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L'amore può essere una patologia?

Odi et amo, quare id faciam fortasse requiris? Così Catullo descriveva la sfumatura più lacerante dell'amore. Che da desiderio e sogno diventa quasi una condanna ed una malattia.
Probabilmente non è la descrizione migliore per i casi che diventano patologici, ma certamente questo sentimento descrive già in parte la dipendenza affettiva (love addiction, attaccamento, o love attachment). Una patologia spesso trattata in terapia seppur ancora non classificata nel Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali.

Oggetto di numerosi studi, la dipendenza affettiva colpisce in particolare le donne. Secondo la letteratura e in particolare le ricerche effettuate nel 1994 da Patricia Miller, infatti, il genil sesso rappresenta il 90 per cento dei soggetti dipendenti. Nonostante l'emancipazione femminile e le trasformazioni sociali, una delle cause di tale forma di attaccamento rimane il rapporto viscerale che una donna stabilisce prima con la madre e poi con gli uomini della sua vita. Una situazione che finisce per renderle prigioniere di se stesse e, di riflesso, di una relazione che può diventare dannosa se non addirittura violenta.

Mercuzio, cercando di spronare Romeo dal cupo umore in cui si trova prima dell'incontro con Giulietta, lo sferza dicendo che si tratta di un peso troppo grande per una creatura così delicata come l'Amore. Ma il giovane Capuleti sa che dietro le dolcezze dell'Amore si nascondono durezze: "Una cosa delicata l'Amore – dice al cugino – è troppo rozzo, troppo aspro, troppo violento. E punge come una spina".

Il problema, come descrive Shakespeare nelle prime scene del primo atto di Romeo e Giulietta, è che è proprio l'amore ad avere due volti, e che può essere una maledizione o una benedizione.

La dipendenza affettiva, d'altronde, è una forma di esasperazione di un normalissimo comportamento umano. Spesso tipico della fase dell'innamoramento: tutti hanno potuto provare un certo grado di dipendenza dal partner.

Nello specifico, questa patologia è caratterizzata da un continuo bisogno di conferme, dalla paura dell'abbandono, dalla tendenza a compiacere l'altro e al contempo a iperresponsabilizzarsi, e, nel quotidiano, dalla mancanza di autonomia, dalla gelosia, dall'incapacità di stare da soli e dal bisogno continuo di attenzioni.

Il sociologo Anthony Giddens parla addirittura di "dosi" di attenzioni. Come qualsiasi altra sostanza che da dipendenza, per cui si tendono ad aumentare le dosi sempre di più. In terapia si parla invece di "vita da satellite". La persona dipendente vorrebbe, in pratica, diventare un tutt'uno con l'amato, rinunciando anche alla propria identità e compromettendo, di fatto, le capacità critiche e l'esame di realtà della persona. Non riesce a lasciare il partner, anche se quest'ultimo diventa pericoloso per la sua integrità psico-fisica.

Secondo gli studi condotti in materia all'origine di tale corruzione dell'amore, trasformato in una vera e propria ossessione, vi sono particolari dinamiche familiari che hanno portato la persona dipendente a costruirsi un'immagine di sé come indegna di essere amate e alla conseguente necessità di sacrificarsi costantemente per compiacere il partner in tutto e per tutto al fine di essere apprezzato e amato.

Per superare questa forma di dipendenza i terapeuti consigliano un lavoro psicologico di crescita personale, accettazione di sé e comprensione del fatto che non si è davanti all'alternativa solitudine-dipendenza: in particolare cercano di insegnare ad essere indipendenti sotto ogni punto di vista, da quello emotivo a quello economico. Si parla conoscere i propri gusti, ritagliarsi hobby e spazi. Diventare adulti.

Fonte: West, 08/03/2013