Educare.it - Rivista open access sui temi dell'educazione - Anno XXV, n. 12 - Dicembre 2025

Stop the genocide poster

Il vagabondo

vagabondoErano anni che lo incontrava nel quartiere. Aveva con sé un grosso zaino dove riponeva le sue cose, piccoli oggetti di uso quotidiano, ma soprattutto coperte per ripararsi alla meglio durante la notte. Estati e inverni,in un ciclo continuo, lo vedevano protagonista della strada, una presenza che sembrava compenetrarsi silenziosa sui marciapiedi, agli angoli delle strade, al margine della vita degli altri. Per un po' di tempo era sparito dalla circolazione, forse era tornato nel suo paese o aveva finalmente trovato una dimora stabile per vivere in modo più confortevole, al riparo delle intemperanze del tempo meteorologico. Lei se lo augurava, ma nello stesso tempo ne sentiva la mancanza e osservava con curiosità i luoghi dove giornalmente il vagabondo trascorreva il suo tempo cercando segnali di un suo passaggio. Nell'attesa di vederlo ricomparire, immaginava le parole che avrebbe potuto rivolgergli, domande da fargli, con semplicità, rispetto, consapevole che il suo mondo, nel bene e nel male, era lontano anni luce da quella normalità frenetica che avvolgeva persone, cose, eventi del tempo reale.

Come per un esame, preparato a lungo, ripassava mentalmente le nozioni, correggeva gli errori e le imprecisioni aggiungendo o togliendo parole, espressioni per una nuova lingua che avrebbe accorciato le distanze, rompendo pregiudizi e indifferenza. Dopo una lunga e afosa estate lo aveva rivisto girare nel quartiere; le sembrava più curvo, il suo incedere era lento ma sicuro. Forse nel periodo di assenza aveva trovato un ricovero o aveva cambiato zona nei tanti quartieri della città; comunque, era tornato e questo allontanava, nel suo intimo, pensieri negativi che aveva, con fastidio, scacciato dalla mente. Anche chi non ha casa e una dimora stabile si affeziona ai luoghi, alle strade, agli edifici, agli angoli bui o assolati, ad estati e inverni in cui il presente è sempre una sfida alla sopravvivenza, si è nomadi per scelta o necessità. Le mie domande e la curiosità di interazione con il vagabondo sono rimaste ancora sospese; attendo il momento giusto e l'occasione per avvicinarmi e ripetere a memoria la lezione che ho più volte ripassato nella mente. Ma di una cosa sono certa, la diversità può allontanare o avvicinare, può essere una via di fuga o una sfida, un sorriso o un guardare dall'altra parte, una domanda che aspetta sempre di essere pronunciata e accolta senza una risposta scontata, il momento di superare il limite dell'indifferenza, il tempo giusto di conoscere, imparare e interpretare una nuova lingua. Mai come in questo periodo storico la "diversità" e la "normalità" oltre che fare rima sono due piatti di una stessa bilancia sulla quale diritti e doveri possono trovare , con un po' di coraggio, l'equilibrio di scelte consapevoli, giuste e condivise.