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La vergogna ostacola la resilienza

La resilienza rappresenta molto più che una capacità di sopravvivenza o di adattamento ad una situazione difficile, spesso traumatica. Per l’instaurarsi di una resilienza durevole conta soprattutto quello che viene dopo il superamento dell’evento critico. Alcune immagini mentali sono comunemente utilizzate per descrivere il processo: “l’arte di navigare sui torrenti”, espressione cara a Boris Cyrulnik, neuropsichiatra e psicoanalista francese, o “risalire su una barca rovesciata”, “ricostruire una casa crollata”.

Boris Cyruknik, professore di etologia umana all’università di Toulon-Var e coordinatore del gruppo di ricerca internazionale “Identità Culture e Resilienza” (con sede a Parigi) ha speso tutta la sua vita nello studio dei fattori che favoriscono o inibiscono la resilienza. Se è vero che per innescare il processo contano alcune risorse individuali (il rifiuto del “ruolo della vittima” nonché dell’odio, del rancore, della vendetta), sono importanti anche le storie dell’ambiente familiare e culturale che circondano la persona ferita: ciò che si dice, come viene detto, o quello che non si dice, si nasconde.

La vergogna è un fattore ostacolante il processo di resilienza. A questo sentimento insidioso Cyrulnik ha dedicato un libro “La vergogna” (Codice Edizioni), best seller da oltre centomila copie in Francia, presentato in Italia nel corso della lectio magistralis che Cyrulnik ha tenuto al Festival della Scienza 2011 di Genova. “Quando provo vergogna ho un detrattore intimo in testa che mi dice: indipendentemente da quello che farai non sarai adeguato”, ha spiegato lo psichiatra.

L’esperienza della vergogna ha molte facce: ci si può vergognare della povertà, della solitudine, di un basso livello di istruzione, di un lavoro umiliante o della disoccupazione, di aver subito abusi e maltrattamenti, della inutilità della propria vita, della propria incapacità a vivere una vita significativa; il sentimento della vergogna può diventare così totalizzante e pervasivo che ci si può vergognare perfino di esistere, pensando di non meritare di vivere. In ogni caso è sempre l’esposizione allo sguardo dell’altro che provoca vergogna, uno sguardo che a volte è immaginario, esiste nella nostra mente solo come possibilità.

Una via di fuga dagli esiti incerti consiste nel nascondere quello che ci vergognare. Maria, una donna ancora attraente di circa cinquant’anni, senza figli, vive sola dopo la separazione dal marito. L’uomo l’ha lasciata per una donna più giovane. La separazione le ha creato come un alone di inibizione attorno, un vuoto che ha allontanato parenti, amici, conoscenti che condivideva con il marito. Maria si vergogna della sua solitudine, si vergogna quando va a fare la spesa al supermercato - le poche cose che acquista denunciano in modo inequivocabile che vive sola - si vergogna quando, in preda alla depressione, soprattutto nei giorni di festa, non ha voglia di cucinare per sé e compra qualcosa di pronto in rosticceria. Qualche volta, cercando di camuffare la sua situazione di donna sola, ordina il doppio del necessario, come se ci fosse un compagno a casa pronto a dividere il pasto con lei.

Francesco è un insegnante precario da più di cinque anni. Ottenere la nomina ogni anno è una scommessa, che fino a poco tempo fa riusciva a vincere. Ma l’ultima volta è andata male. Niente supplenza annuale. È ritornato dalla convocazione per le nomine a mani vuote, con un terribile senso di sconfitta. Poi è incominciata l’attesa di qualche supplenza temporanea. Finora è riuscito a tamponare la situazione economica con l’indennità di disoccupazione e dando lezioni private. Per fortuna è ancora single e vive in una casa di proprietà. Paga le bollette, il condominio, cerca di mantenere alto il senso dell’autostima. Ma il momento peggiore è la mattina. Prima di essere disoccupato usciva di casa di buon’ora, per raggiungere la scuola in tempo per l’inizio delle lezioni. Ora non ha più motivo di uscire così presto, potrebbe uscire più tardi, per qualche commissione. Ma si vergogna di mostrare a tutti - vicini di casa, colleghi e perfino ex alunni che incontra per strada - la propria condizione di disoccupato. Così continua ad uscire di buon’ora, allo stesso orario di prima - giustificandosi davanti a se stesso con la scusa di mantenere gli stessi ritmi di prima - oppure restando rintanato a casa per tutta la mattina e facendosi vedere solo nel pomeriggio.

