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Alcune osservazioni sulla scuola cinese
L'arrivo nella scuola italiana di studenti stranieri era un fenomeno prevedibile in conseguenza dei consistenti flussi migratori iniziati negli anni '90 e alla luce di quanto già avvenuto in paesi vicini. Proprio perché altri avevano già fatto questa esperienza, si sarebbero potuti affrontare e risolvere i problemi connessi con una certa facilità, cosa che non è stata. La responsabilità e il compito di assorbire i nuovi venuti ed integrarli nel sistema educativo italiano sono ricaduti innanzitutto sugli insegnanti, che hanno toccato con mano difficoltà che non erano stati preparati ad affrontare.
Fu proprio per un caso del genere che fui contattato per un intervento di mediazione, intervento che pur limitato nel tempo e sperimentale nella formula - 6 ore settimanali il primo anno e via via a diminuire - permise a una ragazzina cinese di completare nei tre anni il ciclo delle secondarie inferiori. Parlando con i professori è emerso che spesso gli studenti cinesi risultano piuttosto bravi e diligenti e raramente creano difficoltà o esprimono forti disagi. Ma mentre risultano generalmente più preparati dei loro coetanei italiani in matematica, evidenziato per contro maggiori difficoltà di altri stranieri (es. slavi e nordafricani) nell'apprendimento della lingua. Ciò è dovuto alla struttura delle lingua cinese, assolutamente diversa dalle europee e arabe, priva di forme quali l'articolo, il genere e il numero del sostantivo, la coniugazione del verbo, ecc.
I cinesi e la scuola
Le mie conoscenze del sistema pedagogico cinese sono parziali, perché ho frequentato solo l'università in Cina e non la scuola dell'obbligo. La Cina è un paese in rapida trasformazione e anche il suo sistema educativo cambia di pari passo. Faccio un esempio: nel 1987 quando mi trovavo in Cina per la prima volta, ricevetti l'entusiastico invito degli inservienti del dormitorio ove vivevo di andare a vedere l'ultimo prodotto della tecnologia in mostra alla fiera di Pechino: il frigorifero! Oggi la Cina è il paese con il maggior numero di telefonini e computer al mondo. Bambini e genitori cinesi trovano la scuola italiana molto "rilassata", sia nel metodo che nella sostanza. Mi spiegava infatti la mia alunna che le elementari in Cina prevedono lezioni mattina e pomeriggio tutti i giorni dal lunedì al sabato, con anche due rientri serali dopocena e in alcuni casi pure la domenica mattina.
I bambini cinesi fanno tutto a scuola, studiano e fanno i compiti. Dal momento che studiano tanto dovrebbero però avere pure una buona conoscenza della lingua straniera, che in genere è l'inglese, cosa che invece non è. L'inglese a livello elementare è insegnato poco e con scarso successo, così come avviene da noi, perché non ritenuto prioritario. Immaginiamo un bambino italiano buttato in una prima media cinese con un insegnante che cerca di spiegargli il cinese in inglese... Cosa imparano dunque i bambini cinesi alle elementari? Beh innanzitutto il cinese! Una lingua che nella maggior parte dei casi non parlano in casa e che è per loro una "seconda lingua", come lo era l'italiano per gli italiani del dopoguerra. Se l'apprendimento della lingua cinese richiede lo stesso sforzo che richiese ai nostri padri e nonni l'apprendimento dell'italiano, ben più pesante è l'apprendimento della scrittura. La scrittura cinese è l’unica logografica al mondo. Tutte le forme di scritture oggi utilizzate al mondo derivano da due soli sistemi: alfabetico (dal fenicio) e logografico (dal cinese).
Altri sistemi hanno diffusione assolutamente circoscritta e irrilevante (la scrittura Dongpa dei Naxi, minoranza etnica cinese, usa un sistema misto pittografico, logografico e fonetico). In prima elementare un bambino cinese deve memorizzare 100 caratteri, in seconda 200, in terza 300, in quarta 600, in quinta 800. Al termine della scuola dell'obbligo (9 anni) deve sapere tra i 2500 e i 3.000 caratteri di scrittura. Uno sforzo non indifferente. Molto impegno è dedicato anche alla matematica e al calcolo. Dato un programma svolto così e le capacità che tale apprendimento fa sviluppare, in genere i cinesi sopravanzano i coetanei italiani. Per quanto riguarda invece il metodo, la scuola cinese richiede disciplina rigore. Non che i ragazzini cinesi siano più disciplinati degli altri, anzi tendenzialmente sono molto più vivaci e selvaggi, ma nella scuola si applicano sistemi severi che prevedono anche punizioni corporali, per quanto non sempre applicate e comunque non terribili.
La pressione psicologica esercitata sugli studenti è invece fortissima e il ricorso al rimprovero e alla critica pubblica è costante. Fa parte della tradizione cinese. La cosa più insopportabile per un cinese è la critica e quindi l’arma più usata è proprio la pubblica critica. Al termine dei 9 anni di scuola dell’obbligo ogni grado di istruzione superiore è a numero chiuso e con esame d’ammissione. I risultati ottenuti sono indispensabili per accedere agli esami di ammissione e chi non raggiunge un certo standard non può proseguire nello studio. Persino all’interno della scuola elementare le classi sono formate in base al rendimento degli alunni ed esistono quindi classi di serie A e di serie B.
