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Messa da parte

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chiese chiuseLa mancata riapertura delle chiese accende la polemica politica. Se le ragioni che animano i partiti sono chiare, cioè il consenso elettorale, la posizione della Conferenza Episcopale Italiana merita una riflessione. Innanzitutto proviamo a chiederci: a chi manca la riapertura delle chiese?

Non certo ai frequentatori occasionali, a quelli che solitamente si fanno avanti a Natale e a Pasqua per tenere aperta una porta sul paradiso (non si sa mai). Non manca a bambini e ragazzi più di quanto non manchino loro le altre occasioni di socialità, prima di tutto la scuola. Non è un bisogno di tanti giovani e adulti a cui la chiesa non riesce più a parlare di questioni fondamentali, quelle su cui si dovrebbe poggiare una fede radicata e l’appartenenza sentita ad una comunità cristiana.

Gli antropologi hanno chiarito che tutti i culti religiosi sono nati per rispondere alle grandi domande che affiorano durante l’esistenza: da dove veniamo, cosa succede dopo la morte, qual è l’origine della sofferenza, perché la vita finisce anzitempo, come raggiungere la pienezza e la felicità, etc. In questa prospettiva, la giustificazione storica di ogni religione dipende dalla sua capacità di offrire risposte credibili alle questioni esistenziali delle persone.

Questo tempo strano e inedito sta ponendo diversi interrogativi che avrebbero bisogno di una risposta spirituale, oltre a quella sanitaria ed economica. Invece, di fronte alla voce grossa della medicina e dell’economia, la chiesa istituzionale sembra essersi fatta da parte, scegliendo di mostrare il suo volto più tradizionale, come è avvenuto nelle celebrazioni domenicali trasmesse a porte chiuse dai mezzi di comunicazione, con sacerdoti attempati e canti in latino. Possibile che non ci sia niente da dire sul capovolgimento delle categorie principali del cristianesimo, annunciate come verità rivelate: la paura della malattia e della morte alimentata in ogni modo, a scapito l’annuncio evangelico del “Non temete”, “Non abbiate paura”; il farsi prossimo agli altri come minaccia, pure sanzionata, invece che atto d’amore che rende concreta la propria fede.

Dunque, a chi manca la riapertura delle chiese? Certamente è un bisogno di coloro, non più giovani, che sono stati educati con il precetto di “santificare le feste” e che desiderano accostarsi all’eucarestia. Potrebbe mancare anche a quanti vivono le celebrazioni liturgiche come occasioni di socialità, talvolta scambiando la chiesa per un'associazione di promozione sociale. E’ possibile che le chiese aperte manchino anche a quei vescovi e sacerdoti che non sono riusciti, in questi due mesi di chiusura, a reinventare l’azione pastorale, ad aggiornare linguaggi e tecnologie, ad attivare legami di comunità a favore di coloro che stanno particolarmente soffrendo in questo periodo di isolamento. Forse sono coloro che hanno bisogno delle liturgie per rioccupare uno spazio secolare dal quale sono stati sfrattati dalla nuova religione di stato, quella nata per contrastare il virus ed amministrata da politici e scienziati.

Azzardiamo un’analogia: sarebbe come se gli insegnanti chiedessero a gran voce la riapertura delle scuole perché altrimenti non riescono ad insegnare. Sappiamo che non è così, che il sistema scolastico - tra tante difficoltà - ha accettato la sfida dei tempi, rinnovando le modalità didattiche ed i percorsi di apprendimento. A parte qualche lodevole eccezione, questo non sembra stia avvenendo nella chiesa italiana.

Pur essendo un cristiano praticante, penso che senza una credibile proposta spirituale per i tempi capovolti che stiamo attraversando, senza un coraggioso e creativo rilancio di una pastorale centrata sulla fraternità comunitaria, la riapertura delle chiese non sia sufficiente per riaccendere la religiosità. Anzi, può essere l’obiettivo sbagliato.


 copyright © Educare.it - Anno XX, N. 4, Aprile 2020
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