Stop the genocide poster

Educare alla compassione

È stato creato recentemente presso l’Università di Stanford un istituto di ricerca interdisciplinare e di educazione sulla compassione e l’altruismo: “The Center for Compassion and Altruism Research and Education” (CCARE). Il punto di partenza per una indagine scientifica è una chiara definizione dell’oggetto di studio: prima di tutto, sottolineano i ricercatori del Centro, bisogna intendersi sui termini.

La compassione non è pietà - provare pietà a volte può essere quasi paralizzante - non è una forma di sentimentalismo, né di semplice tolleranza, bensì una esperienza interiore che orienta le energie personali e spinge all’azione. L’educazione alla compassione implica la disponibilità a mettersi nei panni degli altri fino al punto di riconoscerne e condividerne la gioia, le speranze, le paure, la sofferenza; in ultima analisi, un percorso che porti a scoprire la vulnerabilità dell’esistenza dell’altro e, di riflesso, ad accettare anche la propria.

Essere compassionevoli non significa necessariamente fare grandi cose per l’altro. Seguiamo un piccolo esempio. Anna è una giovane donna appartenente ad un gruppo di zingari. Ogni giorno, con il figlio più piccolo - un bambino ben curato di circa quattro anni - siede su un gradino davanti un grande supermercato. Anna non entra mai a fare la spesa nel supermercato, le è completamente sconosciuto quel mondo confortevole e profumato, pieno di delizie. Conosce solo la strada, il vai e vieni incessante di persone che raramente la sfiorano con uno sguardo, non sempre benevolo.

Lei guarda e saluta tutti, uno per uno, sperando in una piccola elemosina. Le giornate trascorrono lunghe e monotone tra una carezza al bambino e la cantilena di saluto. Anna non sa che per il periodo pasquale la direzione del supermercato ha deciso di bandire un piccolo concorso di pittura tra i bambini: i piccoli clienti possono ricevere gratuitamente dei disegni stampati (raffiguranti un coniglietto, un pulcino, un cagnolino) da colorare liberamente e restituire alla direzione. I disegni più belli verranno premiati prima di Pasqua. L’iniziativa ha subito un successo straordinario. I disegni che a mano a mano vengono raccolti e numerati sventolano come bandiere appese ad un filo steso tra una parete e l’altra del supermercato.

Il bambino di Anna fuori sonnecchia o gioca un camioncino. Forse qualche cliente caritatevole gli regalerà un uovo di Pasqua o forse la madre riuscirà a comprarglielo con le monete che riesce a mettere da parte. È escluso da quell’andirivieni festante di bambini che accompagnano i genitori a fare la spesa, prendono il disegno da colorare e poi lo riportano come un trofeo sperando di vincere premi favolosi.

Una mattina, Lucia, insegnante di disegno e cliente del supermercato, madre di un figlio ormai grande per quel genere di cose, decide di coinvolgere il figlio di Anna. Lucia guarda spesso Anna: osserva il modo affettuoso con cui la giovane zingara parla al bambino, cercando di distrarlo dalla noia delle lunghe ore di attesa. Forse gli racconta delle storie, qualche favola, lì sul marciapiede. Madre e figlio sorridono qualche volta, come condividendo un segreto tra loro.

Lucia prende dei disegni da colorare e li dona al bambino di Anna, spiegando come funziona il concorso. «Ha i colori?», chiede alla madre. «Sì, ha i colori a casa». Il giorno dopo le due donne si incontrano al solito posto. Anna racconta a Lucia che il bambino ha già consegnato il disegno colorato e che gareggia con il numero 60. Poi Lucia entra al supermercato a fare la spesa, cercando il numero 60 tra i disegni appesi alla corda. Ma il numero 60 non è esposto, forse non è stato ancora appeso…

La mattina dopo Anna, tutta eccitata, comunica a Lucia che la direzione del supermercato le ha telefonato al cellulare invitando il bambino alla cerimonia di premiazione che si svolgerà nel pomeriggio al supermercato. Anche il bambino non sta più nella pelle, vuole entrare subito dentro il supermercato. «Speriamo che diano un regalo a tutti i partecipanti», commenta a voce alta Lucia. Poi, un po’ preoccupata per una eventuale delusione delle attese del bambino: «Com’è il disegno?». «Bello!» risponde Anna, illuminandosi tutta.

Quel pomeriggio, presa da mille impegni, Lucia non trova il tempo di fare una scappata al supermercato. Ci riesce verso sera, quando la cerimonia è ormai conclusa. «Come è andata?», chiede ad un commesso. «Bene, abbiamo premiato i tre disegni più belli». «Solo quelli? E gli altri bambini?» Mentre parla, guardando in alto tra i coloratissimi disegni ancora appesi, Lucia riesce finalmente ad individuare il numero 60: è un coniglietto, colorato di marrone, su un tenue sfondo rosa. Forse il bambino aveva disposizione solo quei due colori. «E gli altri bambini?» chiede di nuovo. «Tutti i bambini partecipanti hanno ricevuto un uovo di Pasqua, è stata una bellissima festa…».

Fonte: La Stampa, 06/04/2012