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  • Categoria: Dipendenze

Consumare e consumarsi: sguardi sulle tossicodipendenze - Il disagio di Giovanni

Il disagio di Giovanni

Giovanni lavora da cinque anni presso una comunità per il recupero dei tossicodipendenti come educatore. Da qualche mese avverte che qualcosa non sta andando per il verso giusto. Fa fatica a recarsi al posto di lavoro, con frequenti ritardi, e appena può si assenta.

La comunità segue 20 utenti ed egli si occupa di cinque di loro, svolgendo una forma di terapia occupazionale. Il suo rapporto con i pazienti è peggiorato notevolmente negli ultimi mesi. Non riesce più a tollerare certi loro atteggiamenti di sfida nei suoi confronti e comincia a credere che il suo lavoro sia inutile e non produca risultati apprezzabili.

Nel corso di questi cinque anni ha visto un continuo via vai di utenti: molti non hanno terminato il programma terapeutico, alcuni sono ricaduti nella tossicodipendenza, solo pochi sono guariti. Nella comunità ci sono altri tre educatori, ma con loro i rapporti non sono soddisfacenti. E’ come se ognuno fosse chiuso nel suo mondo e ci fosse poca comunicazione. Ha provato qualche volta ad esplicitare a qualcuno di loro le sue emozioni, ma ha sentito un muro e soprattutto si è sentito giudicato, quasi fosse un incompetente.

L’equipe di lavoro è costituita da uno psichiatra, da tre psicologi, da un assistente sociale, da quattro educatori e da cinque responsabili di laboratorio. La comunità è strutturata in maniera tale che al mattino gli utenti siano impegnati nei laboratori, mentre nel pomeriggio essi sono occupati con le attività terapeutiche. Ci sono cinque laboratori: agricoltura biologica, restauro, tipografia, arte e cucina.

L’équipe di lavoro appare divisa nel reggere il confronto con gli utenti. Di fronte ad una serie di insuccessi, ognuno scarica le responsabilità sull’altro, senza mai mettersi in discussione. I dibattiti che avvengono all’interno dell’équipe sono interminabili, inutili e noiosi. Ognuno crede di possedere la verità assoluta e non accetta il punto di vista dell’ altro, vissuto come una minaccia. Egli ha la sensazione che la comunità sia formata da compartimenti stagni, in cui ognuno fa il suo lavoro confrontandosi superficialmente con gli altri.

Lo psichiatra che dirige la comunità sembra che abbia adottato la politica della sopravvivenza: in pratica il lavoro non viene programmato, ma le situazioni sono affrontate allorquando diventano problemi. Gli psicologi sono divisi fra di loro per questioni ideologiche. Hanno tutti e tre degli approcci psicologici differenti al malato e alla cura della malattia, per cui il vissuto che serpeggia fra di loro è quello di ritenere l’altro non all’altezza del compito. L’assistente sociale è chiusa fra le sue carte e pensa che il suo compito sia quello di stendere delle relazioni: meno seccature ha e meglio è. I responsabili dei laboratori mal digeriscono le intromissioni nella loro prassi quotidiana e forse intimamente sono convinti che gli utenti siano delle persone qualsiasi che si sono iscritte alle loro attività per imparare qualcosa di nuovo. Manca la coordinazione fra di loro, come manca la coordinazione in tutte le attività della comunità.

Giovanni ha provato a parlare anche con lo psichiatria di queste cose che non vanno e soprattutto delle sensazioni che sta provando, ma si è sentito rispondere che il suo compito è quello di aiutare gli utenti, non le persone che lavorano lì. Probabilmente il percorso di psicoterapia individuale, che ha deciso di intraprendere per proprio conto, è l’unico modo per ritrovare la serenità.