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La depressione si innesca in adolescenza
Sono sempre più le persone che da adulte sviluppano sintomi depressivi e, per circa la metà di queste, pare vi sia un collegamento con l’età dell'adolescenza.
Gli psicologi delle università di Bangor e Oxford infatti sostengono sul Journal of Affective Disorders che per queste persone vi deve essere stato un primo episodio di depressione proprio durante l’età adolescenziale – in genere tra i 13 e i 15 anni d’età.
La depressione clinica, pertanto potrebbe essere rimasta per così dire dormiente per alcuni anni per poi ripresentarsi magari in particolari momenti della propria vita. Ecco quanto hanno voluto accertare i professori Mark Williams dell’Università di Oxford e Ian Russell e Rebecca Crane della Bangor University, coinvolgendo 275 persone con depressione clinica e ciclica, ossia che si è ripetuta nel tempo.
«La depressione si riteneva fosse un problema che emergeva anzitutto nelle persone di mezza età – spiega Williams – Negli ultimi decenni, tuttavia, i ricercatori cominciarono a scoprire che i pazienti stavano diventando depressi in età sempre più giovane, una tendenza che ha contribuito alla depressione diventando uno dei problemi sanitari più urgenti in tutto il mondo».
Partendo da questi presupposti, i ricercatori hanno voluto esaminare il legame tra il primo episodio di depressione, l’età in cui questo si è verificato e i problemi mentali in età adulta.
Questi fattori sono stati tutti presi in considerazione quando si è trattato di studiare i partecipanti allo studio.
L’analisi dei dati raccolti ha permesso ai ricercatori di scoprire che il 48 percento dei pazienti aveva avuto un primo episodio della malattia in età adolescenziale.
«Questi risultati sono importanti perché la depressione è un problema che tende a ritornare – spiega nel comunicato BU il professor Williams – Se sei stato depresso una volta, poi si ha il 50 percento di possibilità di esserlo di nuovo. Se si è avuta la depressione due o più volte, questo rischio sale al 70-80 percento».
Nonostante ciò, i ricercatori infondono un po’ di ottimismo per le persone con questo tipo di problema ricordando che vi sono metodi per impedire che queste ricadute avvengano ancora.
LaStampa, 01/03/2012

