Stop the genocide poster

Verso una sociologia della narrativa

Perché ci interessano tanto le storie degli altri? Leggiamo avidamente o seguiamo con attenzione, attraverso i media tradizionali o i social network, quelle storie che, in qualche modo, riescono a coinvolgerci.

I costruttori di racconti come romanzieri, giornalisti, cineasti, saggisti, o anche persone «comuni» possono adottare uno stile esplicativo che fornisce indicazioni utili a controllare una determinata situazione. A partire da ciò, possiamo a nostra volta aggiungere delle riflessioni, o costruire altri racconti che danno impulso ad un processo di analisi della nostra esperienza.

In accordo alla pedagogia della narrazione di Jerome Bruner, fondatore della psicologia culturale, «Ognuno in fondo è la propria storia». Vi è un pensare che si costruisce attraverso la narrazione di sé che collega e ordina gli eventi della propria esistenza, il tentativo di iscrivere tutto ciò che accade in una cornice di senso, rendendo comprensibile (a se stesso ed eventualmente anche agli altri) quello che a prima vista può sembrare incomprensibile.

Il sociologo italiano Paolo Jedlowski giunge ad affermare che «L’esperienza si compie appieno quando viene narrata» (Paolo Jedlowski, Il racconto come dimora. Heimat e le memorie d'Europa, Torino, Bollati Boringhieri, 2009), come dire che l’esperienza appare completa e significativa soltanto quando se ne può parlare con altri, quando la si può esperimentare di nuovo dandole senso e condividendola attraverso il racconto. Questo assunto vale anche, e forse ancora di più, qualora si tratti di esperienze traumatiche, anche se, avverte Jedlowski «Non sempre il raccontare libera dal passato ma è almeno una strada per condividerlo».

Dalla condivisione alla resilienza. Se è vero che l’uomo, per certi versi è il risultato delle sue condizioni sociali e culturali, è anche il creatore instancabile dei significati con cui vive. «Ogni racconto è una iniziativa di liberazione» scrive il neuropsichiatra Boris Cyrulnik in “Autobiografia di uno spaventapasseri. Strategie per superare le esperienze traumatiche, Raffaello Cortina Editore, prima edizione 2009”. Il libro di Cyrulnik costituisce una introduzione alla teoria e pratica della «resilienza» attraversando infiniti percorsi di vita di feriti nell’anima, persone che in qualche modo, anche a distanza di anni dal trauma, sono riuscite a ritrovare se stesse, dopo aver superato tragedie familiari, lutti, catastrofi naturali o guerre.

Verosimilmente alcune società favoriscono la resilienza tutelando il ferito nel nuovo percorso di crescita (l’invito alla parola, il sostegno affettivo, l’aiuto sociale) mentre altre la inibiscono sul nascere (attraverso la costrizione al silenzio, il pregiudizio, il rimprovero o la condanna, l’abbandono). Se la società impedisce di parlare, il soggetto traumatizzato può vivere a metà, nascondendo la propria ombra, mettendo in luce solo la parte che gli altri tollerano di vedere.

La lacerazione può ricucirsi più agevolmente in un contesto familiare e culturale che accetta la persona con la sua ferita, lasciandola parlare. Allora il dolore muto può trasformarsi nella rappresentazione del dolore, un dolore che ha un inizio (e forse anche una fine), fino ad essere narrato come una storia che appartiene, che diventa accessibile a se stessi e agli altri. Racconto di sé che racchiude e da cui si diramano infiniti racconti - una chimera, un animale meraviglioso che in realtà non esiste anche se i pezzi che lo compongono sono assolutamente veri - a mano a mano che la storia acquista senso e significato. E questa nuova rappresentazione può cambiare il sentimento che si prova per se stessi, dalla vergogna fino all’orgoglio. Cyrulnik, coordinatore del gruppo di ricerca internazionale «Identità, Culture e Resilienza» con sede a Parigi, afferma «È sufficiente raccontare questa storia agli altri per modificare le nostre relazioni, per non sentirsi più come prima: “Innocente, mentre mi credevo colpevole, orgogliosa mentre mi vergognavo, gioiosa mentre ero triste”».

LaStampa, 02/03/2012