La miseria è difficile da nascondere. Cyrulnik, di origine ebraica, racconta una sua esperienza personale. Da giovane, costretto a pagarsi gli studi da solo perché non c’era certificato che attestasse la morte dei genitori, scomparsi durante la deportazione nazista, andava in giro indossando pantaloni usurati dal fondo sdrucito. Quando conversava con altri stava molto attento a non assumere delle posizioni che avrebbero potuto svelare lo strappo. Era un tormento continuo. Quello strappo avrebbe tradito in modo inequivocabile la miseria della sua condizione, facendolo sprofondare nella vergogna. Ammutolendo in sol colpo le sue brillanti conversazioni di arte, medicina, politica.

Anche Marco, giovane ingegnere appena assunto in una ditta, si vergogna delle sue umili origini. La famiglia possiede solo una macchina ormai vetusta e piena di acciacchi che i genitori gli prestano per raggiungere il luogo di lavoro. Marco potrebbe posteggiare la macchina nel cortile dell’azienda, ma si vergogna della carrozzeria ammaccata, del modello fuori moda, e preferisce posteggiare lontano per poi raggiungere l’azienda a piedi, lontano da sguardi indiscreti. Non osa dare passaggi ai colleghi, neppure ad una giovane impiegata molto carina che prende l’autobus.

Attribuiamo troppo importanza allo sguardo degli altri? La vergogna è un potentissimo meccanismo sociale che sanziona chi è diverso, appartiene ad un’altra cultura o è portatore di un’altra visione della vita. In questo caso la vergogna diventa l’arma del conformismo.

Come uscire dalla vergogna quando è un trauma che segna lo sviluppo di un individuo? “L’importante - afferma Cyrulnik - è uscire dal vittimismo”. La strategia resiliente affronta il trauma indirettamente, mediante la creazione di un’opera d’arte, un’impresa scientifica, l’impegno sociale e politico, o un paziente lavoro verbale che permette alla vittima di passare dalla condizione di oggetto di maltrattamenti o scherno a quella di soggetto di un’opera di immaginazione. Le storie di resilienza non sono propriamente storie di successo, quanto piuttosto percorsi di vita che si sviluppano sull’orlo di un abisso, sempre in bilico tra la paura di essere schiacciati dall’orrore del trauma ed il desiderio di farcela, tra l’iniziale vergogna per quello che è accaduto e l’orgoglio di esistere. “Non è propriamente orgoglio, è fierezza - sottolinea Cyrulnik -. Posso diventare orgoglioso di me stesso senza dominarti. Non è orgoglio. È solo fierezza della propria vita, io sono orgoglioso della mia vita e accetto la tua. Il sentimento di vergogna o di fierezza deriva dall’interazione tra due forme di racconto: la narrazione di sé dialoga con il racconto che gli altri fanno di noi”.

Fierezza. È il sentimento che prova Luca, quando riflette sulla propria storia. Luca è figlio di una giovane e sensibile ragazza madre, studentessa universitaria in medicina, proveniente da una famiglia violenta e disgregata. Abbandonata dal padre del bambino, rifiutata dalla famiglia di origine, costretta a lasciare l’università, la ragazza sopravvive dando lezioni private. Luca è molto intelligente: ad un anno di vita, cammina, parla quasi correttamente, articola brevi discorsi, distingue la realtà dalla finzione. A quattro anni, in prima elementare, è considerato un bambino prodigio: tiene seminari di scienze ed astronomia ai bambini di quinta. Non parla mai della sua situazione familiare. Di fatto, madre e figlio non esistono socialmente: vivono in una casa praticamente fatiscente, con pochissimi mobili, senza elettrodomestici, in compagnia di un cane. Il bambino conosce i nonni materni e paterni, che tuttavia continuano a tenerne nascosta l’esistenza al resto dei parenti e conoscenti.

Ma Luca non si vergogna di esistere. L’amore della madre e la stima degli insegnanti costituiscono una forza propulsiva che lo aiuta ad andare avanti. All’inizio della prima media la preparazione scientifica di Luca è considerata di livello universitario, mentre la madre, dopo diversi lavori saltuari, riesce a trovare un lavoro che permette ad entrambi di vivere quasi decentemente. Luca frequenta il liceo, si laurea in fisica, lascia la città di origine e in brevissimo tempo diventa uno stimato ricercatore universitario. Anche la madre, dopo anni di sofferenza, può finalmente coltivare dei progetti. Pensa di iscriversi al corso di laurea in psicologia, e di dedicare il suo impegno ai bambini socialmente svantaggiati…

Fonte: LaStampa, 27/04/2012