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- Scritto da Marco Biagini
Esperienza e educazione nel pensiero di John Dewey - Esperienza e natura dell'uomo
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Esperienza e natura dell'uomo
La ridefinizione della filosofia come processo conoscitivo indissolubilmente legato all'azione reca con sé profondi cambiamenti nel considerare il concetto di esperienza ed il ruolo che l'uomo assume all'interno di quest'ultima. Dewey, anche in questo caso critico nei confronti delle precedenti correnti filosofiche, rifiuta di identificare l'esperienza con la coscienza, ritenendo quest'ultima solo una parte della vita dell'uomo. I filosofi, in altri termini, avrebbero ritagliato arbitrariamente dal continuo flusso esperienziale solo quegli stati indicanti consapevolezza e razionalità, allontanando tutto ciò di estraneo a questo schema (5). Il risultato emerso è quello di aver rappresentato un'immagine della realtà semplificata, non rispondente a ciò che l'uomo vede e vive quotidianamente.
L'esperienza, secondo il filosofo statunitense, deve riappropriarsi del suo significato integrale, includendo al proprio interno tutte quelle manifestazioni cancellate dal razionalismo moderno, fino ad identificarsi con la storia. Ecco le celebri parole di Dewey:
"Quando diciamo che l'esperienza è un punto di accesso alla spiegazione del mondo nel quale viviamo, intendiamo per esperienza qualcosa che sia vasta, profonda e piena almeno quanto tutta la storia su questa terra; una storia la quale (poiché la storia non accade nel vuoto) include la terra e i correlati fisici dell'uomo (…) L'esperienza include i sogni, la pazzia, la malattia, la morte, il lavoro, la guerra, la confusione, l'ambiguità, la menzogna e l'errore; include i sistemi trascendentali come gli empirici; la magia e la superstizione come la scienza." (6)
L'esperienza, in tal modo, acquisisce una forte valenza critica, inducendo il filosofo a non escludere dal proprio orizzonte alcuna manifestazione ed evitando di accettare certezze precostituite. L'uomo è sempre al cospetto, almeno nella fase iniziale, di una realtà complessa e confusa che può analizzare razionalmente, senza la pretesa di rinvenire verità assolute.
Il pensiero, in questa direzione, diventa uno strumento in base al quale riorganizzare l'esperienza, così come in natura esistono delle energie - ad esempio il fuoco - in grado di forgiare ed ordinare altri elementi naturali. E' da rifiutare nel modo più completo, secondo Dewey, l'elevazione metafisica della ragione quale causa della realtà. Il pensiero è sempre funzionale ad un'attività e mai può essere isolato in una dimensione propria.
La visione del reale che prende in tal modo forza esclude ogni forma di finalismo sia naturale che morale. I "fini" nella cultura occidentale hanno acquisito un carattere elogiativo ed onorifico, indicando una presunta gerarchia presente nella natura e negli esseri in essa inclusi. In realtà basta confrontare il termine fine con il suo opposto, inizio, per accorgersi dello sproporzionato carico di significati che assume il primo e dell'accezione del tutto neutrale del secondo. Ciò che ha fine, secondo Dewey, indica un compimento, il raggiungimento di un traguardo o l'esaurirsi di un determinato fenomeno e pertanto non sancisce il possesso di proprietà o qualità metafisiche. La natura, in altri termini, è un alternarsi continuo di mezzi e fini; questi ultimi, una volta raggiunti o acquisiti, perdono il loro "finalismo" tramutandosi in dati utili per nuovi inizi.
In sintonia con il concetto di esperienza appena esposto, emerge un significato del tutto particolare di natura dell'uomo. Quest'ultimo non si sostanzia come un essere in opposizione al mondo, caratterizzato da qualità proprie irriducibili ai fattori ambientali, al contrario: l'io nasce dal flusso esperienziale come continuo adattamento/affinamento degli impulsi e delle energie individuali secondo direzioni naturali e sociali. Dewey impiega, secondo un'accezione antitetica a quella del significato comune, il termine abitudine per indicare le forze pulsionali che caratterizzano l'uomo ed il conseguente processo di interazione con l'ambiente. Le abitudini, in altri termini, non si identificano con la routine, ma rappresentano la riorganizzazione dell'esperienza, in particola modo quella istintuale, secondo la formazione di abiti comportamentali flessibili e temporanei. Si capisce, di conseguenza, come Dewey sia lontano da ogni forma di intellettualismo e guardi alla natura umana secondo variabili biologiche e ambientali. Come ha messo in luce Lamberto Borghi, una psicologia di questo tipo sottolinea la natura sociale della mente: quest'ultima è qualcosa di acquisito e non originario, con una struttura estremamente flessibile pronta a subire ulteriori modificazioni.
Prende forma, in tal modo, un'immagine antropologica che unisce il tratto sociale hegeliano al motivo pulsionale freudiano: l'uomo è sempre inquadrabile all'interno di sfondi etico-politici ben determinati ed allo stesso tempo si caratterizza per energie istintuali primarie che devono trovare adeguate concretizzazioni. Pensare l'individuo come una realtà scissa da queste due condizioni significa costruire un'immagine irreale ed astratta dell'uomo, come del resto è accaduto con ogni pensiero che abbia preteso di sostituire o sovrapporre alla vita reale una vita idealizzata.
L'indagine intorno alla natura dell'uomo permette di acquisire conoscenze relativamente a quella che Dewey chiama condotta, ovverosia alla morale. In sintonia con le premesse naturalistiche, il filosofo statunitense, così come era successo per il concetto di fine, rifiuta di assolutizzare il concetto di bene, riconducendo quest'ultimo alla possibilità di attuare scelte alternative in relazione ad una situazione ben determinata. La deliberazione individuale, in altri termini, è l'unico momento nel quale, partendo da fatti reali, sia possibile condurre azioni morali.
Perduto il valore assoluto, in bene viene a confluire con il meglio, con la valutazione da parte del soggetto relativamente alle azioni che possono incrementare la propria esperienza. Si giunge in tal modo alla formulazione di un nuovo imperativo categorico che così recita: "agisci in modo da accrescere il significato dell'esperienza presente". Un imperativo, ed è bene sottolinearlo, che trova valore unicamente se ricondotto alle concrete determinazioni storiche non pretendendo di essere una formula generale di condotta.
La morale assume in tale prospettiva il significato di un processo accrescitivo e chiarificatore dell'azione umana; il soggetto "apprende" dalle esperienze passate, dovendo continuamente valutare situazioni problematiche e multiformi ed alle quali non si può applicare alcun paradigma etico immutabile. Si tratta di partire dai fatti empirici, cercando di non rinnegare l'essenza della vita: l'ideale non deve sostituire il reale:
"La morale è la più umana di tutte le cose. Essa è certo la più vicina alla natura umana; è irriducibilmente empirica, non teologica né metafisica né matematica. Dal momento che essa riguarda direttamente la natura umana, tutto ciò che si può conoscere della mente e del corpo umano in fisiologia, medicina, antropologia, e psicologia è connesso con la ricerca morale." (7)
Questo non significa, secondo un orientamento positivistico, enfatizzare eccessivamente il valore dei fatti, tutt'altro: la conoscenza di questi ultimi non rappresenta altro che il primo passo della deliberazione umana. Spetterà al singolo inquadrarli all'interno del proprio universo di conoscenze al fine di utilizzarli nel miglior modo ritenuto possibile.

