- Scritto da Laura Alberico
- Categoria: Vivere di Scuola
I ragazzi con il cappuccio in testa
Entrano in classe come se dovessero coprirsi dalle intemperie, guardano dritto senza salutare l'insegnante e si siedono al loro banco aspettando chissà cosa. Ogni giorno questi ragazzi mi sfidano, mettendo a dura prova la mia pazienza, rifiutando ogni forma di interazione e di accoglienza. Passano le ore in uno stato di letargia o iperattività, con lo sguardo assonnato o in preda a un meccanismo di instabilità motoria che li porta a girovagare per la classe come se dovessero misurare il tempo e lo spazio della loro dimensione. Sono i cosiddetti ragazzi “difficili”, termine generico e non sempre definito che accomuna i disadattati che non riescono a trovare nell'istituzione e nel gruppo scolastico il senso di integrazione e di appartenenza.

Una buona pratica, per essere tale, implica la valorizzazione dall’esperienza vissuta e la creazione di occasioni in cui ognuno possa offrire un contributo personale alla costruzione del sapere esperienziale. Le storie, le narrazioni che ci hanno accompagnato durante l’infanzia, che abbiamo ascoltato, respirato e giocato, che sono entrate nel nostro immaginario, nei sogni, nei pensieri, sono divenute parte di noi. Esse si sono appoggiate sui nostri occhi, sulle nostre orecchie, sulle nostre mani per divenire modalità con cui leggiamo il mondo. Sono le lenti attraverso cui osservare gli altri, costruirsi delle idee su loro e su se stessi, su come funzionano le cose, la natura, le relazioni. Questo è ciò che è successo ai nostri bambini: bambini e bambine che frequentano la Scuola dell’Infanzia di via Monte Spada a Quartucciu (CA).
Ogni anno scolastico ha il sapore di nuove esperienze, come un ciclo naturale conserva sempre la luce di un ritorno atteso, un collage di piccole tessere colorate che pian piano prendono il loro posto e danno senso e significato al tutto. C'è sempre nella vita di ognuno di noi un territorio inesplorato, occasioni per mettersi alla prova sfidando il vento contrario che spesso impedisce di cogliere taciti segnali ma anche il profondo disagio di tanti alunni.
Come vorrei “solo” insegnare! Ecco l”invocazione di una Docente italiana quale commento ad un mio “post” su facebook.