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La religione del (anti) virus

coronavirus religionL’epidemia da Covid19 è faccenda seria, le azioni di contenimento della diffusione del contagio sono senza dubbio necessarie. Ciò che proviamo a mettere in discussione sono le modalità di comunicazione dell’emergenza sanitaria ed i vissuti che contribuiscono a creare nella cittadinanza. Si sa, il mondo è un po’ come te lo racconti. Ci raccontiamo di essere in guerra. I soldati che corrono in aiuto della popolazione, strade deserte per un perenne coprifuoco, posti di blocco, bandiere italiane, inno nazionale, canzoni patriottiche: tutto pare rinforzare questa narrazione.

Per un momento proviamo a considerare la questione secondo un’altra metafora, quindi da diverso punto di vista: il contrasto al virus è diventato religione di stato. In poche settimane sono stati soppiantati gli altri culti cui siamo soliti votare, più o meno consapevolmente e liberamente, la nostra vita: l’economia, il lavoro, la cultura (scuole, musei, cinema, teatri), l’edonismo (bar, ristoranti, discoteche, palestre, terme), le religioni tradizionali. In un’immagine, il disinfettante per le mani al posto dell’acqua santa per liberarci dal male.

Il demone invisibile catalizza ogni ragionamento e satura ogni spazio interpersonale. I palinsesti televisivi sono imperniati sull’emergenza, non solo i notiziari ma anche i programmi dell’intrattenimento non fanno altro che richiamarci all’infezione in corso ed alle sue conseguenze. Anche nella vita privata, nelle telefonate e nelle e-mail, c’è sempre un riferimento al virus che sta stravolgendo le nostre esistenze.

La religione dell’anti-virus ha individuato i propri martiri da venerare nei medici e negli altri operatori sanitari. Non manca mai un pensiero per loro nella comunicazione pubblica. Ogni giorno è messa in scena una liturgia laica, officiata dai dirigenti della Protezione Civile e dell’Istituto Superiore di Sanità. Come agli antichi aruspici, chiediamo loro di interpretare i dati del contagio e dei decessi per conoscere il futuro, cioè quando questa emergenza avrà termine.

Nella storia delle religioni, ogni divinità ha avuto i propri ministri, in forza di un potere basato sulla maggiore conoscenza del dio rispetto a tutti gli altri individui. Oggi sono i nostri amministratori, ai vari livelli dell’ordinamento statale, ciascuno dei quali si prende il potere di dettare quello che si può fare e ciò che è vietato (il bene e il male?), con diversi gradi di ragionevolezza. Lo slittamento dal potere politico a quello religioso, che richiede un’adesione fideistica e non critica, è avvenuto subdolamente. Di fatto, nessuno ha messo in discussione le ordinanze di alcuni governatori delle regioni del Nord che hanno ristretto la libertà di movimento entro i 200 metri dalla propria abitazione o che hanno vietato attività sportive salutari come lo jogging. In pochi si sono chiesti a quale scopo diversi sindaci provvedano alla disinfezione chimica delle strade dopo i chiarimenti dell’Istituto Superiore di Sanità.

Si comprenda che in discussione non c’è la misura di distanziamento sociale necessaria ad evitare il diffondersi del contagio, ma quelle prescrizioni che assoggettano le persone a comportamenti insoliti e perfino paradossali, facendo leva sulla paura.

Così, accanto alle ritualità codificate e giustificate dal Ministero della Salute, c’è un fiorire di gesti dal sapore scaramantico che non hanno alcuna base razionale ma che, alimentati da informazioni poco chiare se non contradittorie, hanno un solo nome: esorcismi contro la paura. Tra questi comportamenti, in ordine sparso: non aprire le finestre di casa, guidare l’auto con la mascherina, non scendere in giardino, portare fuori il cane con la mascherina, tenere i bambini rigorosamente chiusi in casa. Tali azioni non servono per prevenire il contagio, ma si fanno comunque e non metterle in atto, quando le si vedono fare dagli altri, alimenta il nostro senso di colpa. Possiamo scommettere che se trapelasse, tra le varie fake in circolazione, che il virus attecchisce più facilmente sulla pelle lavata molte persone smetterebbero di farsi la doccia.

In una meta-lettura di questo evento sanitario, sociale e politico senza precedenti, colpisce il diffuso atteggiamento di sottomissione con cui abbiamo accettato queste nuove ritualità, molto spesso rinunciando anche a un minimo esercizio del senso critico. «Si fa così perché se ci è stato detto che va fatto». «Chi ha deciso saprà quel che fa». Facciamo almeno lo sforzo di riconoscere che nella “preghiera” a “liberarci dal male” che rivolgiamo quotidianamente a politici e scienziati si rischiano derive autoritarie. Lo sanno bene i 10 milioni di magiari, che, della religione di stato, hanno il primo “pontefice massimo”: Viktor Orban d’Ungheria.


copyright © Educare.it - Anno XX, N. 4, Aprile 2020
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