A scuola insegniamo che il bullismo è un abuso di potere: pressione sistematica, isolamento, minacce, umiliazioni. Lo diciamo ai ragazzi con parole chiare. Poi, però, guardiamo la politica internazionale e facciamo finta di non vedere.
Il tam tam quotidiano delle notizie di guerra è diventato uno scenario consueto, la politica dei contrasti e schieramenti si snoda tra blocchi di potere ancorati a ferme convinzioni di diritto, equità, libertà. La guerra di resistenza partigiana è un ricordo lontano, pagine di storia ingiallite dal tempo, il bianco e nero di pellicole datate dove la morte conserva ancora il pudore e il silenzio di una giusta e necessaria sacralità.
Il mondo dell’educazione, che nell’immaginario rimanda subito ai grandi maestri della pedagogia da Cleparède a Montessori, è ad oggi molto cambiato e avverte sempre più forti e incisive la pressione e l’ingerenza esercitate nel suo campo d’azione da discipline altre rispetto a quella educativo-pedagogica. Questo è senz’altro un bene, nella misura in cui permette un percorso educativo e riabilitativo integrato del soggetto svantaggiato. Tuttavia, quando dinamiche sociali originatesi da discipline culturalmente dominanti si fanno preponderanti nell’ambito educativo, questo può comportare una deviazione, per non parlare addirittura di distorsione, delle finalità e delle metodologie tipiche delle scienze dell’educare. Questo è il caso, documentato dalla sociologia medica, dei processi di medicalizzazione strisciante che aggrediscono con intensità sempre maggiore il vivere genericamente inteso.
Giusto un anno fa avevamo descritto la gestione dell’emergenza sanitaria attraverso la metafora della religione di stato. Un’immagine efficace, poi ripresa da molti altri opinionisti e commentatori. Con il Decreto Legge del 1 aprile 2021, n. 44, si compie un passo in avanti: l’Italia diventa formalmente un Paese di integralismo sanitario.
La mancata riapertura delle chiese accende la polemica politica. Se le ragioni che animano i partiti sono chiare, cioè il consenso elettorale, la posizione della Conferenza Episcopale Italiana merita una riflessione. Innanzitutto proviamo a chiederci: a chi manca la riapertura delle chiese?
L’epidemia da Covid19 è faccenda seria, le azioni di contenimento della diffusione del contagio sono senza dubbio necessarie. Ciò che proviamo a mettere in discussione sono le modalità di comunicazione dell’emergenza sanitaria ed i vissuti che contribuiscono a creare nella cittadinanza. Si sa, il mondo è un po’ come te lo racconti. Ci raccontiamo di essere in guerra. I soldati che corrono in aiuto della popolazione, strade deserte per un perenne coprifuoco, posti di blocco, bandiere italiane, inno nazionale, canzoni patriottiche: tutto pare rinforzare questa narrazione.