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Quale approccio alla nutrizione dei primi anni?

Esiste una età sensibile ma sottovalutata per la nutrizione infantile che va dai 12 ai 36 mesi. Relativamente modesto è il numero di studi che riguardano il “toddler” (questo il termine anglosassone che lo identifica) sotto l’approccio nutrizionale. Al recente Congresso FIMP (Federazione Italiana Medici Pediatri) ospitato presso il Lingotto di Torino, che ha visto la presenza di circa 1700 pediatri, è stata lanciata una iniziativa per trovare all’interno della comunità pediatrica - che è in quotidiano contatto con migliaia di bambini - una traduzione italiana univoca della parola toddler: i pediatri sono stati invitati a partecipare all’indagine “Who is…Toddler?” .

Individuare un termine adatto per la delicata fase che il piccolo attraversa è il primo passo per il riconoscimento dei suoi bisogni. Il termine anglosassone non ha un corrispondente nella lingua italiana: i neonati sino ai 12 mesi sono indicati come “lattanti”, mentre i soggetti dai 3 ai 18 anni sono complessivamente “bambini”, ed esiste un vuoto semantico per il periodo compreso tra 12-36 mesi. “Questa fase nella vita dei più piccoli è segnata da importanti cambiamenti del comportamento e della nutrizione - spiega la pediatra abruzzese Adima Lamborghini, consulente scientifica della Federazione Italiana Medici Pediatri nonché portavoce dell’indagine.

Durante la gravidanza e il primo anno di vita il bambino è nutrito dalla madre, in relazione di dipendenza dalla figura materna e da ciò che lei gli offre. Allorché il bambino viene svezzato tutto si sposta verso una maggiore autonomia. Il cibo è una delle poche aree in cui il bambino di un anno è in grado di affermare la propria personalità e di fare delle scelte: è necessario quindi che tali scelte siano permesse ma gestite correttamente dai genitori. Lo sviluppo della preferenza per il cibo del bambino è determinata da ciò che assume e dalla osservazione del comportamento degli adulti: è dimostrato che i bambini che sperimentano precocemente un cibo sano tenderanno a conservare questa preferenza per tutta la vita e ad avere uno schema alimentare in linea con uno stile di vita corretto. Dunque l’educazione alimentare va promossa in questa età per garantire una crescita e uno sviluppo psicomotorio sani e gettare le basi della salute adulta. Questo approccio tiene in considerazione il fatto che la salute individuale - e del bambino in particolare - è influenzata non solo da componenti biologiche o genetiche, ma anche dalle relazioni sociali e familiari, dall’ambiente e dai suoi cambiamenti sociali ed economici.

In chiusura dei lavori congressuali un comitato di esperti pediatri e creativi specialisti di comunicazione, presieduto dalla Segreteria FIMP, ha proceduto alla selezione del termine vincente. Tradurre il termine inglese, che letteralmente significa “traballante” non è stato facile. In un primo momento sono stati selezionati termini quali: “Trotterello”, “Esploratore”, “Crescituro”, anche se in ultima analisi, il termine su cui si è raccolto un vasto consenso è stato “UTré”, proposto dalla dottoressa Paola Germano di Solarino (Siracusa) che definisce sinteticamente la fascia di età in questione (uno-tre anni) e si richiama al periodo zero-tre ritenuto cruciale dalla neuropsichiatria infantile. “Non esiste una fase simile in pediatria e spero che il termine da me ideato aumenti la sensibilità a questa età fondamentale. Avevo pensato a definizioni più generiche ma volevo un termine che potesse contenere una valenza scientifica ed evocativa”, spiega la pediatra.

“Non potere definire con precisione i limiti temporali di questa fascia di età, sembrava quasi giustificare la scarsa attenzione che poniamo a questo periodo - commenta la dottoressa Lamborghini -. Come se terminata la fase neonatale, il toddler potesse essere completamente abbandonato ad una evoluzione spontanea senza necessità di ulteriore sorveglianza”.

Quali saranno le ricadute dell’indagine “Who is…Toddler?” nella vita quotidiana dei bambini? “La prima conseguenza che pensiamo di rilevare è la maggiore attenzione e conoscenza da parte dei pediatri dei rischi legati alle abitudini alimentari in questa età - spiega la dottoressa Lamborghini -. La seconda è una maggiore capacità da parte dei genitori stesi di riconoscere i possibili problemi, di segnalarli e di trovare con il loro pediatra una strategia per affrontarli”. Mettere in atto con efficacia un programma di “supervisione” in questo campo, richiede dunque una stretta alleanza e collaborazione tra professionisti e famiglie.

La Stampa, 25/11/2011