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Perché la scuola è il termometro dell'integrazione
La letteratura sottolinea come, sia per i ragazzi che per le ragazze appartenenti a minoranze culturali, l’investimento sulla formazione rappresenti non solo una risorsa strategica di mobilità e di emancipazione personale rispetto al destino prefigurato dal livello sociale dei propri genitori, ma anche, più in generale, un riscatto dall’esperienza stessa della discriminazione e della marginalizzazione.
Il primo indicatore utile per verificare l’influenza delle appartenenze di genere di fronte alle opportunità educative è il tasso di partecipazione dei giovani stranieri di entrambi i sessi nei diversi gradi di istruzione nel nostro Paese. L’ipotesi sotto cui si possono analizzare i dati è quella del gender gap, ossia della asimmetria o disparità di accesso (attainement) e di livello di successo scolastico (achievement) a favore degli uomini, fenomeno ancora ampiamente diffuso in molti Paesi in via di sviluppo (Véron, 1999). La diversa fruizione, da parte dei giovani di entrambi i sessi, delle opportunità educative reca con sé non solo un problema di ‘accoglienza’ (apertura-chiusura del sistema delle chances) ma anche la possibile disuguaglianza misurata sul lungo termine (stratificazione degli effetti).
La rilevazione annuale del Miur segnala che in Italia nel 2005/06 la percentuale di femmine tra gli alunni stranieri era in linea con la loro presenza sul territorio (47%), segno che indica nel complesso l’assenza di una discriminante di genere nella scelta delle famiglie straniere di mandare i figli a scuola, anche in età infantile. Inoltre, col crescere dei gradi scolastici, le femmine straniere sono via via più presenti: se nella scuola dell’infanzia, primaria e secondaria di I grado le femmine rappresentano rispettivamente il 46,5%, 46,5%, 45% degli alunni stranieri (valori lievemente inferiori ai tassi di femminilizzazione calcolati sulla popolazione scolastica totale, 48,2%), nella secondaria di II grado i rapporti si invertono, le femmine superano la presenza maschile e si posizionano al di sopra del tasso di femminilizzazione degli iscritti in totale, tanto nelle istituzioni statali (50,4%) che in quelle non statali (53,4%) (Mpi, 2006: 25). Anche nelle università (dove la presenza straniera aumenta di circa 5000 unità all’anno), le femmine di nazionalità non italiana rappresentano il 59,5% degli iscritti stranieri, un valore assai significativo sia tra gli immatricolati (tra i quali il 60% è femmina) sia tra i laureati (tra i quali il 63,4% è femmina) (dati Miur-Ufficio di statistica, a.a. 2007/08). Guardando complessivamente le scelte dei giovani che provengono dall’immigrazione, non pare pertanto il caso di parlare di gender gap; con molta probabilità, lo slancio motivazionale con cui i figli degli immigrati stanno affrontando la sfida formativa neutralizza, per così dire, le distinzioni intra-famigliari e intra-culturali, anche laddove fossero particolarmente rimarcate.
MADDALENA COLOMBO
WEST, 09/05/2011

