Mimì appare stanca ma soddisfatta del suo lavoro. Soddisfatta della sua significativa esperienza condivisa con tutto il gruppo classe, fondamentale per il percorso didattico - educativo di tutti questi anni. Il sorriso empatico di Mimì parla da solo, la sua soddisfazione si legge nei suoi grandi occhi castani.
La speciale giornata scolastica è ormai finita. Accompagno Mimì giù in portineria, in attesa dell’arrivo di sua madre. Nel frattempo i complimenti per Mimì da parte mia non mancano. “Azie a te, prof Bina Madeo. Azie sempre”. E, mi esorta con la mano in alto invitando me e la mia mano al “batti il cinque”.
Arrivata la madre, Mimi racconta con le sue frasi composte da parole entusiaste, il risultato positivo ottenuto. E, conclude con postura birichina del viso: “Addio per sempre. A mai più. Basta prof. Bina. Non ho più bisogno di te. A mai più. Domani sola”.
E porgendomi la mano, quasi come patto stipulato a mo’ di sigillo d’amicizia tra una risata incontenibile ed un’altra, Mimì conclude dicendomi: “Ma, Bina. Scherzetto. Hai creduto. E’ solo uno scherzetto addio per sempre, a mai più”.
Afferra, allora, con la sua piccola mano il suo zaino, lo tira e si avvia verso l’uscita. E, salutandomi con la mano: “Ciao prof. Bina. A mercoledì. Ore 7,45, prima ora. Buon appetito”.
Nota
[1]Termine con cui si definiva un difetto più o meno grave dell'intelligenza dipendente da un insufficiente sviluppo o da un rallentamento delle capacità intellettive per cause prenatali ereditarie o congenite (malattie dei geni o problemi patologici durante la gravidanza), perinatali (traumi del parto) e postnatali (malattie infettive nella prima infanzia) di natura eterogenea. Utilizzato per definire una primitiva debolezza intellettiva che conduce ad un insuccesso dell'educazione corrispondente all'età ed alla posizione sociale. Attualmente il termine non è più utilizzato perché di valenza stigmatizzante, inquanto contiene l'attribuzione ‘con poco cervello' rivolta alla persona con disabilità intellettiva.
Autore: Bina Madeo, opera come insegnante di sostegno (area umanistica) presso Istituto Paritario Scuola Superiore e come docente di Lingua Italiana presso un Centro di Formazione Professionale (CFP), ove è referente per i BES. Ha maturato esperienza come docente di lingua italiana L2 per bambini e ragazzi stranieri e come tutor d'aula nell'ambito del Master in "Didattica e psicopedagogia per i Disturbi Specifici dell'Apprendimento – DSA" – Università di Verona.
copyright © Educare.it - Anno XIV, N. 4, aprile 2014

