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Sulla poesia a scuola

poesia a scuolaIn mezzo alla società pochi cenacoli di piccola lirica biografica, scaffali filiformi negli angoli delle librerie, case editrici in gran parte a pagamento. E poco altro. Non si legge poesia, non si vende. Però a scuola è viva e vegeta, anzi è al centro del sapere. Curioso paradosso, ma neanche troppo. Oramai leggiamo trame, le frasi dei libri devono essere trasparenti, ci dà fastidio il periodo lungo: la lettura è vedere, somiglia ai film. Non è più sentire, ascoltare, toccare. Degustare il vestito delle storie.
Se la scuola è resistenza, a lei il compito di educarci a percepire il suono, la sensualità, il paragone che un contatto raffinato di parole può accendere nelle piste bioelettriche dei nostri nervi. Meno tecnica, quindi, meno metrica, retorica, apparati critici: quella s'impara meglio nelle pubblicità. Più corpo a corpo con le poesie, più commento libero, più gioco pop. La poesia è costringere la vita in un bicchiere, capirlo è già aver appreso il gioco del mondo. Nessun poeta pensa: adesso scrivo una metafora o un endecasillabo. Semplicemente lo fa perché deve.
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