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Nuove frontiere nella comprensione dell'anoressia
C’è un legame tra l’ambiente e l’attivazione o disattivazione dei geni durante le modifiche al peso, così evidenti nei casi di anoressia? Forse sì. E questo potrebbe spiegarlo l’epigenetica, quel relativamente nuovo ramo della scienza che si occupa di esplorare proprio l’interazione tra l’ambiente e i geni nell’ambito medico di ricerca sulle malattie.
Poterlo spiegare in questi termini potrebbe portate a una svolta nelle cure per questo disturbo che in alcuni casi può portare alla morte.
Ad aver intrapreso la via dell’epigenetica sono stati i ricercatori australiani del Melbourne’s Murdoch Childrens Research Institute, coordinati dalla professoressa Tracey Wade. Lo studio è stato possibile grazie al finanziamento di una famiglia americana la cui figlia è morta di anoressia. Qui, gli scienziati hanno coinvolto 24 donne, di cui 12 ricoverate per anoressia e 12 sane di pari età. Alle partecipanti è stato prelevato dalla guancia un campione per l’analisi genetica.
«Ci sono stati solo due studi epigenetici in anoressia. Non ci sono molte persone che stanno facendo questo tipo di lavoro – spiega Wade nella nota Flinders – Sappiamo già che il cibo è importante in quanto è uno di questi interruttori epigenetici. Uno studio sui nipoti di persone che hanno sofferto la fame durante la carestia olandese della Seconda Guerra Mondiale hanno più alti tassi di mortalità: muoiono molto prima, hanno più problemi cardiovascolari e attività connesse rispetto ad altre persone della loro generazione. Questa è la cosa interessante dell’epigenetica: non solo il gene si accende e si spegne, ma può essere ereditato».
L’intento dei ricercatori era quello di stabilire se i geni che sono stati “spenti” dalla condizione di digiuno, inedia o carestia – come quella causata dall’anoressia o, anche, dall’esempio dell’Olanda – possono essere “riaccesi” quando la persona recuperi il peso perduto.
«Se i geni stanno rispondendo a una migliore nutrizione, parte dell’implicazione pratica è che forse siamo in grado di dare il via al recupero se siamo in grado di sviluppare un farmaco che può deviare prima quel gene – prosegue Wade – L’anoressia è una condizione altamente recidivante. Forse possiamo convincere la gente meglio e più velocemente e prevenire alcune delle ricadute».
I ricercatori avvertono che anche se si potrà sviluppare un farmaco in grado di agire sui geni coinvolti, questo non dovrà essere considerato la panacea per tutti i problemi di anoressia, ma sarà necessario utilizzare più metodi insieme.
«Ci sarà sempre bisogno di una buona relazione terapeutica. Al momento, non abbiamo alcun farmaco efficace (abbiamo guardato agli antidepressivi e gli antipsicotici) perché credo che abbiamo cercato nella direzione sbagliata. Questa ricerca ci può aiutare a trovare un farmaco a cui non avevamo pensato prima, o qualcosa che potrebbe essere sviluppato, che sarebbe un nuovo pezzo del puzzle. Ci aiuta a pensare fuori dagli schemi che, quando hai a che fare con una malattia imbarazzante come l’anoressia, lo devi fare», conclude Wade.
Fonte: LaStampa.it, 11/09/2012