I professori delle classi migliori percepiscono dei bonus in busta paga e può capitare che quelli delle classi di serie B riversino la loro frustrazione sugli incolpevoli alunni (la mia allieva m’ha raccontato che per questo motivo non di rado si sfogano anche fisicamente sugli alunni percuotendoli anche quando non necessario). In genere i ragazzini cinesi dicono che gli insegnanti italiani sono "buoni" mentre quelli cinesi sono "cattivi" e loro li temono molto. Tuttavia riconoscono anche una "necessità" di severità, perché loro stessi sono del parere che solo attraverso la pressione e la paura si è stimolati a rendere di più. Di ciò sono ancora più convinti i genitori, che affidano con fiducia i loro figli alla scuola e demandano ad essa ogni competenza in senso formativo, sicuri che la rigidità possa donare loro figli più preparati ad affrontare una società fondata sulla meritocrazia. Questo non significa che i cinesi non amino i loro figli e li desiderino seviziati, anzi ciò in genere non succede e per questo continuano ad aver fiducia nel sistema scolastico.
L’istruzione è sempre stata tenuta in grande stima in Cina dall’antichità sino ai giorni nostri. Gli educatori sono visti come i primi lasciapassare per affrancarsi dal lavoro manuale ed entrare in una società più elevata e benestante. Per questo i genitori cinesi sono disposti a grandi sacrifici economici per far proseguire gli studi ai propri figli. Gli istituti superiori e le università si trovano infatti nelle città e ciò può significare centinaia se non migliaia di chilometri lontano da casa. Durante la formazione i ragazzi devono vivere da soli nei dormitori e pagarsi tutto il necessario, organizzandosi in tutto, anche facendosi il bucato. In alcuni casi, come alla scuola dello sport dove io studiai, non si tratta nemmeno di ragazzi ma di veri e propri bambini, che sono affidati alle squadre agonistiche affinché diventino gli atleti vincenti del futuro. Bambini di 8-12 anni che vedono i genitori un paio di volte all’anno.
Il sistema educativo cinese è di tipo nozionistico. Viene premiato chi apprende e ricorda il maggior numero di nozioni, chi è più preciso nel calcolo, chi usa più spigliatamente e correttamente la lingua, ecc. Degli insegnanti italiani i bambini cinesi dicono che parlano tanto ma che fan fare poco. Nella scuola italiana dicono ci sono troppo materie e di dubbia utilità. Ciò che i cinesi non amano è riflettere, ragionare, esprimere opinioni, parlare di sé, dare giudizi, inventare qualcosa, proporre soluzioni e consigli, rivelare sentimenti. Non sono abituati a farlo perché la loro società non lo ritiene auspicabile.
Le qualità più apprezzate dalla società cinese sono la modestia, la riservatezza, la laboriosità, l’onestà, l’intelligenza, l’autosufficienza. Ciò che più disturba i bambini cinesi nella scuola italiana non è tanto non poter comunicare e giocare con i compagni quanto non capire ciò che viene detto attorno a loro e rischiare pertanto di essere derisi per l’incapacità di svolgere adeguatamente i compiti loro assegnati dall’insegnante. Non è che il bambino cinese non sia comunicativo o curioso; lo è allo stesso grado di tutti gli altri, in alcuni casi anche di più, in quanto si trova in un mondo nuovo, ma la barriera linguistica è per lui uno scoglio immenso.
Molti insegnanti faticano a credere che anche dopo 3 anni nella scuola dell’obbligo la maggior parte degli alunni cinesi ancora comprenda poco più del 50% di quanto si dice loro. La loro capacità di seguire e svolgere bene i compiti non deriva infatti dalla buona padronanza della lingua ma dalla loro "agilità" di interpretare il senso di quanto richiesto basandosi su alcune parole chiave (a meno che non si tratti di bimbi nati in Italia ovviamente).
La famiglia cinese è tendenzialmente piuttosto coesa e lo è ancor di più all’estero, ove maggiori sono le esigenze di reciproco sostegno. I genitori si interessano dell’andamento dei figli ma non vogliono interferire nel lavoro degli insegnanti, nemmeno parlando con loro degli eventuali problemi dei figli. In Cina i genitori vengono convocati dalle autorità scolastiche in genere se accadono fatti gravi che coinvolgono i figli o quando il rendimento è troppo scarso. Per cui non è usuale per un genitore cinese incontrare gli insegnanti dei figli e soprattutto che questi tema di far brutta figura a causa della sua scarsa conoscenza della lingua.
Molti di questi problemi si risolveranno (e già si stanno risolvendo) con le seconde generazioni, cioè genitori cinesi già ben integrati nel sistema italiano con buona conoscenza dell’italiano e figli nati in Italia. D’altra parte, la stessa immigrazione cinese è in diminuzione a causa delle cattive condizioni socio-economiche italiane e delle migliorate condizioni cinesi. La scelta dell’Italia quale meta dell’immigrazione cinese è sempre stata una seconda o terza scelta dettata più dalla presenza di una rete parentale che da vere aspirazioni.
Fabio Smolari
Sinologo
Laureato in Lingue e Letterature orientali (cinese)
Segretario della European Daoyin Yangshenggong Federation
Direttore tecnico della Scuola di Taijiquan e Daoyin "Il Serpente Bianco" Ferrara
Pubblicato su Infanzia in Europa, maggio 2011

